La Seconda sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro ha pronunciato sentenza di assoluzione piena nei confronti di Giuseppe Fortuna, classe 1977, e Giuseppe Fortuna, classe 1963, riformando integralmente la decisione emessa in primo grado dal gup del Tribunale di Catanzaro. Il collegio, presieduto da Alessandro Bravin e composto dai giudici Roberta Carotenuto e Giovanna Mastroianni, ha stabilito l’assoluzione per non aver commesso il fatto e perché il fatto non costituisce reato, disponendo il deposito delle motivazioni entro novanta giorni.
Il ribaltamento del primo grado
Nel giudizio di primo grado, celebrato con rito abbreviato, i due imputati erano stati condannati a pene rispettivamente pari a cinque e quattro anni di reclusione. La Corte d’Appello ha invece accolto integralmente le tesi difensive, annullando le responsabilità penali contestate. A difendere i due imputati gli avvocati Sergio Rotundo e Antonio Galati.
Il procedimento e il contesto investigativo
Il procedimento trae origine dall’operazione antimafia denominata “Rinascita Scott 3 – Assocompari”, avviata nel gennaio 2023 come sviluppo investigativo della più ampia inchiesta Rinascita Scott, eseguita nel dicembre 2019 dai Carabinieri. L’indagine era finalizzata ad approfondire una presunta operazione fraudolenta risalente al 2017, che avrebbe coinvolto più territori – tra Calabria ed Europa orientale – e investitori stranieri interessati a un progetto immobiliare.
Le accuse contestate
A Giuseppe Fortuna (classe 1977) veniva contestato il reato di trasferimento fraudolento di valori, aggravato dal metodo mafioso, in relazione al ruolo ricoperto come amministratore e socio unico di una società estera. Ad entrambi gli imputati era inoltre attribuita l’ipotesi di concorso in autoriciclaggio, anch’essa aggravata, con riferimento alla costituzione di una società operante nel settore edilizio e a flussi finanziari provenienti dall’estero per l’esecuzione di lavori. Su tutte le imputazioni la Corte ha pronunciato assoluzione. L’aggravante contestata faceva riferimento a presunti collegamenti con il clan Bonavota di Sant’Onofrio, circostanza che, secondo i giudici di secondo grado, non ha trovato conferma sufficiente sul piano probatorio ai fini di una responsabilità penale.









