La sanità calabrese accenna un piccolo passo in avanti, ma rimane fanalino di coda in Italia e continua a mostrare le debolezze più gravi proprio lì dove i cittadini hanno più bisogno: la medicina di territorio. Nel 2024 la Regione raggiunge 189 punti su 300 nella valutazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), segnando un incremento di 12 punti rispetto all’anno precedente. Un miglioramento che, tuttavia, non basta a salvare il territorio dal verdetto del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) del Ministero della Salute: la Calabria si conferma ufficialmente inadempiente.
I dati elaborati dalla Fondazione Gimbe offrono una radiografia precisa dei 27 indicatori ministeriali suddivisi nei tre ambiti principali. La Calabria si posiziona infatti al 17esimo posto per la prevenzione collettiva, al 16esimo posto per l’assistenza ospedaliera e ultima in assoluto per l’assistenza distrettuale. È proprio quest’ultima l’anello debole della catena: la sanità fuori dagli ospedali, concepita per rispondere ai bisogni quotidiani delle comunità, vede la Calabria come l’unica Regione italiana insufficiente nel 2024.
Calabria ultima, ma il punteggio cresce: le ombre sul territorio
L’analisi di dettaglio mostra come il punteggio complessivo di 189 punti rappresenti la performance più bassa tra tutte le Regioni e Province autonome. Sebbene si registri un incremento rispetto ai 177 punti del 2023, la soglia dell’adempienza rimane lontana.
A determinare il giudizio negativo è in primo luogo il tracollo dell’assistenza distrettuale. In quest’area la Calabria ottiene appena 52 punti, rimanendo al di sotto della soglia minima di sufficienza fissata a 60 (pur recuperando terreno rispetto ai 40 punti dell’anno prima). La prevenzione e l’assistenza ospedaliera riescono invece a superare l’esame ministeriale, attestandosi rispettivamente a 66 e 77 punti.
Il quadro nazionale mette in risalto l’unicità del caso calabrese: mentre la Provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia risultano insufficienti nel campo della prevenzione, la Calabria è sola nel fallire la prova dell’assistenza territoriale.
Il paradosso della “pagella” ministeriale e il boom di rinunce alle cure
Il caso calabrese si inserisce all’interno di una contraddizione di portata nazionale denunciata con forza dalla Fondazione Gimbe. Nel 2024 il Ministero della Salute ha infatti “promosso” la quasi totalità delle Regioni nei tre ambiti di valutazione, riducendo drasticamente le realtà inadempienti rispetto alle otto dell’anno precedente.
Nello stesso arco temporale, tuttavia, la situazione reale per i cittadini è peggiorata in modo drastico. Stando ai dati Istat, nel 2024 quasi 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a visite o ad accertamenti diagnostici prescritti dal medico, facendo balzare la quota di popolazione che rinuncia alle cure dal 7,6% al 9,9%.
A spiegare questo corto circuito è il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: “Sono due fotografie solo apparentemente contraddittorie. Se nel 2024 quasi tutte le Regioni vengono ‘promosse’ mentre aumentano la spesa privata e le rinunce alle prestazioni sanitarie, non possiamo concludere che la sanità sia improvvisamente migliorata”.
Secondo Cartabellotta, il sistema di monitoraggio mostra infatti “una capacità molto limitata nel misurare l’effettiva esigibilità dei Lea da parte dei cittadini”.
Divario Nord-Sud: un’Italia della salute spaccata a metà
Analizzando la somma dei punteggi ottenuti nelle tre macro-aree, la forbice geografica appare nettissima. La catalogazione formale tra Regioni adempienti e inadempienti rischia infatti di mascherare un divario Nord-Sud che resta profondamente marcato.
A rimarcarlo è lo stesso Cartabellotta: “Limitandosi alla distinzione tra Regioni adempienti e inadempienti il divario Nord-Sud risulta apparentemente ridotto”.
Guardando la graduatoria globale, tra le prime dieci posizioni figurano sette Regioni del Nord, due del Centro e soltanto una del Mezzogiorno, la Puglia. Al contrario, le ultime sette posizioni sono occupate quasi esclusivamente da realtà meridionali. A questo si aggiunge una spiccata disomogeneità interna alle singole Regioni, dato che porta il presidente di Gimbe a precisare: “Un servizio sanitario regionale che funziona bene in un’area e arranca nelle altre non può certo considerarsi equilibrato”.
I limiti del sistema di valutazione e le criticità irrisolte
Perché le promovetture della burocrazia ministeriale non corrispondono alla realtà vissuta dai pazienti? Per la Fondazione Gimbe la ragione risiede in una soglia di sufficienza di 60 punti su 100 considerata decisamente troppo bassa, unita a un set di indicatori che non riflette le vere barriere d’accesso al Servizio Sanitario Nazionale.
Gli attuali parametri tralasciano infatti fattori cruciali come liste d’attesa interminabili, agende di prenotazione chiuse, distanze geografiche dai presidi medici e reale continuità assistenziale.
A questo proposito, Cartabellotta rimarca come “la promozione formale, dunque, non coincide con la garanzia per i cittadini di ottenere le prestazioni di cui hanno bisogno”.
La Calabria si conferma così l’emblema di queste storture: nonostante il balzo in avanti di 12 punti, la regione rimane ultima in classifica e continua a non garantire ai propri cittadini la sufficienza nei servizi di prima necessità sul territorio.













