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4 Marzo 2026
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Vibonese, il disastro è servito: o si cambia tutto (adesso) o è finita. La salvezza passa da una cordata locale

Una società senza volto, una città che ha abdicato, un disastro annunciato: o Vibo si riprende ora la squadra con un progetto vero oppure il calcio rossoblù è destinato a sparire

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C’è un momento preciso in cui una crisi smette di essere sportiva e diventa politica, economica e morale. La Vibonese ha superato quel punto da tempo. Oggi non siamo più davanti a una squadra che perde, ma a una società che non rappresenta più nessuno, scollegata dalla città, dalla sua storia e persino dal buon senso. Il caos che avvolge il club rossoblù non nasce all’improvviso, né può essere liquidato come una normale annata storta. È il prodotto finale di anni di solitudine, rimozioni collettive e occasioni sprecate, culminati in una gestione opaca che ha fatto esplodere tutto in pochi mesi.

La fine di un ciclo e la rimozione della memoria

Negli ultimi vent’anni la Vibonese ha avuto un punto fermo: Pippo Caffo. Un uomo che, piaccia o no, ha scritto la pagina più alta della storia calcistica vibonese, portando la squadra in Serie C (terza serie) e mantenendola nel professionismo quando tutto intorno suggeriva il contrario. Un risultato mai raggiunto prima. Oggi però Caffo ha ottant’anni, considera concluso il proprio ciclo e ha tutto il diritto di farlo. La sua colpa, semmai, è stata quella di restare troppo solo troppo a lungo, diventando nel tempo bersaglio di una piazza che prima lo osannava come un re e poi, improvvisamente, lo ha trasformato nel capro espiatorio di ogni problema.

Questa rimozione della memoria è uno dei tratti più inquietanti della vicenda. Si dimentica con facilità che Caffo ha chiesto aiuto per anni, che ha più volte detto “prendete la squadra, ve la regalo”, che ha cercato imprenditori del territorio disposti a subentrare. La risposta è stata quasi sempre la stessa: silenzio. Lo stesso silenzio che riempiva le tribune del “Luigi Razza” anche quando la Vibonese era competitiva, rispettata, temuta.

Il segreto mai raccontato: Caffo non era solo

Il successo della Vibonese non è mai stato il frutto di un uomo solo. Il vero motore di quel ciclo virtuoso è stato il binomio tra la capacità economica del gruppo Caffo e la competenza manageriale di Danilo Beccaria, il direttore generale per antonomasia, anche lui negli anni prima osannato, poi criticato e adesso rimpianto. Questo è il calcio, questa è Vibo, bella e maledetta. Insieme, Caffo e Beccaria, hanno costruito una società moderna, hanno imparato dalle sconfitte, addirittura da due retrocessioni, trasformandole in lezioni strutturali. È sotto quella guida che la Vibonese ha smesso di essere una comparsa dei dilettanti ed è diventata un modello, tanto da formare dirigenti oggi stabilmente inseriti nel calcio professionistico come Simone Lo Schiavo, oggi al Palermo, e Francesco Ramondino, oggi al Cosenza. Questo dato viene sistematicamente rimosso dal racconto pubblico. Senza Beccaria, senza una regia manageriale vera, la sola disponibilità economica non basta. E oggi lo stiamo vedendo in modo plastico.

La sponsorizzazione da 400mila euro e il castello di sabbia

Caffo non ha “abbandonato” la Vibonese. Ha semplicemente chiarito che il suo ruolo, d’ora in avanti, può essere solo quello di main sponsor, con una sponsorizzazione di circa 400mila euro. Una cifra importante, che in molte realtà di Serie D farebbe la differenza. Ma qui sta l’inganno: uno sponsor non è una proprietà, e una sponsorizzazione, per quanto lauta, non è un progetto.

Il resto delle risorse avrebbe dovuto metterle la nuova governance, quella rappresentata da Fernando Cammarata e Angelo Costa. È qui che il racconto si sbriciola. Nessuna chiarezza su chi rappresentino i due, la provenienza dei fondi per pagare gli stipendi oltre la sponsorizzazione del gruppo Caffo, nessuna visione di medio periodo, nessuna struttura manageriale credibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 42 giocatori tesserati in pochi mesi, una girandola senza precedenti, una squadra rifatta più volte, ingaggi pesanti seguiti da improvvise frenate, una gestione sportiva che assomiglia più a un mercato rionale che a un club che pretende rispetto.

Una gestione opaca e il sintomo del declino

Quando una società non sa più dove sta andando, i segnali emergono ovunque. Dal campo disastrato del “Luigi Razza”, diventato improvvisamente un lusso non più sostenibile (il peggiore di tutta la Serie D), alle scelte tecniche incoerenti, fino al continuo scaricabarile delle responsabilità. Cambiano i giocatori, cambiano gli allenatori, ma il problema resta intatto. Anzi, si aggrava.

Attribuire colpe a chi siede in panchina diventa allora non solo ingeneroso, ma strumentale. La verità è che questa Vibonese è fragile come non lo è mai stata negli ultimi dieci anni, peggio persino dell’annata della retrocessione in Eccellenza. E non per fatalità, ma per assoluta incapacità, per una catena decisionale che vede al vertice dilettanti allo sbaraglio, per una proprietà che non riesce a spiegare fino in fondo chi sia e cosa voglia.

La città che arriva sempre dopo

In questo scenario, l’indignazione tardiva della città suona stonata. Oggi si invocano interventi istituzionali, si chiamano in causa il sindaco Enzo Romeo e la politica tutta. Ma dov’era questa pressione quando serviva evitare il vuoto? Dov’erano gli imprenditori locali quando bastava mettersi insieme per costruire una transizione ordinata? Dov’era la città quando la Vibonese giocava davanti a spalti desolatamente vuoti? La pressione è arrivata solo dal nocciolo duro di tifosi che non ha mai fatto mancare apporto e calore ma il loro grido di allarme è sempre rimasto inascoltato.

La verità è scomoda: Vibo ha abdicato, e qualcun altro ha occupato lo spazio lasciato libero. Non sorprende allora che oggi due signori venuti da fuori decidano le sorti del club. Non sono loro il problema principale. Il problema è il vuoto che li ha resi possibili.

L’illusione dell’azionariato popolare

In questo contesto riemerge, come una formula magica buona per tutte le stagioni, l’idea dell’azionariato popolare. Un’idea suggestiva, ma fuori tempo massimo. È già stata sperimentata, prima con Beccaria e poi con un altro manager competente come Antonello Gagliardi, senza risultati all’altezza delle aspettative. Pensare di partire da lì oggi significa confondere la fine con l’inizio. L’azionariato popolare può essere un approdo, non una base. Prima servono strutture, governance, credibilità.

L’unica via d’uscita possibile

Se davvero si vuole evitare di tornare indietro di vent’anni, la strada è una sola e non ammette scorciatoie. Serve un nuovo patto. La politica, quella vera, deve assumersi la responsabilità di guidare il processo, non di limitarsi alle dichiarazioni. L’imprenditoria sana che esiste e opera su questo territorio deve uscire allo scoperto, superare individualismi e paure, e costruire una società solida guidata da una cordata di imprenditori e professionisti vibonesi. Il gruppo Caffo è pilastro economico esterno sul quale poggiarsi in modo pragmatico in un calcio dai costi altrimenti insostenibili per una piccola piazza come Vibo. Una base certa per una ripartenza solida. E soprattutto deve tornare una guida manageriale competente, capace di rimettere ordine, visione e metodo. In una parola: Danilo Beccaria. Non è nostalgia. È realismo. Chiunque subentri ripartirebbe da uno sponsor importante e da un nome che nel calcio professionistico gode ancora di rispetto. Beccaria è stato cercato da più club. Tornerebbe solo per la Vibonese, ma solo per un progetto credibile.

Il tempo delle scuse è finito

La Vibonese era un gioiello invidiato da tutti. È stata distrutta in sei mesi perché nessuno ha vigilato, perché troppi hanno preferito guardare altrove. Oggi non servono più alibi, né narrazioni difensive. Serve una scelta netta. Adesso. Perché il calcio, come le comunità, non muore all’improvviso. Muore quando nessuno se ne prende più cura. E a Vibo, troppo a lungo, è andata esattamente così.

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