La Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione, riunita in camera di consiglio, ha annullato l’ordinanza del Tribunale di Vibo Valentia – Sezione Misure Reali emessa il 22 ottobre 2024 nell’ambito del procedimento Rinascita-Scott, accogliendo il ricorso per Cassazione presentato dalla difesa dei coniugi Cichello, difesi rispettivamente dagli avvocati Pietro Chiodo (per Domenico Cichello) e Daniela Garisto (per Angela Pititto).
Il caso riguarda il rigetto dell’istanza di dissequestro del patrimonio aziendale dei ricorrenti, costituito da un’azienda agricola e dall’autosalone “Superauto”, attivi nel Vibonese.
I motivi dell’annullamento: vizio di motivazione e assenza di pericolo
Secondo la Suprema Corte, l’ordinanza impugnata non ha adeguatamente motivato la persistenza del periculum in mora, ovvero il rischio di dispersione dei beni, elemento essenziale per giustificare il sequestro preventivo.
La difesa ha fatto leva su una giurisprudenza ormai consolidata, citando in particolare le Sezioni Unite della Cassazione secondo cui il sequestro finalizzato alla confisca deve contenere una concisa esposizione del pericolo concreto e attuale, evitando che la misura si trasformi in uno strumento vessatorio.
Un’attività imprenditoriale “storica e onesta”
I legali dei Cichello hanno sottolineato che non vi sarebbe mai stato alcun tentativo di alienazione o occultamento dei beni da parte dei coniugi, i quali continuano a gestire un’attività storica iniziata nel 1970 dal padre di Domenico Cichello. Il sequestro attuale si inserisce in una lunga vicenda giudiziaria iniziata nel 2004, con un primo provvedimento di revoca della licenza commerciale, seguito da altri sequestri nel 2013 (poi annullato nel 2015) e nel 2019, quest’ultimo ancora pendente.
Dubbi sulla “infiltrazione mafiosa”
Il ricorso ha messo in discussione la fondatezza delle accuse di infiltrazione mafiosa nel patrimonio aziendale dei coniugi, contestate come infondate, facendo riferimento a fonti collaborative (Mantella, Servello, Emanuele Mancuso) giudicate dalla difesa come contraddittorie e non attendibili. Inoltre, sono state segnalate omissioni motivazionali nell’ordinanza in relazione alle prove della liceità delle risorse economiche utilizzate per la riattivazione dell’autosalone “Superauto” nel 2017, già oggetto di dissequestro nel 2015.
Fondi legittimi e presunta sproporzione
Tra i punti centrali della difesa, la dimostrata provenienza lecita dei fondi – stimati in oltre 180.000 euro – destinati alla ripresa delle attività, attraverso conti correnti dissequestrati, vendite di autovetture e cessioni di terreni regolarmente detenuti. Il tutto già documentato nel precedente procedimento “Nemea”.
La questione della prescrizione del reato
La difesa ha sollevato anche una questione di legittimità costituzionale rispetto alla confisca di beni dopo la prescrizione del reato, in particolare quello di trasferimento fraudolento di valori richiamando un altro consolidato orientamento della Cassazione che vieta la confisca per equivalente quando è intervenuta prescrizione.
Viene inoltre evidenziata una presunta disparità di trattamento rispetto a un altro coimputato, al quale, pur condannato a 16 anni per associazione mafiosa, è stata restituita l’attività commerciale a seguito della prescrizione del reato-fine.
Il commento della difesa: “Ora giustizia nel merito”
I legali Chiodo e Garisto, al termine della decisione della Cassazione, hanno commentato: “La prima opera di giustizia è stata compiuta dai giudici di legittimità, ora aspettiamo con ansia che i giudici del rinvio si attengano al principio enunciato dalla Suprema Corte.”
Il procedimento, dunque, torna al Tribunale di Vibo Valentia, chiamato a riesaminare la richiesta di dissequestro alla luce delle motivazioni della Cassazione. La vicenda, che si intreccia con i filoni giudiziari della maxi-inchiesta Rinascita-Scott, si preannuncia ancora lunga e complessa.









