Era il 2019 quando il Consiglio regionale, presieduto da Nicola Irto, approvò la legge n° 13 che ha ridisegnato il trattamento economico dei consiglieri. Sulla carta i vitalizi erano stati aboliti, ma nei fatti sono rientrati dalla finestra sotto forma di “pensione differita”. La norma stabilisce che un consigliere che abbia maturato cinque anni di carica possa andare in pensione a 65 anni, con un assegno mensile di circa 1.070 euro rivalutato ogni anno dall’ISTAT. Non solo: per ogni anno in più oltre il quinto, l’età di accesso si abbassa di un anno, fino ad arrivare ai 60 anni per chi ha ricoperto dieci anni di mandato. E la pensione, come avveniva per i vecchi vitalizi, è reversibile agli eredi.
Accanto a questa forma di previdenza privilegiata, la legge ha introdotto anche l’indennità di fine mandato: 5100 euro per ogni anno da consigliere. Una cifra che si matura anche restando in carica appena sei mesi e un giorno, visto che la norma consente l’arrotondamento all’anno intero.
I presidenti e il tesoretto da 16.500 euro netti al mese
Il sistema delle indennità garantisce trattamenti particolarmente generosi ai due vertici politici della Regione, il presidente della Giunta e il presidente del Consiglio. Ognuno di loro percepisce un compenso complessivo annuo di quasi 240mila euro, pari a circa 16.500 euro netti al mese.
Queste somme comprendono l’indennità di carica e di funzione, gli oneri previdenziali a carico dell’ente e l’indennità di fine mandato prevista dalla stessa legge del 2019. Ma a pesare sul bilancio pubblico sono soprattutto le voci che restano fuori dalla tassazione: 72mila euro all’anno per le spese di esercizio del mandato e altri 46.716 euro come contributo auto introdotto da una legge regionale del 2013. Complessivamente oltre 118mila euro annui esentasse che si aggiungono alle indennità lorde.
I burocrati che costano più del Quirinale
Se la politica ha i suoi privilegi, la burocrazia non è da meno. I due dirigenti di vertice del Consiglio regionale, il segretario generale e il direttore generale, hanno un trattamento economico identico che supera i 300mila euro ciascuno. La retribuzione fissa sfiora i 200mila euro, cui si sommano oltre 43mila euro di retribuzione di risultato, prevista dal contratto decentrato integrativo del Consiglio. A questi importi vanno aggiunti i contributi per pensione e TFS e l’IRAP, per un costo complessivo a carico delle casse regionali di 308mila euro l’anno per ciascun dirigente.
In totale, mantenere i due burocrati apicali costa alla Calabria oltre 616mila euro annui. Una cifra che avvicina i vertici amministrativi regionali alle retribuzioni dei manager delle grandi aziende pubbliche nazionali.
Tutto legittimo, ma lontano dalla realtà dei cittadini
Non si tratta di indiscrezioni né di voci di corridoio. Le cifre sono tratte da documenti ufficiali, pubblicati sul portale dell’Amministrazione Trasparente del Consiglio regionale e sull’Anagrafe dei Consiglieri, oltre che dal contratto integrativo consultabile online. Dati certificati che mostrano un sistema perfettamente regolare e trasparente.
Eppure il confronto con la realtà dei cittadini calabresi è impietoso. Mentre un normale lavoratore deve aspettare i 67 anni per andare in pensione e spesso lo fa con assegni modesti, un consigliere regionale con dieci anni di mandato può ritirarsi a 60 anni con un vitalizio mascherato. Mentre le famiglie faticano a sostenere spese e rincari, i due presidenti della Regione godono di rimborsi esentasse per oltre centomila euro l’anno. E mentre il tasso di disoccupazione resta tra i più alti del Paese, i due dirigenti di vertice del Consiglio percepiscono stipendi da multinazionale.
Tutto legale, tutto trasparente. Ma la domanda resta: chi avrà il coraggio di mettere mano a questi privilegi? Chi si prenderà la responsabilità di spiegare ai calabresi perché la politica e la burocrazia regionale debbano godere di condizioni che nessun lavoratore comune potrà mai sognare?
Finché nessuno risponderà a queste domande, la distanza tra cittadini e le istituzioni continuerà a crescere. E la politica calabrese resterà, ancora una volta, la politica dei privilegi.









