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6 Aprile 2026
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Parricidio a Bovalino, il Riesame di Reggio concede i domiciliari con il braccialetto elettronico a Giuseppe Marando

E' indagato per l’omicidio del padre avvenuto l’11 gennaio scorso a Bovalino. La decisione arriva in accoglimento dell’appello della difesa

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Il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria, pronunciandosi sull’appello proposto nell’interesse di Giuseppe Marando, ha disposto la sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari, da eseguire presso l’abitazione dei familiari a Lecco, con applicazione del braccialetto elettronico.

Il collegio ha ritenuto che le esigenze cautelari possano essere adeguatamente soddisfatte attraverso una misura meno afflittiva rispetto alla detenzione intramuraria, mantenendo comunque stringenti prescrizioni e il controllo elettronico. La difesa è affidata agli avvocati Salvatore Staiano, Eugenio Minniti, Marta Staiano e Rebecca Minniti.

L’indagine e le accuse

L’inchiesta riguarda i fatti avvenuti l’11 gennaio scorso a Bovalino, nella provincia di Reggio Calabria, dove Francesco Marando, 54 anni, ex commerciante di San Luca, è stato trovato morto in uno stabile alla periferia del centro abitato, a ridosso della statale 106. Per l’episodio sono stati sottoposti a fermo due fratelli, uno dei quali minorenne, con le accuse, a vario titolo, di omicidio, occultamento di cadavere e porto abusivo di arma da fuoco. Secondo l’impostazione investigativa, a sparare sarebbe stato il figlio maggiore.

La ricostruzione dei fatti

Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Locri, l’omicidio sarebbe maturato al culmine di una lite familiare, legata a dissidi di lunga data. In un primo momento, la morte dell’uomo era stata segnalata come un presunto arresto cardiocircolatorio, ma i sanitari del 118, intervenuti sul posto, avevano riscontrato elementi anomali, tra cui ferite alla nuca, incompatibili con una causa naturale, allertando così i Carabinieri.

L’attività investigativa si è avvalsa di analisi dei sistemi di videosorveglianza, accertamenti tecnici e riscontri sul territorio. L’arma del delitto, una pistola a tamburo calibro 38 priva di matricola, è stata rinvenuta in un’area isolata del comune di Ardore, nascosta all’interno di un sacco insieme a bossoli e munizioni. È stata inoltre recuperata l’autovettura della vittima, occultata in una zona remota dell’agro di Bovalino.

La confessione e il ruolo dei due fratelli

Elemento ritenuto centrale dagli investigatori è stata la confessione resa in caserma dal figlio maggiore, che si è presentato spontaneamente e ha ammesso le proprie responsabilità, riferendo di essere stato aiutato dal fratello minorenne nell’occultamento del corpo. Secondo la ricostruzione, dopo gli spari il corpo del padre sarebbe stato trasportato e nascosto in un locale interrato dell’abitazione, dove sarebbe rimasto per circa un giorno prima della chiamata ai soccorsi.

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