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4 Marzo 2026
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Calabria
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Mobilità sanitaria record nel 2023, in Calabria la spesa è un vero salasso: – 326,9 milioni

Flusso da sud a nord e la regione tra i territori più in difficoltà: spesa per curarars fuori tre anni fa ha toccato un massimo storico, con un’evidente migrazione sanitaria e saldi negativi particolarmente marcati

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Nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha superato ogni precedente, raggiungendo 5,15 miliardi di euro, segnando un incremento del 2,3% rispetto all’anno precedente. Sono dati che emergono dal Report sulla mobilità sanitaria della Fondazione Gimbe, presentato il 3 marzo 2026 in occasione del trenta ennale dell’ente. La tendenza è chiara: sempre più cittadini varcano i confini regionali per ricevere cure mediche, alimentando un mercato di risorse economiche e fiducia che non è distribuito in modo omogeneo sul territorio nazionale.

Dal Sud al Nord: una migrazione senza ritorno

La geografia dei flussi mostra una direzione predominante: dal Sud verso il Nord. Questo non significa soltanto che chi vive nel Mezzogiorno si sposta per ottenere prestazioni sanitarie, ma che lo fa in maniera tale da non generare un movimento inverso di pari intensità. Secondo l’analisi di Gimbe, mentre tra le regioni settentrionali si registra spesso un scambio di pazienti – fenomeno che può indicare un livello di servizi comparabile o integrativo – nel Meridione la tendenza è netta e unidirezionale, senza attrattività significativa verso i propri centri sanitari.

Poche Regioni, molte risorse

La concentrazione dei pazienti non residenti è sorprendentemente alta. Quasi la metà degli incassi derivanti da cure erogate a cittadini provenienti da altre regioni è attribuibile a tre soli territori: Lombardia (23,2%), Emilia‑Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%). Questi dati indicano non solo centri di eccellenza sanitaria, ma anche una capacità di attrazione che non trova riscontro nel Meridione.

Dall’altro lato della bilancia, tra le regioni che spendono di più per far curare i propri residenti altrove spiccano Lazio (12,1%), Campania (9,4%) e addirittura Lombardia (9,2%). Questo elemento sottolinea come la mobilità sanitaria non sia un fenomeno unidimensionale, ma complesso e stratificato.

Le parole di Gimbe: un indicatore di disuguaglianza

«La migrazione sanitaria tra Regioni è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del servizio sanitario regionale: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi», ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, durante la presentazione del report. .

Il rapporto evidenzia una distinzione importante: non tutta la mobilità equivale a “fuga” di pazienti. In alcune aree del Nord, confinanti e dotate di servizi di elevata qualità, si osservano spostamenti per necessità di prossimità o per specificità di prestazioni, che si traducono in un equilibrio più dinamico tra domanda e offerta sanitaria.

I saldi: quando curarsi costa molto di più che curare

Guardando ai saldi tra mobilità attiva (incassi) e passiva (spese), emergono differenze profonde tra Nord e Sud. La Lombardia, pur sostenendo costi considerevoli per le cure dei residenti nelle regioni limitrofe, presenta un saldo positivo di 645,8 milioni di euro. Al contrario, diverse regioni meridionali registrano saldi nettamente negativi: Calabria (-326,9 milioni), Campania (-306,3 milioni), Puglia (-253,2 milioni) e Sicilia (-246,7 milioni). Questi saldi negativi riflettono una maggiore spesa sanitaria per prestazioni ottenute fuori regione, senza compensazioni adeguate in termini di attrattività sanitaria.

Quando la mobilità diventa necessità

«Questi numeri indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità», ha precisato ancora Cartabellotta nel corso della presentazione del Report (3 marzo 2026, Fondazione Gimbe). La concentrazione di risorse e pazienti verso poche aree con servizi percepiti come maggiormente affidabili suggerisce una disomogeneità di offerta sanitaria sul territorio nazionale.

Il presidente della Fondazione ha concluso sottolineando che, quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche regioni, ciò indica che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito allo stesso modo in tutte le parti d’Italia

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