Dovranno risarcire complessivamente oltre 220mila euro i 29 dipendenti pubblici coinvolti in un’inchiesta sull’assenteismo negli uffici sanitari di Catanzaro. La Corte dei conti della Calabria ha emesso le sentenze che inchiodano 16 dipendenti dell’ex azienda ospedaliera Pugliese (ora AOU Renato Dulbecco) e 13 dell’Asp di Catanzaro: i primi dovranno restituire 100.338,55 euro, i secondi 118.033,21 euro.
L’inchiesta e il ruolo della Guardia di Finanza
Le indagini, condotte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Catanzaro, hanno riguardato la sede di Madonna dei Cieli, dove sono ubicati gli uffici delle due strutture sanitarie. Gli investigatori hanno documentato, con telecamere nascoste e pedinamenti, circa 2000 episodi di assenteismo nell’arco di appena quattro mesi.
Il danno all’immagine e il “senso di impunità”
Per la magistratura contabile, il comportamento degli imputati ha provocato un “grave danno all’immagine” delle pubbliche amministrazioni sanitarie coinvolte. In una delle sentenze si legge: “Non può esserci alcun dubbio circa il fatto che la condotta dei convenuti abbia offuscato gravemente l’immagine dell’azienda, incidendo su un settore, quello sanitario, che desta la maggiore sensibilità nella comunità degli amministrati”.
Il giudizio si fa ancora più severo nel sottolineare come tale atteggiamento abbia trasmesso alla collettività un “senso di impunità”, rafforzando la percezione distorta del luogo di lavoro come “casa propria”, da cui uscire ed entrare a piacimento, anche delegando ad altri colleghi la timbratura del cartellino.
Timbri falsi e assenze retribuite
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, numerosi dipendenti si sarebbero assentati senza giustificazione, risultando formalmente in servizio grazie all’intervento di colleghi compiacenti. I marcatempo venivano affidati ad altri, incaricati di “beggiare” l’entrata e l’uscita in luogo dell’assente. Gli episodi documentati parlano di oltre 1800 ore di assenza ingiustificata, per un danno erariale stimato in circa 20mila euro.
Un comportamento cosciente e reiterato
Nelle motivazioni, i giudici contabili rimarcano come ci sia stata una “precisa coscienza e volontà” di violare le norme interne e di non registrare le uscite dal servizio, eludendo i controlli e calpestando i regolamenti vigenti. Non è servito, secondo i magistrati, sostenere che l’immagine delle aziende sanitarie fosse già compromessa: “Anche muovendo da questo assunto – si legge ancora – il fenomeno in esame l’ha senz’altro notevolmente aggravata”.
Nessun automatismo con il penale
Va sottolineato che la decisione della Corte dei Conti non implica necessariamente una responsabilità penale individuale. Le condotte accertate sono state valutate sotto il profilo del danno erariale e del pregiudizio arrecato all’immagine dell’amministrazione pubblica. Per eventuali conseguenze penali, è necessario il vaglio degli organi di giustizia ordinaria, che seguono percorsi separati.







