Dopo l’articolo che ha suscitato ampio dibattito sulle espulsioni operate dal Partito Democratico a Vibo Valentia, abbiamo raccolto la voce del capogruppo consiliare del Pd, Francesco Colelli, per comprendere le motivazioni ufficiali, il clima interno al partito e le prospettive future. Un confronto diretto su scelte che stanno dividendo il campo del centrosinistra e che interrogano il senso stesso della militanza politica oggi.
–Capogruppo Colelli, la commissione provinciale di garanzia ha notificato l’espulsione dei consiglieri Grimaldi, Mellea, Satriani, oltre che di La Sorba e Lentini. Lei condivide nel merito e nel metodo questa decisione?
“Il Partito Democratico ha rifiutato l’iscrizione di La Sorba e Lentini perché ricoprono incarichi in amministrazioni di centrodestra, contro cui il PD è all’opposizione. Diversa la posizione delle consigliere Mellea, Grimaldi e Satriani: non sono state espulse, ma è stato ricordato loro che, da statuto, non possono far parte del PD se non aderiscono al relativo gruppo consiliare. Se lo faranno, saranno riaccolte. Il PD, si ribadisce, è una comunità politica con regole precise e non può tollerare ambiguità o ‘partiti paralleli’. In definitiva: il PD non può più essere un tram, dove si sale e si scende sulla base di esigenze personali.”
– Resta tuttavia una considerazione: quando si esclude qualcuno da una comunità politica, sia per rigetto dell’iscrizione che per incompatibilità statutaria, l’effetto sostanziale è lo stesso — si estromette. Ed è legittimo discuterne, specie quando avviene in massa e a ridosso di scelte politiche strategiche. Lei ha parlato di “partiti paralleli”. Non ritiene che la nascita di questi gruppi interni, come “Democratici e Progressisti”, sia anche sintomo di un malessere politico e comunicativo dentro il PD stesso? Non è forse un segnale di distacco dalla base o dalla dirigenza territoriale che meriterebbe ascolto, più che espulsioni o rigidità burocratiche?
“I consiglieri di Vibo non erano iscritti al PD al momento della costituzione del gruppo e si sono iscritti solo dopo, probabilmente mal consigliati. Il PD è aperto, ma chiede coerenza: chi vuole farne parte deve aderire sia al partito che al gruppo consiliare. Parlare di ‘distacco dalla base’ è insensato per chi non ha mai partecipato alla vita del partito.”
–La richiesta di iscrizione del consigliere Domenico Console è stata rigettata. Qual è la ratio dietro questa esclusione?
“Ritengo incoerente che Domenico Console, fino a pochi mesi fa capogruppo di Forza Italia e candidato col centrodestra, possa oggi avvicinarsi al PD. Se questo rigore nel rispettare l’identità del partito viene definito ‘stalinismo’, allora rivendico con orgoglio di far parte di un partito ‘staliniano’, ma con dignità.”
–Ci spiega in che mondo parallelo sostenere un presidente della Provincia — peraltro eletto — diventa un reato da pena capitale?
“Per me è impensabile che, mentre il PD è all’opposizione di L’Andolina, un nostro iscritto ne sia il vicepresidente. Sarebbe come se oggi un dirigente nazionale del PD andasse a fare il vicepremier con la Meloni mentre la Schlein guida l’opposizione. Se per lei questo è normale, io non saprei davvero come continuare il confronto.”
Non è forse vero che il PD ha tollerato o addirittura avallato alleanze trasversali, pur di non perdere peso istituzionale? La coerenza va benissimo, ma andrebbe esercitata sempre, non solo quando fa comodo a risolvere fratture locali. Le chiedo allora: Perché queste prese di posizione arrivano solo ora, con tanto vigore e rigore? Dov’erano regole e statuto quando certe ambiguità andavano bene per mantenere equilibri o poltrone?
“Gli errori del passato non giustificano il ripeterli. Negli ultimi tre anni abbiamo rivoluzionato il PD, cancellando il sistema dei ‘ras’ e dei ‘capibastone’. Oggi è un partito lineare, senza compromessi. La storia recente parla chiaro: non torneremo mai al PD di 6-7 anni fa. E per inciso, il presidente della Provincia è stato eletto con i voti dei sindaci di Forza Italia.”
Capisco, Colelli, ma vede: è proprio questa cesura netta col passato che rischia di suonare comoda e un po’ autoassolutoria. Perché, se davvero il “sistema dei ras” è stato spazzato via, allora dovreste anche riconoscere — senza reticenze — che per anni quel sistema ha avuto l’avallo, tacito o esplicito, anche di chi oggi si erge a paladino della purezza. Eppure, la coerenza politica non si misura solo con l’oggi, ma con la capacità di fare i conti con ciò che si è stati. Le chiedo allora, e concludo: Se la discontinuità è reale, perché non passa anche da un’assunzione pubblica di responsabilità sul passato, invece che da un semplice voltare pagina?
“Io non aderivo al PD proprio per la presenza dei ‘ras’ e di un sistema che non condividevo. Quando mi sono iscritto, l’ho combattuto e, con orgoglio, posso dire di aver contribuito a cambiarlo. Se oggi il PD non è più quello di dieci anni fa, è grazie a scelte coraggiose fatte da noi a livello locale e regionale.”
Il capogruppo Colelli rivendica con fermezza il processo di rinnovamento avviato negli ultimi anni, marcando una netta discontinuità col passato e rifiutando ogni ambiguità politica o istituzionale. Tuttavia, le decisioni drastiche — come l’esclusione di iscritti o il rigetto di adesioni — pongono interrogativi legittimi sul concetto stesso di apertura e pluralismo in una forza che ambisce a rappresentare un campo largo.
Le parole di Colelli risuonano come la dichiarazione di un partito che si preoccupa di sé più che dei suoi elettori. E quando si perde di vista la gente, il rischio è quello di restare, alla fine, soli con la propria purezza ideologica. Ciò che resta sul tavolo è un partito in trasformazione, diviso tra il rigore statutario e le tensioni di un territorio che, forse, chiede ancora spazi di ascolto prima che di chiusura. In gioco non c’è solo la tenuta del PD a Vibo Valentia, ma la credibilità di un progetto politico che voglia davvero essere inclusivo senza perdere coerenza.








