Non erano cinque. Erano sei. Il raid intimidatorio che la scorsa settimana ha colpito l’area industriale di Vibo Valentia si allarga di un altro tassello. Alla lista delle attività già note si aggiunge infatti una sesta azienda, raggiunta anche questa da colpi di fucile calibro 12 nella stessa serata, negli stessi minuti e con modalità sovrapponibili a quelle degli altri episodi.
Anche in questo caso l’intimidazione è stata denunciata ed è ora al vaglio della Questura di Vibo Valentia, che sta lavorando per ricostruire la sequenza completa dell’assalto e individuare gli autori. Un dettaglio, quello della sesta attività colpita, che rafforza l’ipotesi investigativa più battuta: non una serie di gesti isolati, ma un’azione coordinata, eseguita da un commando unico e sotto un’unica regia. A parlare sono i tempi, i luoghi, le modalità. Tutto lascia pensare a un messaggio costruito per seminare paura nel cuore produttivo della città. Un’azione dimostrativa, violenta e spavalda, con il sapore antico del racket e l’arroganza moderna di chi pensa di potersi riprendere pezzi di territorio a colpi di fucile.
Il commando unico e la firma da guappi
La modalità dell’assalto ha un tratto preciso: muoversi in rapida successione, colpire più obiettivi, lasciare il segno e sparire. Una condotta che richiama più i guappi della camorra che la tradizionale intimidazione silenziosa della ’ndrangheta. Ma proprio questa ostentazione, questa voglia di mostrarsi, questa spavalderia quasi teatrale, riporta alla memoria anche le azioni delle nuove leve criminali attive a Vibo prima che l’operazione Rinascita Scott le smontasse pezzo dopo pezzo. È su questa pista che si concentrano le attenzioni degli investigatori. Giovani o aspiranti capi che provano a rialzare la testa, a misurare il territorio, a testare la tenuta della paura. Non più il vecchio sistema sommerso, ma una criminalità che vuole farsi vedere, che spara per mandare un segnale, che sceglie l’area industriale come palcoscenico della propria arroganza.
Se davvero l’obiettivo era intimidire gli imprenditori, il risultato rischia però di essere l’opposto. Perché colpire sei aziende nella stessa notte significa accendere un faro enorme sulla città, richiamare l’attenzione delle forze dell’ordine, della Dda di Catanzaro e dell’intera comunità. Un clamoroso autogol criminale.
L’ombra delle scarcerazioni dopo Rinascita Scott
C’è un dato temporale che gli investigatori non sottovalutano. Dopo l’operazione Rinascita Scott, a Vibo era cambiato molto. Gli stessi imprenditori finiti nel mirino raccontano di avere lavorato per anni senza più subire intimidazioni. Un periodo di relativa tranquillità, seguito alla disarticolazione di gruppi e nuove leve che per lungo tempo avevano condizionato pezzi del tessuto economico cittadino. Poi qualcosa si è rimesso in movimento. Per cavilli di natura tecnica e motivi procedurali, la Cassazione ha rimesso in libertà diversi soggetti ritenuti dagli inquirenti affiliati o appartenenti ai clan attivi su Vibo. Profili che attendono la rideterminazione della pena e il giudizio dell’appello-bis di Rinascita Scott. Ed è anche su questi ambienti che si concentrano oggi le attenzioni investigative.
Sarà una coincidenza, ma dall’uscita dal carcere di alcuni esponenti considerati di peso nel vecchio sistema criminale vibonese è iniziata una nuova ondata di atti intimidatori. Un’escalation che la scorsa settimana ha varcato la soglia dell’area industriale, colpendo non cinque ma sei attività, con una sequenza studiata per fare rumore, produrre paura e mandare un messaggio al mondo produttivo.
Prima di Rinascita, quando l’area industriale era terra di caccia
La zona industriale di Vibo non è un luogo qualsiasi. Prima di Rinascita Scott e delle successive operazioni coordinate dalla Dda di Catanzaro, quell’area era già stata terreno di intimidazioni, richieste, pressioni, danneggiamenti e messaggi mafiosi. I soliti ignoti di allora, nel tempo, sono finiti in manette nell’ambito delle inchieste che hanno colpito le articolazioni criminali del territorio. Ecco perché il nuovo raid viene letto con estrema attenzione. Non solo per la gravità dei colpi esplosi, ma per ciò che potrebbe rappresentare: il tentativo di ricreare un clima, di rimettere in circolo il linguaggio della paura, di far credere agli imprenditori che il tempo della libertà sia finito.
Ma Vibo non è più quella di prima. Rinascita Scott ha prodotto un effetto concreto anche nella percezione del territorio. Molti imprenditori hanno potuto lavorare senza sentirsi addosso il fiato del racket. Per quattro o cinque anni, raccontano, non hanno avuto problemi. Fino alla scorsa settimana, quando qualcuno ha deciso di alzare il tiro. Forse dopo un no. Forse dopo un rifiuto. Forse per provare a capire se la città fosse ancora disposta ad abbassare la testa.
La risposta dello Stato e il messaggio agli “straccioni” del racket
La Dda di Catanzaro segue con attenzione l’evolversi della situazione. L’obiettivo è dare una risposta rapida ed efficace, ribadire la presenza dello Stato e trasmettere fiducia al tessuto produttivo e alla società civile. Il messaggio è netto: indietro non si torna. Chi ha sparato pensava forse di produrre silenzio. Ha prodotto l’effetto contrario. Ha alzato il livello di attenzione investigativa, ha riacceso la mobilitazione della città, ha reso evidente quanto sia ancora necessario presidiare il territorio e quanto efficace sia stata l’azione dello Stato negli anni successivi a Rinascita Scott.
Gli straccioni del racket hanno provato a fare paura. Ma la loro azione, proprio perché così plateale, li espone. Le telecamere, le denunce, le ricostruzioni della Questura, il coordinamento investigativo e la memoria criminale del territorio sono oggi gli strumenti con cui gli inquirenti stanno componendo il quadro. E chi ha pensato di muoversi come un guappo, potrebbe presto scoprire di avere le ore contate.
La fiaccolata per fare più rumore degli spari
Questa sera l’area industriale di Vibo sarà attraversata da una fiaccolata promossa dal vescovo della diocesi, monsignor Attilio Nostro. Saranno presenti autorità, rappresentanti delle istituzioni, associazioni, imprenditori e cittadini. Ma soprattutto ci sarà la gente comune, quella che non vuole più vedere la propria città ostaggio della paura. Sarà un momento di solidarietà e di preghiera, ma anche un segnale civile e politico. Perché dopo il raid contro le aziende, Vibo ha deciso di mobilitarsi e stringersi attorno agli imprenditori minacciati. Non una passerella, ma una risposta collettiva. Chi ha sparato voleva riportare la città indietro. La fiaccolata dirà l’opposto: Vibo è cambiata e non vuole più tornare nel buio. Questa sera, nell’area industriale, le fiaccole dovranno fare più rumore degli spari.







