C’è fermento nelle Serre vibonesi, e non è soltanto politico. La proposta lanciata dal sindaco di Serra San Bruno, Alfredo Barillari, di tornare sotto la Provincia di Catanzaro sta generando un vero e proprio effetto domino tra i sindaci del comprensorio.
Non si tratta di una boutade né di un vezzo localistico: è la spia di un malessere strutturale, il sintomo di una disaffezione crescente verso la Provincia di Vibo Valentia, che doveva rappresentare un riscatto per l’entroterra e invece, vent’anni dopo, si è rivelata una promessa mancata.
Il sogno di Murmura e la delusione di oggi
Quando nel 1992 il senatore Antonino Murmura spinse per la nascita della nuova provincia, lo fece nel nome dell’autonomia, dello sviluppo locale e di una rappresentanza più diretta. Ma oggi, tra i boschi e i borghi delle Serre, quel sogno appare infranto. Gli uffici pubblici sono stati progressivamente svuotati, i servizi depotenziati, le infrastrutture lasciate a metà. Le comunità montane si sentono isolate, dimenticate, marginali.
La Provincia di Vibo, nata per dare voce ai territori, oggi viene accusata di averli zittiti con la lentezza burocratica e l’assenza di investimenti.
Serra San Bruno apre la strada
È stato il sindaco Barillari ad aprire il fronte. Dopo anni di confronti con i cittadini, ha deciso di portare in Consiglio comunale una proposta formale di ritorno a Catanzaro.
«Oggi il contesto politico è diverso – spiega – c’è una maggioranza che interpreta la volontà popolare senza tradirla. È tempo di ripensare le Province e di ridare ai cittadini la possibilità di scegliere dove stare».
Barillari ricorda che già nel 2018 oltre duemila cittadini avevano firmato per chiedere il ritorno nel Catanzarese, ma tutto si arenò per l’inerzia del precedente Consiglio.
Ora, dice, «è il momento della coerenza».
Brognaturo, Simbario e gli altri: una rivolta che si allarga
Alla proposta di Serra San Bruno si sono già unite Brognaturo e Simbario, due comuni chiave del comprensorio. La sindaca Rossana Tassone di Brognaturo parla di “battaglia di civiltà”: «Quando vengono meno i servizi e gli uffici diventano fini a sé stessi, un Ente non dovrebbe esistere. Noi vogliamo garantire rappresentanza e dignità alle nostre comunità».
Parole dure, che riportano alla mente la disillusione di un territorio lasciato indietro. Tassone evoca anche il padre, Cosmo Tassone, storico politico locale, ricordando le sue parole: “Oggi siamo morti. Peggio di così… qualsiasi segnale di vita è meglio di adesso”.
Dello stesso tenore le dichiarazioni del sindaco di Simbario, Gennaro Crispo, che sottolinea come il suo comune confini con il Catanzarese e viva ormai da tempo una gravitazione naturale verso Soverato e Catanzaro. «La nostra gente si cura negli ospedali di Soverato, lavora nel Catanzarese, manda i figli a scuola lì. È logico tornare dove siamo sempre appartenuti per cultura, economia e servizi».
Anche Fabrizia spinge: servizi essenziali e coerenza territoriale
La presa di posizione del sindaco di Fabrizia, Francesco Fazio, rafforza ulteriormente il fronte dei Comuni favorevoli al passaggio dalla Provincia di Vibo Valentia a quella di Catanzaro. Con il suo annuncio ufficiale, Fazio sottolinea come la scelta non sia dettata solo da questioni amministrative, ma anche da una coerenza territoriale già evidente sul piano ecclesiastico, visto che Fabrizia appartiene alla diocesi di Catanzaro-Squillace. «Siamo impegnati a cercare soluzioni che garantiscano servizi essenziali e una vita dignitosa ai nostri cittadini», afferma il primo cittadino, evidenziando come il declino infrastrutturale e sociale della provincia attuale renda necessaria una revisione del quadro territoriale.
Le ragioni di un ritorno: più efficienza, più servizi, più identità
Dietro la rivolta dei sindaci c’è una convinzione condivisa: la Provincia di Catanzaro garantirebbe servizi più efficienti, migliori collegamenti e una maggiore coesione territoriale. Le strade verso Vibo sono tortuose, le connessioni digitali fragili, i tempi della burocrazia eterni. Al contrario, Catanzaro appare più accessibile, più connessa, più vicina ai bisogni concreti. E poi c’è un aspetto identitario: Serra San Bruno e le Serre sono sempre state legate storicamente al Catanzarese, da cui derivano tradizioni, rapporti sociali e culturali.
L’ostacolo della continuità territoriale
C’è però un nodo tecnico: Serra San Bruno non confina direttamente con la Provincia di Catanzaro. Perché il trasferimento sia possibile, serve la partecipazione dei comuni limitrofi — Brognaturo, Simbario e Spadola — in modo da creare quella “continuità territoriale” considerata un principio fondamentale dell’ordinamento italiano. Un passaggio complesso, ma non impossibile, soprattutto se sostenuto da un fronte unitario dei sindaci delle Serre.
La riforma Delrio e l’agonia delle Province
Nel mirino c’è anche la Riforma Delrio del 2014, che ha trasformato le Province in enti di secondo livello, svuotandole di competenze e risorse. Per molti amministratori locali, quella legge ha sancito la morte politica dei territori, creando istituzioni senza potere e lasciando le comunità più piccole in balia dell’abbandono. «Molti errori sono stati fatti con la Riforma Delrio – dice Tassone – ma questo non significa che dobbiamo morire per questa riforma. Va ripensata».
Un segnale politico per Roma
Il caso delle Serre non è solo una questione locale: è un campanello d’allarme per il governo. Il malcontento che sale dalle montagne vibonesi mette in luce il fallimento di una riforma territoriale pensata per razionalizzare ma che, in realtà, ha tagliato fuori intere aree interne dal processo decisionale. Il “ritorno a Catanzaro” non è quindi un passo indietro, ma una richiesta di sopravvivenza politica e civile.
La montagna che non vuole morire
Dietro le firme, i consigli comunali e le parole dei sindaci, c’è un grido più profondo: le Serre non vogliono morire. Vogliono tornare a contare, a essere ascoltate, a sentirsi parte di un territorio che non le abbandoni. Forse, come diceva Cosmo Tassone, “qualsiasi segnale di vita è meglio di adesso”. E in quel segnale, oggi, c’è scritto a chiare lettere: “Ritorno a Catanzaro, sì.”








