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1 Aprile 2026
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Usura ed estorsioni nel Catanzarese e nel Crotonese nel nome della cosca di Cutro, 6 condanne definitive (NOMI)

Quattro gli annullamenti con rinvio decisi dalla Corte di Cassazione nell'ambito del processo Jonica. Per il collaboratore di giustizia Dante Mannolo il reato si è prescritto

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Sei condanne definitive, quattro annullamenti con rinvio e uno senza rinvio perché il reato è prescritto per gli undici imputati, giudicati con rito abbreviato nel processo Jonica, scaturito dell’inchiesta della Dda di Catanzaro, “Jonica”,  scattata il 2 maggio 2022 con 10 arresti eseguiti dalla Guardia di finanza di Crotone, spezzando i tentacoli alla cosca Mannolo-Zoffreo-Trapasso-Falcone di San Leonardo di Cutro, capeggiata dal boss Alfonso Mannolo, sulle estorsioni nei villaggi turistici de Crotonese e del Catanzarese. Ha retto anche in terzo grado la ricostruzione accusatorio della Direzione distrettuale antimafia che ha svelato l’esistenza di nuova “provincia” comprendente l’Alto Ionio Catanzarese e il basso Crotonese, costituita da varie ‘ndrine Sanleonardesi, componenti la locale che si è spartito il territorio per riscuotere i soldi delle estorsioni. Da località Barco Vercillo del Comune di Cutro, sino a San Vincenzo di Sellia Marina (provincia di Catanzaro), in un tratto di costa di circa quaranta chilometri, a ciascuna famiglia sarebbe stato affidato un determinato villaggio o complesso turistico da cui ricavare illecitamente introiti estorsivi.

Le condanne definitive

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili sei ricorsi e per gli imputati passa in giudicato la sentenza emessa dalla Corte di appello di Catanzaro a maggio scorso, quando i giudici hanno inflitto a Santino Catarisano, 6 anni, 2 mesi e 20 giorni; a Fiore Zofreo, 7 anni, 2 mesi e 20 giorni; ad Albano Mannolo, 2 anni, 2 mesi e 20 giorni; ad Antonio Mannolo, 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; a Carmelina Mannolo, 1 anno, 9 mesi e 10 giorni e a Leonardo Mannolo, 2 anni, 2 mesi e 20 giorni. Per Alfonso Mannolo la condanna a 10 anni, 1 mese e 10 giorni di carcere era già diventata definitiva lo scorso maggio, non avendo proposto ricorso in Cassazione. 

Annullamento con rinvio

I giudici di piazza Cavour hanno annullato con rinvio la sentenza di condanna di secondo grado a 2 anni, e mesi e 20 giorni di reclusione per Vincenzo Mercurio, limitatamente all’aggravante mafiosa e circostanze generiche; a 5 anni e 4 mesi per Carmine Ranieri; a 6 anni, 10 mesi e 20 giorni per Remo Mannolo limitatamente alle aggravanti riferite alle estorsioni riguardanti l’appartenenza all’associazione mafiosa (tutti e tre difesi dall’avvocato Salvatore Iannone) e a 2 anni e 8 mesi per Giuseppe Trapasso, (difeso dall’avvocato Giuseppe Fonte) con riferimento alle attenuanti generiche. Per loro ci sarà un nuovo processo di appello, anche se per i restanti capi di accusa i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.

Reato prescritto

Annullamento senza rinvio per il collaboratore di giustizia Dante Mannolo, (condannato in appello a 3 anni e 10 mesi) perché il reato si è prescritto. Impegnati in Cassazione anche gli avvocati Luigi Falcone, Piero Mancuso, Aldo Truncè e Paolo Carnuccio.

Le estorsioni e le minacce di morte

E’ lungo l’elenco delle estorsioni ricostruito dalla Dda per costringere imprenditori e titolari di strutture turistiche a pagare le tangenti e bastava proferire il nome della locale di Cutro per ottenere una barca di soldi. Dalle escussioni degli imprenditori vessati è venuto fuori un progetto per ottenere danaro, avvalendosi dello strumento delle minacce, di portata più vasta rispetto a quanto registrato nell’ambito dell’inchiesta “Malapianta” stringendo in una morsa, tutte le strutture del litorale ionico soggiogate alla locale di San Leonardo di Cutro. La sottomissione dei villaggi e dell’intero indotto costituito dai fornitori di beni e servizi rappresenterebbe un piano delinquenziale condiviso dalle consorterie dei Mannolo, Trapasso, Falcone e Zoffreo.

I villaggi turistici nella morsa della ‘ndrangheta

Secondo le accuse formulate dalla Dda Alfonso Mannolo insieme al figlio Dante avrebbe minacciato di morte il titolare di una ditta individuale, dedita a lavori edili, esecutore del contratto di appalto per la manutenzione del verde in un villaggio turistico, a consegnare loro  mille euro mensili dal febbraio 2017 al maggio 2017; 1.200 euro al mese dal giugno 2017 al dicembre 2017; altri 1.100 dal gennaio 2018 al mese di aprile 2019. Alfonso Mannolo, vertice apicale dell’omonima consorteria di ‘ndrangheta cutrese, avrebbe deciso la spartizione delle imposizioni estorsive, mentre Dante, aderendo alle strategie criminali della consorteria, avrebbe sollecitato le dazioni mensili di denaro, ricevendo le somme estorte in contanti. Stesso sistema messo in atto nei confronti di una ditta individuale esercente l’attività di  “Coltivazioni di cereali” e  “Altri servizi N.C.A.”, esigendo in contanti 800 euro mensili da gennaio 2001 al dicembre 2006 e 900 euro sempre ogni mese da gennaio 2007 a dicembre 2016. Fatti aggravati dall’essere stati commessi da persone appartenenti al sodalizio di ‘ndrangheta denominato locale di San Leonardo di Cutro, a cui assicuravano i proventi dell’attività estorsiva accrescendone la forza economica, il controllo del territorio e quindi la capacità operativa. Anche  Fiore Zoffreo, avrebbero costretto un imprenditore, titolare di una società con sede a Catanzaro, a consegnare, proprie mani, una mazzette di ben 170mila euro dal 2001 al 2018, obbligato a dare a Zoffreo ulteriori 10mila euro anni, con bonifico bancario eseguito in pagamento di una fattura, emessa a fronte di lavori solo fittiziamente eseguiti dalla ditta individuale intestata allo stesso Zoffreo.

La spartizione del territorio

Tre i villaggi turistici ubicati a Sellia Marina sotto il giogo estorsivo delle ‘ndrine ricomprese nella locale di San Leonardo di Cutro, secondo uno schema “divisionale” che avrebbe attribuito a diversi esponenti della famiglia Mannolo la “competenza” sui villaggi del litorale Jonico. Una vicenda ricostruita attraverso le dichiarazioni di un imprenditore, il quale, a partire dal 2002, era subentrato nella gestione di queste strutture ricettive di proprietà della famiglia. Il suo narrato ha consentito di accertare l’esistenza di continue estorsioni da parte degli esponenti della famiglia Mannolo, subite per oltre 15 anni e pagate annualmente sia dalla proprietà che dai conduttori per salvaguardare l’operatività delle strutture alberghiere, tenuti a versare un “pensiero”.

“Si pagava a titolo estorsivo una quota annuale fino a 25mila euro”

Pretese estorsive confermate anche dal collaboratore di giustizia Dante Mannolo, che ha parlato di un vero e proprio accordo di spartizione mafiosa tra i diversi rami dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta per dare a ciascuno una precisa fetta delle estorsioni sui villaggi: “ribadisco che per poter condurre i villaggi turistici, i proprietari di tali strutture hanno versato contributi estorsivi alla mia famiglia e a quella di mio zio Giuseppe ora deceduto. Per un villaggio turistico si pagava una quota pari a circa 25mila euro annui, mentre per un altro 10mila. Tale situazione è così dagli anni ‘80 e posso dirvi che i ratei estorsivi il proprietario dei villaggi li ha consegnati a volte anche a me e ai miei cugini Albano e Leonardo Mannolo”. Rispetto ad un terzo villaggio, la vittima ha affermato di aver provveduto personalmente al pagamento della guardiania, quantificata in circa 5-6mila euro l’anno, consegnando il denaro direttamente nelle mani di Santino Caterisano: “nel periodo in cui io e la mia famiglia abbiamo gestito direttamente il villaggio, dal 2013 al 2018, ho provveduto personalmente a pagare l’estorsione ai Mannolo per il quieto vivere. Le quote annuali ammontavano a circa 5- 6mila euro, che, a secondo delle mie disponibilità, provvedevo a versare in un’unica soluzione o in più trance. I pagamenti, nel corso delle varie stagioni, li ho effettuati, di solito, nelle mani di Santino Caterisano”.

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