A Vibo Valentia il rimpasto di giunta non è più una questione amministrativa ma un esercizio di sopravvivenza politica. Altro che riequilibri, deleghe e quote: qui si gioca a chi resta in piedi quando la musica si ferma. E mentre il Partito democratico si azzuffa come in un congresso permanente, il sindaco Enzo Romeo prende tempo, osserva, incassa e – secondo i retroscena più insistenti – alza il telefono per cercare una via d’uscita laterale. Destinatario della chiamata: Vito Pitaro.
Il rimpasto che s’ha da fare, ma nessuno vuole pagare
Il rimpasto, a Vibo, s’ha da fare. Tutti lo dicono, nessuno lo nega. Ma nessuno è disposto a pagarne il conto. Romeo è stretto in una morsa che si stringe ogni giorno di più. Da una parte le pressioni dei fedelissimi di Ernesto Alecci, dall’altra il gruppo dirigente del Pd vibonese, in mezzo una maggioranza sempre più fragile, sfilacciata, attraversata da sospetti e rancori mai sopiti. Il risultato è uno stallo totale: trattative congelate, veti incrociati, equilibri che cambiano di ora in ora. La giunta resta lì, immobile, appesa a un filo sempre più sottile.
Il Pd e lo spettacolo che non doveva andare in scena
Se c’è un luogo dove il rimpasto si è trasformato in farsa, quello è il Partito democratico. A Vibo il Pd non governa, si osserva allo specchio e discute di sé stesso. Le correnti sono almeno tre, e ognuna guarda con sospetto l’altra. C’è l’area che fa capo a Teresa Esposito, segretaria provinciale, con il figlio Francesco Colelli, capogruppo in Consiglio comunale e oggi più che mai determinato a entrare in giunta dopo aver lasciato la delega allo Spettacolo. Un paradosso, perché lo spettacolo vero – e tutt’altro che edificante – lo stanno offrendo proprio i dem.
Poi ci sono i Democratici riformisti, meglio conosciuti come alecciani, che oggi rappresentano la vera forza numerica della maggioranza. A guidarli è Nico Console, ex Forza Italia, oggi vicepresidente della Provincia, simbolo plastico di una politica che cambia casacca ma non ambizione. E infine c’è Raffaele Mammoliti, ex consigliere regionale non rieletto, che osserva la partita dall’esterno ma non ha mai smesso di giocarla davvero, contando su sponde interne come il presidente del Consiglio comunale Iannello e la consigliera Coloca.
Intorno, l’area degli ondulanti fatta di indecisi e posizioni oscillanti: c’è chi è più vicino al sindaco, chi guarda a Stefano Soriano, il super assessore oggi più allineato con Alecci che con il compagno Colelli. Un mosaico instabile, dove ogni tessera può saltare da un momento all’altro.
Il nome che blocca tutto: Mirabello
Il punto di rottura ha un nome preciso: Enzo Mirabello. Imprenditore, uomo di fiducia di Alecci a Vibo, politico per vocazione e per ostinazione. Il suo ingresso in giunta è un’aspirazione che dura da tempo, ma oggi è diventata il vero tappo del rimpasto. Su Mirabello c’è il no netto di Colelli, un veto che non ammette mediazioni. E, dettaglio tutt’altro che secondario, il suo nome non entusiasma nemmeno il sindaco Romeo, che su quella candidatura non ha mai speso una parola di convinzione.
Qui la trattativa si incaglia definitivamente. I numeri non aiutano: gli assessori sono nove, le donne cinque, le quote rosa lasciano uno spazio di manovra ridottissimo. In giunta può entrare un solo uomo. O uno o nessuno. E oggi il profilo che appare più compatibile è proprio quello di Colelli, mentre la posizione di Mammoliti resta più sfumata. Gli alecciani continuano a spingere su Mirabello, ma sanno che se il muro non regge rischiano di trascinare giù l’intero palazzo. Per questo, sullo sfondo, inizia a circolare il nome di Laura Pugliese, una possibile via d’uscita per evitare il peggio.
Le poltrone che scricchiolano e il tempo che scorre
Nel frattempo, due assessorati traballano più degli altri. Quello al Bilancio, guidato da Puntillo, e quello alla Pubblica amministrazione, affidato a Continanza. Romeo osserva, rinvia, prende tempo. Sa che ogni mossa sbagliata può essere fatale. Attende che Pd e alecciani trovino una sintesi, una famosa quadratura del cerchio che però, giorno dopo giorno, sembra sempre più lontana.
Il retroscena vero: la chiamata a Pitaro
Ed è qui che arriva il colpo di scena. Quello che nelle ultime ore ha fatto sussurrare i corridoi della politica vibonese. Secondo indiscrezioni sempre più insistenti, Enzo Romeo avrebbe contattato Vito Pitaro. Non per un’alleanza ufficiale, non per un ribaltone clamoroso. Ma per qualcosa di più sottile, e forse più pericoloso: un patto di non belligeranza, una forma di mutuo soccorso politico.
Uno schema già visto. Tenere il numero legale, garantire il via libera alle pratiche più delicate, consentire al sindaco di andare avanti senza sottostare al logoramento quotidiano imposto dalla componente alecciana. Una strategia che ricorda da vicino quella adottata con Maria Limardo negli ultimi mesi della passata legislatura. Funziona? A volte. Ha un prezzo? Sempre.
Il bivio: Alecci o Pitaro
Il quadro che emerge è chiaro, anche se nessuno lo dice apertamente. Il sindaco è davanti a un bivio: o Alecci o Pitaro. Da una parte il peso politico del consigliere regionale di Soverato, ben rappresentato a Vibo ma pur sempre esterno. Dall’altra Vito Pitaro, unico vero riferimento vibonese a Palazzo Campanella, mentre si rincorrono le voci di un suo possibile approdo in giunta regionale. Fantapolitica? Forse. Ma a Vibo, quando di mezzo ci sono Pitaro e i pitariani, l’impossibile diventa improvvisamente plausibile.
Nessuno vuole staccare la spina
C’è una verità che spiega tutto questo stallo: nessuno vuole andare a casa. Perché uscire oggi dal Consiglio comunale significa rischiare seriamente di non rientrarci più. Meglio un equilibrio precario che un salto nel buio. Romeo lo sa bene. E prova a resistere, spostandosi verso il centro, parlando con chi fino a ieri era considerato un interlocutore esterno. A Vibo Valentia governare è ormai secondario. L’obiettivo è restare in piedi. Il rimpasto resta un miraggio, il Pd continua a litigare, gli alecciani spingono, e il sindaco tiene il telefono acceso. Perché in questa partita non vince chi comanda, ma chi non cade. E a volte, per non cadere, bisogna chiamare chi non ti aspetti.








