La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere divide la politica, spacca la magistratura, infiamma il dibattito pubblico. Da un lato chi la presenta come una svolta di civiltà giuridica, dall’altro chi la descrive come un attacco all’indipendenza della giurisdizione. In mezzo, il cittadino, spesso disorientato da slogan contrapposti e letture ideologiche. In questo scenario prende posizione l’avvocato Salvatore Staiano, uno dei più noti penalisti italiani, calabrese di Soverato, fine intellettuale e giurista rigoroso, voce da sempre fuori dal coro. E lo fa senza esitazioni: la riforma va sostenuta. Ma non per ragioni politiche. Per ragioni giuridiche.
Una voce controcorrente in un dibattito drogato
Nel dibattito sulla separazione delle carriere, una delle anomalie più evidenti è il tono ideologico con cui il tema viene affrontato. Chi è favorevole viene spesso dipinto come “nemico della magistratura”, chi è contrario come “difensore della Costituzione”. Una semplificazione che Salvatore Staiano rifiuta radicalmente. “Io non faccio battaglie politiche. Non mi interessa – precisa – difendere una corporazione né attaccarne un’altra. Il mio è un ragionamento giuridico, di struttura. Quando il dibattito si abbassa a slogan, il diritto muore”.
Staiano denuncia una deriva comunicativa che ha trasformato una riforma di architettura costituzionale in una guerra di tifoserie. “Si discute come se fossimo allo stadio. Ma qui non si tratta di vincere o perdere. Si tratta di capire se il processo penale, così com’è, garantisce davvero l’accertamento della verità o se invece incorpora dei fattori di distorsione”.
“Il problema non è il pm. Il problema è la verità”
Entrando nel merito della questione, Staiano parte da un punto che ritiene decisivo: non si sta discutendo di una riforma ordinaria, ma di una revisione costituzionale. E la Costituzione, ricorda, non è un elenco di norme tecniche, ma un sistema che definisce “serto-assiologico“, una “ghirlanda di principi” dotata di dinamismo interno. “Il Costituente ha avuto l’intelligenza di inserire nella Carta degli anticorpi, strumenti che consentono ai principi di essere rimodulati senza snaturarli, mantenendo intatta la loro identità ma rendendoli coerenti con l’evoluzione della società”.
Il punto, chiarisce Staiano, non è il potere del pubblico ministero, né il suo rafforzamento o indebolimento. Il punto è il metodo del processo. “Il processo penale serve ad accertare la verità processuale. E la verità non nasce dall’autorità, ma dal metodo. Il metodo è il contraddittorio”. Un riferimento diretto all’articolo 111 della Costituzione, che consacra il processo come luogo di confronto tra parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo.
La grande mistificazione: il pm “parte imparziale”
Al centro della visione di Staiano c’è una concezione laica e realistica del processo penale. “Il processo non è un luogo di armonia. È un luogo di conflitto regolato. Accusa e difesa non sono amiche, sono rivali. Ed è giusto che sia così”. Una visione che ribalta molta retorica corrente. “L’avvocato non deve cercare la verità. Deve difendere il suo assistito. Il pubblico ministero non deve essere equidistante: deve sostenere l’accusa. La verità nasce dopo, dalla collisione di queste forze, davanti a un giudice che non appartiene a nessuna delle due”.
Uno dei passaggi più duri dell’intervista riguarda quella che Staiano definisce una contraddizione logica irresolubile: l’idea del pubblico ministero come “parte imparziale”. “È un ossimoro insostenibile. Una parte imparziale non esiste. È come dire “silenzio assordante”: alla fine resta l’assordante, non il silenzio. Il pm è una parte, porta nel processo una sua ipotesi accusatoria. Non porta la verità”.
Un chiarimento netto, che non mette in discussione l’onestà personale dei magistrati requirenti, ma la struttura del processo. “Il pubblico ministero costruisce un’ipotesi a partire da una notizia di reato. È inevitabile che se ne innamori. Non perché sia disonesto, ma perché è umano. Ed è per questo che serve l’altra parte, la difesa, e un giudice realmente distante da entrambe”.
L’errore giudiziario come fatto fisiologico (e rimosso)
Staiano affronta senza ipocrisie anche il tema dell’errore giudiziario, spesso rimosso dal dibattito pubblico. “L’errore non è un accidente raro. È una possibilità fisiologica di ogni sistema umano. Quando lo si nega, si entra nella patologia”. Secondo il penalista, il vero scandalo non è l’errore in sé, ma la resistenza del sistema a riconoscerlo. “Abbiamo costruito una narrazione per cui il giudice è infallibile e il processo è sempre giusto. Non è così. E chi lo dice non delegittima la giustizia, la rende più forte”. La separazione delle carriere, in questa prospettiva, diventa una terapia preventiva. “Ridurre i fattori di condizionamento non elimina l’errore, ma ne abbassa la probabilità. Questo è l’obiettivo di una riforma seria”.
Perché la separazione delle carriere è indispensabile
Da qui la conclusione: la separazione delle carriere non è una punizione per i pm, ma una condizione necessaria per la credibilità del processo. “Una parte non può essere il tutto. Il giudice deve essere imparziale, ma soprattutto deve apparire imparziale. E non può apparire tale se condivide formazione, carriera, valutazioni e cultura professionale con una delle parti”.
Staiano porta un esempio concreto, vissuto quotidianamente nelle aule di giustizia: “Noi avvocati avvertiamo spesso una disparità comportamentale nei processi di merito. Questo non accade in Cassazione. Perché? Perché lì non si costruisce il fatto, non c’è contaminazione”.
Doppio Csm, il sorteggio e la paura delle correnti
Altro nodo centrale: il doppio Csm, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Per alcuni è il rischio di una frattura irreversibile dell’ordine giudiziario. Per Staiano è una falsa questione. “Il pubblico ministero resta nell’ordinamento giudiziario, ma non appartiene alla giurisdizione. Giudicare e ipotizzare l’accusa sono funzioni ontologicamente diverse. Pensare che debbano essere valutate dagli stessi organi è illogico”.
Il vero problema, insiste, non è organizzativo ma epistemologico. “Appartenere allo stesso gruppo produce teorie interpretative comuni, schemi mentali condivisi che incidono sulla lettura delle prove. Questo è un dato scientifico, non un attacco alla magistratura”. Staiano difende senza esitazioni anche l’introduzione del sorteggio per ridurre il peso delle correnti. “Ci sono le correnti? Sì. È emerso un problema enorme. Allora perché si ha paura del sorteggio? Perché non lo si vuole spiegare con argomenti seri?”.
Una domanda che ribalta la prospettiva: “Il sorteggio è uno dei pilastri della democrazia, insieme al principio di maggioranza. Se è così per il Parlamento, perché non dovrebbe esserlo per gli organi di autogoverno?”.
La sentenza della Cassazione e l’ipocrisia dell’indagine “a favore”
Tra i passaggi più duri, il richiamo a una recente pronuncia della Corte di Cassazione (sentenza n. 38210/2025). “La Cassazione ha chiarito che il dovere del pm di svolgere indagini a favore dell’indagato non è assistito da alcuna sanzione processuale. Se non lo fa, non succede nulla”. Da qui la demolizione di un altro mito: “Dire che il pubblico ministero agisce anche nell’interesse della difesa è una delle più grandi mistificazioni. Non perché non voglia farlo, ma perché spesso non vede ciò che contraddice la sua ipotesi”.
Staiano rivendica con forza il ruolo dell’avvocato: “Non è un intralcio ma una funzione costituzionale. Senza difesa non c’è processo, c’è solo repressione”. E aggiunge: “Quando si delegittima l’avvocatura, si delegittima il cittadino. Perché l’imputato oggi può essere chiunque”. Poi richiama la politica alle proprie responsabilità: “Le riforme non si fanno quando tutti sono d’accordo. Si fanno quando sono necessarie”. La sintesi definitiva del suo pensiero è una frase: “La separazione delle carriere non è una sfiducia nei magistrati. È una fiducia nel metodo. E il metodo è l’unica cosa che, nel tempo, distingue la giustizia dall’arbitrio”.
A chi giova davvero la riforma
Alla domanda finale – chi ci guadagna? – Staiano risponde senza esitazioni: “Ci guadagniamo tutti. Io, lei, il fruttivendolo, il barbiere. Perché abbiamo la certezza che il processo ha rimosso i pregiudizi e ha tentato seriamente di raggiungere la verità”. Una verità che non è assoluta, ma processuale, costruita attraverso il confronto leale tra accusa e difesa davanti a un giudice realmente terzo. “Il giudice non deve solo essere imparziale. Deve sembrarlo. E quando lo sembra, lo è anche nel profondo”. Al netto delle polemiche, delle paure e delle strumentalizzazioni, Staiano riconduce tutto all’essenziale: “La separazione delle carriere non è contro qualcuno. È per il processo. È per la verità. È per il cittadino”.








