C’è un prima e un dopo Rinascita Scott. La maxi-inchiesta che ha smontato uno dei sistemi mafiosi più pervasivi della Calabria ha lasciato un territorio profondamente diverso: più libero, più osservato, ma anche esposto a nuovi rischi. Perché dove lo Stato colpisce duro, i vuoti creati diventano terreno di caccia per nuove leve criminali. Il colonnello Antonio Parillo, comandante provinciale dei Carabinieri di Vibo Valentia, questo lo sa bene. Uomo di esperienza, sguardo diretto, formazione d’élite (Nunziatella, Modena, Roma, Ros), Parillo non usa filtri.
Nel corso dell’intervista a Pagina Protetta su Radio Onda Verde, rispondendo alle domande di Nicolino La Gamba, ha delineato con lucidità la mappa della sicurezza vibonese: vuoti di potere, boss al 41 bis, nuovi equilibri, prevenzione, funzione sociale dell’Arma, legalità come cultura, depuratori, turismo, lavoro nero.
Vibo dopo Rinascita Scott: “La situazione è cambiata, ma adesso serve leggere i segnali”
A cinque anni dall’ondata giudiziaria che ha ribaltato gli equilibri criminali del Vibonese, il colonnello Parillo fotografa una terra diversa: più libera, ma anche più esposta ai nuovi tentativi di riorganizzazione. «Le attività investigative degli ultimi anni — penso soprattutto a Rinascita Scott — hanno migliorato in modo significativo il fragile tessuto di questa terra», afferma senza esitazioni. «Gli anni in cui i clan dettavano tempi, regole e perfino linguaggi sono alle spalle. Ma sarebbe pericoloso considerare questa partita chiusa».
La vera sfida, secondo il comandante, inizia proprio ora. «Dopo un colpo di questa portata si crea inevitabilmente un vuoto. E laddove c’è un vuoto di potere, qualcuno prima o poi sarà interessato a occuparlo. È un meccanismo strutturale delle organizzazioni mafiose, non un dettaglio. A noi spetta la capacità di leggere l’evoluzione del fenomeno, cogliere i segnali deboli, anticipare le mosse».
Parillo insiste su un concetto chiave: prevenire significa analizzare ogni micro-indizio che arriva dal territorio. «La prevenzione non si fa solo con i grandi blitz. Si fa leggendo i comportamenti, osservando gli spostamenti, studiando le nuove leve, captando le ambizioni che nascono nei vuoti lasciati dai vecchi boss. Dobbiamo frustrare sul nascere queste aspirazioni», dice.
I boss vibonesi al 41 bis: “Intorno a loro si muovono soldi, avvocati e famiglie”
La fotografia del colonnello è cruda, priva di edulcorazioni. Parillo parte da un dato che raramente viene esplicitato così chiaramente: «La popolazione detenuta al 41 bis è significativamente costellata da vibonesi. Una percentuale non irrilevante».
Dietro quella percentuale si nasconde un mondo complesso, un’economia parallela che non scompare quando il capo viene arrestato: muta, si adatta, si riconfigura. Parillo lo spiega con un pragmatismo che non lascia spazio a equivoci: «Chi finisce al 41 bis non ha diritto al gratuito patrocinio. Un boss detenuto, un esponente apicale, non è una persona che si autosostiene. Ci sono avvocati da pagare, famiglie da mantenere, interessi da presidiare. E questi costi non svaniscono con la detenzione. Si trasferiscono sul territorio. Anche in una fase di apparente calma, sotto la cenere qualcosa si muove sempre».
Secondo il colonnello, la detenzione dei vertici non elimina le dinamiche interne: le reazioni e le tensioni si spostano all’esterno, dove giovani leve, parenti, gregari e figure emergenti provano a ricalibrare ruoli e spazi. «Il 41 bis è un punto fermo per lo Stato, ma crea inevitabilmente pressioni esterne: economiche, familiari, organizzative. Noi dobbiamo intercettare questi movimenti, capire chi tenta di subentrare, chi si muove silenziosamente, chi si propone come nuovo interlocutore».
Denunce anonime: “Bisogna avere il coraggio di metterci la faccia”
È uno dei passaggi più diretti, più forti e più politici dell’intervista. Il colonnello non gira intorno al problema: «Ricevo molti scritti anonimi. Li leggo, li analizzo, li considero. Ma la domanda da porsi è un’altra: perché anonimi? Per quale motivo una persona sceglie l’anonimato? Molte volte l’anonimato diventa uno strumento per muovere accuse false, manipolare contesti, alterare dinamiche interne. È accaduto altrove e accade anche qui».
Parillo cita un caso emblematico, quasi didattico: «A Napoli — ed è un fatto documentato — la minoranza di un consiglio comunale scriveva esposti anonimi contro la maggioranza per provocare lo scioglimento dell’ente. È successo davvero».
Il colonnello non demonizza gli anonimi, ma esorta il territorio a un salto culturale: «Utilitaristicamente, meglio sapere una cosa che non saperla. Ma nel 2025, dopo che lo Stato ha dimostrato tanta efficienza e ha restituito ampie porzioni di questo territorio alla legalità, è arrivato il momento che le persone pulite mettano la faccia».
Scioglimenti per mafia: “Non è una punizione, è una bonifica”
Questo è un tema cruciale per il Vibonese, il territorio con il più alto numero di scioglimenti per mafia in Italia. Parillo lo affronta con chiarezza: «Lo scioglimento dei comuni non è una sanzione. È un provvedimento preventivo. Serve a ripristinare legalità e funzionamento dei servizi, a bonificare un sistema amministrativo compromesso».
Non una punizione, dunque, ma uno strumento di salvaguardia. «L’obiettivo non è colpire un territorio o una comunità, ma evitare che i cittadini paghino il prezzo delle infiltrazioni mafiose. Lo Stato interviene per rimettere ordine, riportare trasparenza, ricostruire i presupposti della democrazia locale». Aggiunge un dettaglio spesso dimenticato: «A Vibo non sono stati sciolti solo i comuni: anche l’Asp è stata commissariata per infiltrazioni mafiose. Questo dà la misura della pervasività del fenomeno». Infine, un chiarimento decisivo: «Chi sostiene che lo scioglimento sia un provvedimento afflittivo mente sapendo di mentire. Lo scioglimento serve a proteggere i cittadini e il territorio».
Il modello territoriale: “Capillarità, presenza, prossimità”
L’Arma dei Carabinieri, per il colonnello, non è un concetto astratto ma una presenza fisica e quotidiana: “Dove spesso lo Stato non arriva, c’è una stazione dei Carabinieri. Penso a Nardodipace: è il nostro avamposto, quasi al confine. È questo il nostro modello, radicato sul territorio“.
Il flusso informativo è strutturato e rigoroso: “Dalla stazione alla compagnia, poi alle sezioni operative. Se un fatto richiede un approfondimento, si va sotto la direzione dell’autorità giudiziaria. Se non supera la soglia penale ma è rilevante per la sicurezza, la prefettura viene immediatamente coinvolta
Il “doppio passo lento”: l’Arma come presenza umana
Parillo richiama una delle immagini più evocative dell’Arma: “Mi piace ricordare il passo di Collodi sul doppio passo lento dei Carabinieri nella notte. Quel passo deve infondere tranquillità. Noi siamo uomini, fatti di carne e di ossa. La prossimità al cittadino e il trattamento umano sono imprescindibili”.
Qui il colonnello mostra la sua visione più umana: “L’anziano truffato potrebbe essere nostro nonno. La donna aggredita potrebbe essere nostra sorella. Non significa indulgere verso chi delinque, significa essere consapevoli del dolore umano che affrontiamo“. Annuncia un nuovo metodo di prevenzione: “Vogliamo coinvolgere i giovani creando un codice comunicativo con i nonni: se ti chiamo io ti dico questa parola, se non la senti non sono io. È un modello operativo che presenteremo nei prossimi incontri”.
“Mi aspettavo il mare trasparente. Ho trovato il mare verde”
Appena arrivato, Parillo ha visto qualcosa che non gli è andato giù: “Pensavo di trovare un mare trasparente. Ho trovato un mare verde. Le vostre potenzialità sono enormi: la Costa degli Dei merita rispetto”. Riconosce però i progressi: “Il modello Vibo — il coordinamento tra Carabinieri, Forestali, Guardia di Finanza e procure — è diventato un modello esportato anche altrove”.
Il comandante chiude il cerchio: “Vengo da turista, vedo ristoranti eccellenti. Ma i lavoratori sono tutti in regola? Il lavoro nero è un fenomeno che mi viene segnalato e che intendo contrastare. Il turismo di qualità cammina solo sul binario della legalità“.









