Un uomo di scienze, ma prima di tutto, un medico, che non fa pesare i diritti castali è una grande notizia. Lo è in un contesto nel quale molti baroni della categoria brigano per renderla sempre più esclusiva, applicandole la logica del privè, salvo poi lamentarsi se andiamo ad elemosinare medici nei sud del mondo. Una contraddizione, una monnezza concettuale dalla quale Rosario Amato è distante anni luce. Immunogenetista e professore associato di genetica medica, è stato eletto nuovo direttore della Scuola di Specializzazione della stessa branca – indirizzo biologico – dell’Università Magna Graecia di Catanzaro per il prossimo triennio.
Ricercatore nel campo immunologico e immunogenetico, il professor Amato vanta una significativa esperienza internazionale unita a una profonda conoscenza del territorio calabrese. Succede alla guida della Scuola al collega Iuliano, raccogliendo un’eredità importante in una fase di forte rinnovamento della Genetica Medica catanzarese.
Una nomina, la sua, che parte da molto lontano . Piú che un obiettivo raggiunto, uno strumento per realizzare progresso
“Più che un traguardo personale, la vivo davvero come uno strumento.
Arriva dopo un percorso lungo, fatto di studio, di errori, di periodi fuori e di ritorni, ma soprattutto di lavoro quotidiano con pazienti, studenti e colleghi. Se c’è una cosa che sento forte è che questa nomina non deve servire a me, ma alla Scuola, ai ragazzi che si formano e al territorio che li aspetta. Il mio lavoro come direttore di una Scuola che forma biologi specialisti in diagnostica di genetica medica, ricerca e assistenza, integrati a pieno titolo con i medici, si inserisce dentro un quadro di rinnovamento molto più ampio. La Scuola di Specializzazione si colloca infatti a pieno titolo nelle attività dell’Unità Operativa Complessa di Genetica Medica, diretta dal professor Viglietto, che sta portando avanti un progetto di profonda riorganizzazione. Un progetto che non punta solo ad ampliare i servizi di genetica medica per l’intera regione, ma a costruire finalmente una rete e un percorso diagnostico integrato che prima la Calabria non conosceva: dalla presa in carico clinica, alla diagnostica molecolare, fino all’indirizzo terapeutico e alla ricerca. Il progresso, per me, non è uno slogan: è mettere insieme formazione, clinica, diagnostica e ricerca in un sistema che funzioni davvero. E soprattutto è mettere in condizione giovani professionisti di lavorare bene in Calabria senza dover scappare. Questo è il vero senso di questo incarico”.
Professor Amato, dopo una robusta formazione che l’ha portata anche all’estero, lei poi la Calabria non l’ha più mollata. Perchè?
“Perché a un certo punto ti accorgi che la competenza non basta accumularla: devi anche decidere dove usarla. Io ho avuto la possibilità di formarmi a Catanzaro ma anche fuori Calabria e all’estero, e questo è stato fondamentale. Ma restare in Calabria è stata una scelta, non una rinuncia. La Calabria non è solo un luogo con problemi: è un luogo dove ogni risultato pesa di più, dove ogni servizio in più fa davvero la differenza nella vita delle persone. E poi c’è un debito morale: se tutti quelli che possono vanno via, chi resta a costruire? Io ho scelto di restare per provare a cambiare qualcosa dall’interno, anche lentamente”.
Come si recupera il valore della sanità pubblica e costituzionale in Calabria. Qui, al decrescere dall’offerta sanitaria, cresce quella privata. Anche lei sente puzza di americanizzazione in corso?
“Il rischio c’è, ed è evidente: quando il pubblico arretra, il privato avanza. Ma la sanità non può diventare un mercato come un altro, perché la salute non è una merce: è un diritto costituzionale. Recuperare valore significa investire su strutture pubbliche, personale stabile, ricerca e tecnologia. E significa anche smettere di pensare che il Sud debba accontentarsi di un livello minimo. Io non sono contro il privato in quanto tale, ma sono contro un modello in cui chi ha soldi si cura e chi non ne ha aspetta. Questa non è modernità, è regressione sociale. E su questo dobbiamo essere chiari”.
Tanti ragazzi meritevoli e senza santi in paradiso continuano a lasciarci le penne alle selezioni d’ingresso alle facoltà di medicina. La prego, mi dica qualcosa di non corporativo per uscire da questo imbuto rovesciato
“Abbiamo bisogno di medici! Il punto vero è che oggi stiamo selezionando più per resistenza ai quiz o ai semestri filtri vari che per vocazione e capacità. Abbiamo ragazzi brillanti che restano fuori e un sistema che poi si lamenta perché mancano i medici. Serve una riforma seria: aumentare i posti, sì, ma anche ripensare il modo in cui si entra e si esce dal percorso formativo. E soprattutto serve programmare sul lungo periodo, non sull’emergenza. La sanità pubblica non si salva proteggendo le corporazioni, ma garantendo accesso equo allo studio e qualità nella formazione. Se vogliamo più medici, dobbiamo smettere di trattarli come numeri e iniziare a trattarli come persone che si stanno preparando a reggere un pezzo di società. Ma anche su questo bisogna essere chiari, per farlo bisogna investire seriamente e programmaticamente e stabilmente, non congiunturalmente, sul sistema universitario pubblico per potenziare personale docente e infrastrutture. La formazione non può essere fatta a saldo invariato o peggio a taglio. Bisogna comprendere che il sistema formativo, nel senso più ampio possibile e di ricerca scientifica e tecnologica sono valori anticiclici; paradossalmente devi investire di più quando sei in crisi o in ristrettezze, perché farlo significa prevenire le crisi e le ristrettezze del futuro, perché investi sul progresso di domani. Tuttavia questo non porta voti a breve termine né consensi immediati, richiede un qualcosa di oggi smarrito: un serio ragionamento politico”.
Parliamo del suo campo di ricerca. A che punto siamo, e cosa ci dobbiamo aspettare?
“La mia ricerca si muove tra immunogenetica e immuno-genetica-metabolica, perché la mia formazione è sia immunologica che genetica. Quello che studiamo è come “rieducare” i linfociti T: capire cioè come modulare il loro metabolismo per forzare, in modo controllato, il loro programma genetico e il loro comportamento biologico. È un lavoro di frontiera, ma con applicazioni molto concrete. Questo approccio trova campo di utilizzo nelle immunodeficienze primitive, che sono gravi patologie genetiche pediatriche, ma anche nel trattamento di malattie autoinfiammatorie e neoplastiche. In altre parole, cerchiamo di trasformare la conoscenza dei meccanismi genetici e metabolici in strumenti terapeutici reali, che migliorino la vita delle persone. Ma su questo voglio essere molto diretto: la ricerca senza finanziamenti non esiste. In passato siamo riusciti ad andare avanti grazie all’aiuto di realtà che hanno creduto in noi e nel valore della ricerca in Calabria, come la Fondazione Carical o una grande famiglia filantropica calabrese come la famiglia Stillitano, che ha sostenuto la ricerca in memoria del figlio Carmelo, e la Confagricoltura Vibo Valentia. Questi esempi dimostrano che al di là dei pochi e contingentati finanziamenti pubblici anche in Calabria si può fare filantropia scientifica, e che la ricerca non è un lusso per pochi, ma un investimento collettivo. Oggi abbiamo bisogno che altri privati decidano di fare la stessa scelta: sostenere la ricerca qui, sul territorio, invece di finanziare solo ciò che si fa altrove. Io lo dico quasi come un appello: se vogliamo che la Calabria non sia solo consumatrice di scienza prodotta al Nord o all’estero, ma produttrice di conoscenza e di cura, abbiamo bisogno di chi ha possibilità economiche e responsabilità sociale che scelga di investire nella ricerca. Perché finanziare la ricerca significa finanziare salute, lavoro qualificato e futuro. E questo riguarda tutti, non solo gli scienziati”.






