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16 Aprile 2026
16 Aprile 2026
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Dalla cella al comando, il clan La Rosa di Tropea gestiva affari ed estorsioni dal carcere: tutti gli indagati (NOMI)

L’operazione della Guardia di Finanza, coordinata dalla Dda di Catanzaro, svela una fitta rete di comunicazioni illecite e affari mafiosi tra Tropea, Ricadi e Vibo Valentia. Coinvolte mogli, figli, generi e prestanome

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Un’inchiesta complessa e articolata, frutto di mesi di intercettazioni e accertamenti investigativi condotti dal Gico di Catanzaro e dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza e Vibo Valentia, ha portato alla luce una fitta rete di contatti e operazioni che avrebbero garantito alla cosca La Rosa il pieno controllo del territorio di Tropea e Ricadi, anche dopo l’arresto dei suoi vertici.

L’indagine è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, guidata dal procuratore Salvatore Curcio, ed è culminata con l’emissione di una corposa ordinanza di misura cautelare firmata dal gip Gilda Danila Romano del Tribunale di Catanzaro.

Sedici indagati: nomi, ruoli e legami familiari

Il provvedimento coinvolge sedici persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, intestazione fittizia di beni, uso illecito di telefoni cellulari all’interno del carcere e tentata estorsione aggravata. Si tratta di Antonio La Rosa, 62 anni, considerato il capo storico della ‘ndrina di Tropea e Ricadi, già detenuto per l’operazione Rinascita-Scott; Francesco La Rosa, 53 anni, fratello di Antonio, ritenuto co-organizzatore del sodalizio; Domenico La Rosa, 39 anni, figlio di Antonio, incensurato; Cristina La Rosa, 33 anni, figlia di Antonio, accusata di intestataria fittizia di beni; Tomasina Certo, 60 anni, moglie di Antonio, considerata partecipe nella gestione della cosca; Giuseppina Costa, 47 anni, compagna di Francesco, coinvolta – secondo l’accusa – in incontri e dazioni; Davide Surace, 39 anni, genero di Antonio, considerato il reggente operativo in libertà; Francesco Taccone, 38 anni, ritenuto uomo di fiducia di Francesco La Rosa; Luigi Federici, 26 anni, appartenente alla cosca Pardea-Ranisi; Francesco Federici, 60 anni, e Erminia Bisogni, 56 anni, rispettivamente padre e madre di Luigi Federici; Carmela La Torre, 42 anni, considerata dagli inquirenti vicina alla famiglia La Rosa; Loredana Molina, 56 anni, coinvolta in attività di supporto esterno; Robert Fargnoli, 51 anni, detenuto, utilizzato per comunicazioni clandestine; Giuseppe Maiuri, 31 anni, detenuto; Angelo Gagliardi, 29 anni, detenuto.

Le accuse principali: mafia, estorsioni e telefoni in carcere

Le contestazioni formulate dalla Dda di Catanzaro sono pesanti e circostanziate. Secondo l’ordinanza del gip, Antonio La Rosa continuava a dirigere la cosca dal carcere di Avellino dove all’epoca si trovava recluso, servendosi di sei diversi telefoni cellulari e Sim intestate a soggetti terzi. I contatti frequenti con i familiari – in particolare con la moglie Tomasina Certo, la figlia Cristina e il genero Davide Surace – permettevano al capocosca di monitorare le dinamiche interne alla ‘ndrina, impartire direttive operative, mantenere rapporti con altri affiliati detenuti o in libertà.

In un caso documentato, la cosca avrebbe tentato di estorcere 50.000 euro a un imprenditore del settore parafarmaceutico, proponendo anche l’assunzione di Giuseppina Costa come parte dell’accordo. In un altro episodio, due fratelli, titolari di una pizzeria a Tropea, sarebbero stati costretti a pagare somme di denaro per evitare ritorsioni.

“Sistema familiare criminale” attivo anche durante le detenzioni

Un elemento centrale dell’ordinanza è il ruolo svolto dai familiari degli indagati, descritti come parte attiva del sodalizio. La moglie di Antonio, Tomasina Certo, avrebbe svolto funzione di intermediaria, ricevendo telefonate e messaggi. La figlia Cristina avrebbe gestito un immobile fittiziamente intestatole. Il genero Surace risultava “in prima linea” nella gestione delle attività quotidiane del clan.

Francesco La Rosa, fratello del boss, avrebber invece utilizzato anche lui numerosi telefoni clandestini per comunicare con la compagna Costa e altri soggetti esterni dal carcere di Siracusa dove si trovava detenuto all’epoca dei fatti. In totale, tra Antonio e Francesco, sono stati censiti oltre mille contatti telefonici irregolari.

Le telefonate di Federici dal carcere di Avellino

Nonostante fosse detenuto in regime di custodia cautelare nella Casa Circondariale di Avellino, il presunto affiliato alla ‘ndrangheta Luigi Federici avrebbe invece continuato ad avere contatti con l’esterno sfruttando telefoni cellulari introdotti illegalmente in carcere.

Secondo l’ordinanza del gip, Federici avrebbe utilizzato con frequenza assidua, anche più volte al giorno, due cellulari per 495 telefonate alla madre Erminia Bisogni e al padre Francesco Federici, 1426 alla fidanzata, e comunicando notizie sensibili relative alle dinamiche interne alla cosca, con particolare riferimento a collaborazioni di giustizia in atto (quelle di Michele Camillò e Antonio Cannatà, alias “Sapitutta”). Lo scopo di questi contatti sarebbe stato quello di screditare i collaboratori, neutralizzare i potenziali riscontri investigativi, e minimizzare l’impatto processuale delle loro dichiarazioni. Federici e i suoi avrebbero agito – secono l’accusa – per agevolare la ‘ndrina Pardea-Ranisi, e per proteggere l’organizzazione criminale dalle conseguenze giudiziarie delle inchieste in corso.

L’analisi del gip: “Il carcere non ha interrotto la loro attività”

Il giudice Romano sottolinea con chiarezza che la detenzione non ha rappresentato un ostacolo alle attività della cosca. Anzi, “la struttura criminale si è adattata, affidando ai familiari ruoli esecutivi e decisioni operative”. Il carcere è stato “aggirato” attraverso un uso sistematico e strategico di strumentazione elettronica illegale, con telefoni cellulari nascosti, Sim fittizie e la collaborazione attiva di soggetti esterni. Sussistono, secondo il GIP, sia il pericolo concreto di reiterazione del reato che di inquinamento probatorio, con la possibilità di accordi tra sodali e occultamento di prove. Oggi Antonio e Francesco La Rosa sino sono visti recapitare la notifica con le accuse direttamente in carcere dove attualmente si trovano detenuti in regime di 41 bis.

Misure cautelari: carcere per i capi, domiciliari per i meno coinvolti

Il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere per Antonio e Francesco La Rosa, Tomasina Certo, Cristina La Rosa, Giuseppina Costa, Davide Surace e Luigi Federici. Per alcune figure secondarie, come Domenico La Rosa (cl. ’85), Francesco Federici ed Erminia Bisogni, sono stati ritenuti sufficienti gli arresti domiciliari, non risultando elementi tali da giustificare la misura più afflittiva.

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