La Corte di Cassazione mette il punto fermo su una parte cruciale del maxiprocesso Rinascita Scott e lo fa nel modo più netto: dichiarando inammissibili i ricorsi presentati dopo il patteggiamento in appello. Così diventano definitive le condanne per Salvatore Morelli e Antonio La Rosa, due nomi di peso della ’ndrangheta vibonese, già colpiti da pene rideterminate nel marzo dello scorso anno a seguito di accordo tra accusa e difesa. La Quinta sezione penale ribadisce un principio chiaro: il patteggiamento in appello vincola integralmente le parti, e non può essere rimesso in discussione in Cassazione. Da qui il rigetto dei ricorsi e l’irrevocabilità delle pene.
Salvatore Morelli, l’ascesa e il carcere duro
Per Salvatore Morelli, 43 anni, di Vibo Valentia, la sentenza diventa definitiva a 19 anni di reclusione. Figura ritenuta di primo piano nell’assetto criminale cittadino e ritenuto uno dei vertici delle cosiddette “nuove leve” ed esponente di spicco della ‘ndrina Pardea, Morelli – noto come “Turi l’Americano” – viene indicato come uno dei protagonisti del tentativo di riorganizzazione mafiosa capace di insidiare lo storico predominio dei clan tradizionali e, in particolare, quello dei Barba-Lo Bianco a Vibo.
La sua traiettoria criminale passa dai rapporti strettissimi con Andrea Mantella fino alla guida di una consorteria autonoma, in contatto con i Piscopisani e altre famiglie di peso. Catturato nel 2021 dopo essere sfuggito alla maxi-retata del 2019, Morelli è oggi sottoposto al regime di carcere duro (41 bis). Le condanne a suo carico comprendono associazione mafiosa, estorsioni e armi.
Antonio La Rosa, il reggente di Tropea
È definitiva anche la condanna a 16 anni di reclusione per Antonio La Rosa, 64 anni, di Tropea. Considerato il reggente dell’omonima cosca, La Rosa è una figura storica della criminalità organizzata del territorio. Già colpito in passato da condanne definitive per mafia, il suo profilo emerge per la capacità di tenere relazioni stabili con le principali consorterie della provincia e non solo.
I giudici hanno valorizzato il suo ruolo nel coordinamento dei rapporti tra clan, dai Mancuso ai Lo Bianco, fino alle famiglie attive sulla costa e nell’entroterra vibonese. Anche per lui è in atto il regime di carcere duro, mentre restano aperti altri capitoli giudiziari in procedimenti paralleli nei quali risulta imputato ancora in attesa di giudizio.
Le altre decisioni: spese, sanzioni e un rinvio
Oltre alle pene definitive inflitte ai due boss di vertice, la Cassazione ha messo il sigillo anche sulle posizioni degli altri imputati che avevano scelto il patteggiamento in appello, rendendo irrevocabili le rispettive condanne. Diventano così definitive le pene a 12 anni e 2 mesi per Antonio Lo Bianco, ritenuto elemento apicale dell’omonima cosca vibonese, a 12 anni per Gaetano Molino, considerato intraneo al clan Mancuso di Limbadi, e a 10 anni e 8 mesi per Giuseppe Mangone, indicato come figura di collegamento tra la cosca Mancuso e il locale di ’ndrangheta di Mileto.
Per tutti, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che l’accordo sulla pena raggiunto in appello tra accusa e difesa non può essere rimesso in discussione in sede di legittimità. Una linea netta che ha comportato anche sanzioni economiche: ciascun ricorrente dovrà versare 3.000 euro alla Cassa delle ammende e rifondere le spese legali delle parti civili, quantificate in 3.500 euro per ciascun ente costituito, tra cui numerosi Comuni del Vibonese, la Provincia e l’associazione Libera, oltre ad altre realtà impegnate sul fronte della legalità e dell’antimafia.









