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12 Marzo 2026
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Infarti, soccorsi lenti, emodinamica assente: a Vibo l’emergenza cardiologica resta una roulette russa

La testimonianza della dottoressa Margherita Chiaravalloti dopo la morte del padre. "Vi spiego perché il tempo è vita e i ritardi uccidono diventando una condanna a morte"

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Se i soccorsi non sono rapidi in caso di infarto (o più precisamente, arresto cardiaco conseguente), il rischio di morte o danni cerebrali permanenti è altissimo, perché le cellule cerebrali sopravvivono solo 6-10 minuti senza ossigeno, rendendo i primi minuti, e la tempestività dei soccorsi e del primo intervento (come la Rcp), cruciali per la sopravvivenza e per ridurre le complicanze.

Ritardi anche di pochi minuti possono essere fatali, configurando una perdita di “chance” di sopravvivenza, che può portare a risarcimenti legali in caso di malasanità. Non è la prima volta e non sarà l’ultima di infartuati che ci rimettono la vita per i soccorsi tardivi.

Il caso Chiaravalloti: “Mio padre è morto per il mancato rispetto dei tempi”

È quanto accaduto a Raffaele Chiaravalloti di Simbario, il quale sarebbe morto, dopo essere stato colpito da infarto, per i soccorsi sopraggiunti tardivamente. «La vittima di questa malasanità è stato mio padre. In un soccorso extra ospedaliero ha avuto uno STEMI ed è stato dirottato al pronto soccorso di Serra San Bruno. Mio padre doveva essere trasferito direttamente oppure doveva essere chiamato l’elisoccorso», racconta la dottoressa Margherita Chiaravalloti.

Il ritardo accumulato è stato fatale. «È arrivato a Germaneto dopo oltre due ore. La riperfusione tardiva ha causato la rottura del setto interventricolare, un difetto interventricolare gravissimo. Mio padre, che stava bene e non aveva altre patologie, è morto».

Protocolli non rispettati e “golden hour” cancellata

Alla domanda se siano stati rispettati i tempi previsti dalle linee guida, la risposta è netta: «Non è stata rispettata la tempistica perché non sono stati rispettati i protocolli».

La dottoressa Chiaravalloti conosce bene il sistema dell’emergenza: «Io ero un’operatrice del 118 a Vibo Valentia, ho lavorato tanti anni e conosco perfettamente i protocolli. L’evento è avvenuto alle 12:12, non alle 12:30 come scritto. Mio padre è arrivato alle 14:12: due ore. Non esistono golden hour, non esistono tempi morti: si deve agire immediatamente».

Un infarto può rapidamente degenerare in fibrillazione ventricolare, bloccando la circolazione e causando arresto cardiocircolatorio, richiedendo trattamento immediato. La cosiddetta “Golden Hour” – i primi 60-90 minuti – è decisiva per salvare cuore e vita.

Elisoccorso mancato in una zona montana e disagiata

Simbario è un comune montano, con viabilità complessa.«Ci troviamo in una zona montana, disagiata anche dal punto di vista delle strade. L’elisoccorso è uno dei mezzi previsti dai protocolli. Mio padre sarebbe arrivato in pochissimo tempo e si sarebbe salvato».

Il nodo strutturale: Vibo senza emodinamica

Se ai soccorsi tardivi si aggiungono la mancanza del laboratorio di Emodinamica e l’impossibilità di effettuare interventi di rivascolarizzazione, i rischi di morte dei pazienti infartuati si moltiplicano.

Nel presidio ospedaliero “G. Jazzolino” di Vibo Valentia è operativo un reparto Utic tra i più efficienti della Calabria, ma non può effettuare angioplastiche salvavita per l’assenza dell’emodinamica. «L’unica provincia della Calabria senza laboratorio di emodinamica è Vibo Valentia», viene ricordato nel corso dell’intervista. «Avere l’emodinamica qui sarebbe una panacea per tanti mali. La velocità è tutto», sottolinea Chiaravalloti.

Malasanità e risarcimenti: quando la perdita di chance è un fatto giuridico

«I ritardi nei soccorsi in caso di infarto possono essere considerati malasanità, e i familiari possono avere diritto a risarcimento danni per la perdita di possibilità di sopravvivenza del paziente», ribadisce la dottoressa. Un concetto ormai consolidato anche in giurisprudenza: ogni minuto perso riduce statisticamente la probabilità di sopravvivenza. «La morte di mio padre ha distrutto la mia vita, anche quella lavorativa. Amavo il mio lavoro, ma ho dovuto lasciarlo. Ogni volta che vedo un elisoccorso spero che quella persona arrivi in tempo. Per me è un sollievo, ma soffro tantissimo».

L’appello finale: “Vibo Valentia merita”

Alla politica regionale, il messaggio è diretto: «Vibo Valentia merita. Ci sono bravi medici, ma devono essere messi nelle condizioni di lavorare con i giusti presidi, le giuste attrezzature. Le patologie infartuali sono in aumento. Tutti sanno di cosa abbiamo bisogno. Ogni minuto conta». La richiesta conclusiva è una sola: realizzare immediatamente il laboratorio di Emodinamica all’ospedale Jazzolino, per evitare che altre morti annunciate si aggiungano a una lunga lista di tragedie cevitabili.

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