L’inizio del 2026 segna un’accelerazione preoccupante dei fenomeni meteorologici violenti. Secondo l’elaborazione dell’European Severe Weather Database, sono già 184 le località colpite, con una concentrazione critica sulle coste tirreniche, le isole maggiori e il versante ionico di Puglia e Calabria. La successione ravvicinata dei cicloni mediterranei Harry, Francis, Kristin e, da ultimo, Jolina, ha scaricato volumi d’acqua impressionanti: in Calabria si sono registrati picchi record a Cotronei (308 mm) e punte superiori ai 350 mm nell’Aspromonte, trasformando i territori in aree ad altissimo rischio idraulico.
Bacini e invasi: il paradosso delle isole
Se l’intensità delle precipitazioni ha causato danni, ha d’altro canto garantito il riempimento dei bacini nel Mezzogiorno insulare. La Sardegna sfiora il 95% della capacità degli invasi, seguita dalla Sicilia all’80% e da una Basilicata che ha finalmente colmato il deficit del biennio precedente. Tuttavia, questa abbondanza non è uniforme: in Puglia le riserve della Capitanata sono ferme al 40%, mentre in Campania e nelle Marche i livelli idrometrici restano preoccupanti, con le dighe marchigiane che trattengono meno acqua rispetto alla media del triennio.
L’incognita del Nord: tra piene del Po e scioglimento precoce
La situazione nel settentrionale è caratterizzata da forti contrasti:
Grandi Laghi e Po: Il Lago Maggiore (Verbano) è al 100% di riempimento, mentre il Po a Piacenza registra una portata del 226% sopra la media grazie agli afflussi alpini.
L’allarme Lombardia: Nonostante le piogge, il rapido scioglimento del manto nevoso causato dalle temperature anomale impedisce un accumulo strategico di riserve per i mesi estivi.
Deficit in Emilia-Romagna: Mentre i fiumi alpini corrono, quelli appenninici come il Savio, il Santerno e l’Enza mostrano scarti negativi perfino rispetto ai minimi storici, delineando un quadro di estrema vulnerabilità per il comparto agricolo regionale.
Il Centro Italia e la sofferenza del Trasimeno
Nel Lazio si registra una tenuta dei livelli di Tevere e Aniene, in linea con le medie del quinquennio, ma spostandosi verso l’Umbria il quadro peggiora. I fiumi Chiascio e Topino restano sotto le medie storiche, mentre il lago Trasimeno rimane in una condizione critica, stabilmente al di sotto del livello minimo vitale, confermandosi uno dei punti più fragili del sistema idrico nazionale.









