È morto a Palermo, a 94 anni, Bruno Contrada, ex dirigente della polizia e già numero tre del Sisde, i servizi segreti civili italiani. Nato a Napoli ma palermitano d’adozione, aveva trascorso nel capoluogo siciliano gran parte della sua carriera investigativa, diventando una figura centrale negli apparati di sicurezza dello Stato tra gli anni Settanta e Ottanta.
La sua vicenda professionale e giudiziaria ha attraversato decenni della storia italiana, intrecciandosi con le indagini sulla mafia e con uno dei casi giudiziari più discussi del Paese.
Una carriera tra polizia e servizi segreti
Contrada aveva percorso tutte le tappe della carriera investigativa, partendo come dirigente della polizia fino a raggiungere ruoli di vertice nei servizi segreti civili.
Per oltre trent’anni lavorò soprattutto a Palermo, in anni segnati dalla lotta dello Stato contro Cosa Nostra. Proprio il suo ruolo nei servizi e i rapporti con ambienti investigativi e istituzionali lo portarono, negli anni successivi, al centro di un procedimento giudiziario destinato a dividere magistratura e opinione pubblica.
L’arresto nel 1992 e il processo
Contrada venne arrestato il 24 dicembre 1992, alla vigilia di Natale, pochi mesi dopo l’anno delle stragi mafiose che avevano sconvolto Palermo.
L’accusa era di concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 1996 arrivò la prima condanna a 10 anni di carcere.
La vicenda giudiziaria conobbe però numerosi colpi di scena: nel 2001 la Corte d’Appello lo assolse, ma la Cassazione annullò la sentenza rinviando gli atti a Palermo.
Nel 2006, dopo una lunga camera di consiglio durata 31 ore, arrivò una nuova condanna a 10 anni, poi confermata dalla Cassazione nel 2007.
Seguì la detenzione in carcere, poi i domiciliari e infine la fine pena nell’ottobre 2012.
Il ricorso a Strasburgo e la condanna dell’Italia
Dopo la scarcerazione iniziò una lunga battaglia giudiziaria per la revisione del processo e per il riconoscimento di presunte irregolarità.
La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo condannò l’Italia due volte: nel 2014, stabilendo che Contrada non avrebbe dovuto restare in carcere quando chiese i domiciliari per motivi di salute; e successivamente affermando che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, riferito ai fatti contestati tra il 1979 e il 1988, non era allora “sufficientemente chiaro e prevedibile”.
Il risarcimento per ingiusta detenzione
Negli anni successivi Contrada proseguì la sua battaglia legale per il riconoscimento dell’ingiusta detenzione.
La prima sezione della Corte d’Appello di Palermo, ribaltando una precedente decisione, accolse la richiesta di riparazione, stabilendo un indennizzo di 285.342 euro.
La decisione è stata definitivamente confermata dalla Cassazione nel 2023.
“Voglio l’onore che mi hanno tolto”
Fino agli ultimi anni della sua vita, Contrada ha continuato a difendere la propria versione dei fatti e a rivendicare il proprio ruolo nelle istituzioni. “Voglio l’onore che mi hanno tolto, non ho perso fiducia nello Stato”, ripeteva spesso, spiegando di aver combattuto per “salvaguardare l’onore di un uomo delle istituzioni”.
Con la sua morte si chiude una delle vicende giudiziarie più controverse della storia recente italiana, sospesa per oltre trent’anni tra sentenze, ricorsi e decisioni internazionali.








