Le telecamere di Articolo 21, il programma di Lino Polimeni in onda su Ten – Canale 12 ogni giorno dalle 15 alle 17 e in replica dalle 23, hanno varcato la porta della casa di Mariano questa mattina, per uno speciale che va in onda proprio oggi. Un incontro che non è solo televisione, ma un abbraccio collettivo a un bambino che da 12 anni combatte contro una malattia che il mondo medico ha visto pochissime volte.
Mariano pesa quasi 200 chili, non per cattive abitudini o per pigrizia, ma per una patologia rarissima, «con molta probabilità una Sindrome di Demortiae», come ha spiegato la sua famiglia. Una condizione che ricorda, per alcuni aspetti, la MOMO syndrome, ma con una base ancora più complessa: «una displasia del setto ottico, un deficit ipotalamico-ipofisarico, nervi ottici molto piccoli e una vista fortemente ridotta». Un quadro clinico severo che negli anni avrebbe potuto condannarlo a un ritardo psicomotorio o a un blocco totale della crescita. «Tutte sentenze smentite», raccontano i genitori con un filo di orgoglio e di commozione.
Una famiglia che non si arrende, una comunità che non lo abbandona
Mariano vive a Maida, in provincia di Catanzaro. Sua madre è un avvocato, suo padre un commercialista. Hanno speso tutto per le cure, per i supporti medici, per ciò che lo Stato non ha garantito. Maida, però, non li ha lasciati soli: la comunità ha già raccolto 40.000 euro. Un segno concreto di quanto questo bambino sia diventato un simbolo di forza, dignità e speranza.
Eppure, nonostante il coraggio e la buona volontà di tanti, Mariano non può prendere un aereo: le compagnie non gli garantiscono i posti e gli ausili necessari. Ed è qui che il silenzio delle istituzioni pesa più di tutto. Perché un bambino che combatte così tanto non dovrebbe essere lasciato solo davanti ai limiti burocratici che gli impediscono perfino di curarsi altrove.
Il sogno del mare e la promessa per il 2026
Mariano non ha mai fatto un bagno al mare. Nonostante viva in Calabria, una terra che regala acqua cristallina a chiunque tranne a lui. Poi è arrivata la promessa di Lino Polimeni, un impegno preso davanti alle telecamere e ripetuto con la sincerità di un padre: «Ho promesso che nell’estate 2026 lo porterò su un’imbarcazione, con una pedana speciale per la sua carrozzella larga quasi 90 cm». Un progetto che è già in movimento, perché quando una comunità si mette in cammino nulla diventa impossibile.
Nel frattempo, i compagni di classe lo hanno salutato in videochiamata. Parole semplici, pure, che fanno più rumore di mille discorsi istituzionali. «Ti ringrazio tanto per la pazienza che avete», dice uno di loro. «Gli volete bene a Mariano?», chiede Polimeni. «Sì!», rispondono in coro. E la professoressa aggiunge: «È un tesoro, è sempre disponibile, partecipa, studia…».
Le lacrime che non bisogna vergognarsi di mostrare
Durante la registrazione, Mariano si commuove. Scoppia a piangere, cercando di trattenersi. E si commuove anche Polimeni. «È l’emozione di un papà», dice. «Spero di esserti utile e di starti vicino». Una frase che pesa come una carezza, perché è detta con la voce rotta. «Hai bisogno di fare una vita normale», gli ripete. E il Capitano annuisce, asciugandosi gli occhi.
La Calabria che può fare la differenza
È una richiesta d’aiuto fatta con rispetto, pudore e verità. Perché Mariano non chiede privilegi: chiede diritti. Quelli che ogni bambino dovrebbe avere. E allora sì, aiutiamo il Capitano Mariano. Non per pietà, ma per giustizia. Perché una comunità che si muove può abbattere le barriere che le istituzioni non hanno ancora abbattuto.
La storia di Mariano non è un racconto di dolore. È un racconto di coraggio, di fede, di musica, di sogni che non si arrendono. Raccontiamola, condividiamola, sosteniamola. Perché un giorno, magari proprio nell’estate del 2026, quel bambino potrà guardare il mare da una barca e dire: Ce l’abbiamo fatta.









