Davanti alla Prefettura di Vibo Valentia, sotto gli occhi di centinaia di famiglie, Giuseppe Colace – direttore generale della Casa della Carità – non trattiene le lacrime e sono lacrime amare, che travolgono la platea e diventano simbolo dell’agonia della sanità vibonese. “Come possiamo dire a una mamma che suo figlio lo prendiamo in carico tra due anni?“, sussurra Colace con la voce spezzata. “Due anni, quando la diagnosi sarà definitiva e il recupero impossibile”. La Casa della Carità, nata 70 anni fa per volontà del Beato Mottola, è oggi una delle poche strutture riabilitative rimaste operative nel territorio. Accoglie soprattutto bambini con gravi difficoltà motorie e neurologiche, circa 220 piccoli pazienti, spesso in lista d’attesa altrove da mesi, se non anni. Ma i fondi pubblici destinati alla riabilitazione arrivano, quando arrivano, “con ritardi inaccettabili”. La struttura regge solo grazie ai sacrifici di terapisti, operatori e personale che – racconta Colace – “da mesi fanno salti mortali per garantire sedute che non rientrano nemmeno nell’accreditamento regionale”.
Le storie che spezzano il fiato
Il punto di rottura arriva quando una mamma, alla seconda gravidanza dopo già una diagnosi di disabilità nella primogenita, si presenta alla Casa della Carità con un neonato prematuro e un’altra possibile diagnosi pesante. La terapista che segue la prima bambina non esita: “Faccio extra. Lo seguo io. Non possiamo aspettare due anni”. Un gesto di umanità pura, ma che svela l’assenza della sanità pubblica: se non interviene la Regione, queste cure restano affidate al volontariato e alla buona volontà di professionisti esausti. Non è l’unico miracolo quotidiano. Marco, oggi undicenne, prende il microfono:
“Quando sono arrivato non camminavo e non parlavo. Guardate ora come sono“. Era stato diagnosticato come “non recuperabile”. Oggi cammina, parla, sorride. “Non avrebbe dovuto far nulla di questo”, ricorda Colace. “Eppure eccolo. Sono i segni che ci tengono in vita, che ci fanno resistere”.

Un sistema che non funziona
Il dolore di Colace non è solo personale: è politico, sistemico. “La nostra è una denuncia contro l’immobilismo della sanità pubblica“, dice davanti alla Prefettura. I fondi regionali arrivano tardi, le assunzioni restano bloccate dal mancato aggiornamento del piano del fabbisogno del personale, le liste d’attesa si allungano mentre la domanda cresce, i territori interni vengono ignorati. Il Prefetto convoca le istituzioni regionali, ma dalla Regione non arriva il segnale decisivo. L’assenza del Presidente – sottolineano i cittadini – “è un pessimo segnale”.
A denunciare questa paralisi è anche Daniela, rappresentante del movimento di protesta:
“Non è possibile che un territorio venga abbandonato così. I bambini non possono aspettare sette anni per una terapia“. Poi aggiunge: “La Regione può intervenire immediatamente. Può farlo domani. Non servono altre riunioni, servono decreti, fondi, personale. Serve volontà politica”.
Una sanità che deve tornare ad ascoltare
Colace rivolge un appello diretto alle istituzioni, senza retorica: “Venite da noi. Ma venite senza annunciarvi. Sedetevi accanto alle mamme che vivono tutto questo ogni giorno. Solo così capirete cosa significa davvero riabilitazione“. La Casa della Carità non è solo un centro: è una comunità che tiene insieme famiglie, bambini, operatori e una tradizione di accoglienza che dura da 70 anni. “Noi non siamo a scopo di lucro. Noi rispondiamo a un territorio“. E oggi quel territorio, ferito, indignato e stanco, chiede una sola cosa: dignità. La parola che rimbalza per tutta la piazza. “Dignità, diritti, dignità“, ripetono le mamme con i bambini in braccio. Il pianto di Giuseppe Colace, davanti alla Prefettura, non è un cedimento. È l’atto d’accusa più potente lanciato negli ultimi anni contro una macchina sanitaria che – almeno a Vibo – sembra aver dimenticato chi dovrebbe proteggere.









