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4 Aprile 2026
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Appalti truccati a Crotone, gli indagati temevano le intercettazioni: incontri al bar e chat criptate per sfuggire alla Procura

L'inchiesta svela come gli indagati avrebbero alzato le difese dopo il blitz della Guardia di Finanza negli uffici della Provincia: WhatsApp al posto delle chiamate per scambiarsi informazioni

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C’è un prima e un dopo nell’inchiesta “Teorema” della Procura di Crotone. Il confine temporale è tracciato con precisione nelle carte giudiziarie: luglio 2025, quando i militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Crotone fecero irruzione negli uffici della Provincia e dei Comuni di Crotone e Cirò Marina per acquisire documenti su incarichi e appalti. Da quel momento, secondo gli inquirenti, qualcosa nell’ipotizzato gruppo criminale cambiò profondamente. Il livello di guardia si alzò. Le comunicazioni si ridussero. E chi, secondo l’accusa, era abituato a frequentare certi luoghi e a parlare liberamente al telefono, cominciò a muoversi con una cautela del tutto nuova. È in questo passaggio — ricostruito nel provvedimento di sequestro emesso dal procuratore Domenico Guarascio e dalla sostituta Rosaria Multari — che si coglie uno degli elementi più significativi dell’intera vicenda giudiziaria: la consapevolezza, da parte degli indagati, di trovarsi potenzialmente sotto osservazione.

“La situazione non è buona”

Le parole intercettate dagli investigatori parlano da sole e sono riportate negli atti dell’inchiesta. Dopo il blitz estivo della Guardia di Finanza, Luca Bisceglia — uno dei tecnici indicati dall’accusa come tra i principali destinatari degli incarichi dell’ente intermedio — si sfogava: “La situazione non è buona”. Gli faceva eco Giacomo Combariati, formalmente alla guida della società “Sinergy Plus” ma ritenuta dagli inquirenti amministrata di fatto da Fabio Manica: “Hanno bloccato i pagamenti”.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, fu proprio in quel frangente che si registrò, come si legge nel provvedimento, “un marcato innalzamento” del grado di accortezza tra i presunti membri dell’associazione. La «circolarità informativa interna» al gruppo, annotano i magistrati, risultò “parzialmente compromessa”: si diffusero “sospetti e timori” sulla “possibilità di essere oggetto di indagine o subire ripercussioni, anche di natura economica, dall’attività di polizia giudiziaria in corso”.

Il cambio di strategia: meno telefonate, più incontri al bar

La reazione attribuita a Fabio Manica, ex vicepresidente e reggente della Provincia, sarebbe stata immediata e, stando agli atti, metodica. L’esponente di Forza Italia — che nelle scorse ore si è dimesso sia da consigliere comunale che da consigliere provinciale appena rieletto — avrebbe deciso di ridurre “in modo significativo le comunicazioni” con gli altri sodali dell’organizzazione.

Una delle prime mosse sarebbe stata quella di smettere di frequentare la sede della “Sinergy Plus”, la società ritenuta dagli inquirenti come il collettore delle tangenti. Proprio lì, secondo l’accusa, Manica si recava regolarmente per discutere, all’interno di una stanza-ufficio, della ripartizione del denaro derivante dagli appalti affidati dall’ente intermedio.

Al posto delle riunioni in sede, sarebbero subentrati gli incontri al bar e i contatti tramite persone fisiche, utilizzate come staffette per “veicolare informazioni” sugli appalti senza lasciare tracce digitali. Una rete di relazioni informali, costruita attorno alla necessità di abbassare il profilo e sfuggire alle intercettazioni.

WhatsApp e Telegram: la scelta delle piattaforme criptate

Tra le contromisure adottate, gli investigatori sottolineano anche il ricorso sistematico a WhatsApp e Telegram per le comunicazioni ritenute più delicate. La scelta non era casuale: queste piattaforme, notoriamente più difficili da captare rispetto alle normali telefonate, avrebbero offerto — nell’ottica degli indagati — una barriera aggiuntiva rispetto alle intercettazioni tradizionali. L’“oculato utilizzo” del telefono, come lo definiscono gli inquirenti, si inserisce in quella che viene descritta come una strategia complessiva del “basso profilo“: un tentativo deliberato, secondo l’accusa, di allontanare l’attenzione degli investigatori nel momento in cui la pressione investigativa si faceva più intensa. Una strategia che, sempre secondo gli atti, sarebbe stata replicata anche dal fratello di Manica, l’avvocato Francesco, anch’egli tra gli indagati con l’accusa di aver garantito assistenza legale per i presunti raggiri del congiunto.

La prudenza al telefono: un’abitudine consolidata

Va sottolineato che, secondo quanto emerge dalle carte giudiziarie, la cautela nelle comunicazioni non era una novità assoluta introdotta dopo il blitz di luglio 2025. Gli indagati, si legge negli atti, erano già soliti essere prudenti al telefono per non finire nella rete delle forze dell’ordine. Il blitz negli uffici degli enti locali avrebbe semplicemente accelerato e intensificato comportamenti già in parte presenti, portandoli a un livello di sistematicità prima non raggiunto. È questa continuità — tra un’attenzione di fondo alle comunicazioni e il suo drastico inasprimento dopo i controlli — che secondo la Procura racconta qualcosa di rilevante sulla consapevolezza dei protagonisti della vicenda e sulla natura del sodalizio contestato.

Il 7 aprile la parola al giudice

Tutti gli elementi raccolti — incluse le reazioni successive al blitz estivo — confluiranno ora nell’udienza fissata per il 7 aprile davanti alla giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Crotone, Assunta Palumbo, chiamata a decidere sulle richieste di misure cautelari avanzate dai pubblici ministeri. Per Fabio Manica, Giacomo Combariati, Luca Bisceglia e Francesco Manica pende una richiesta di arresti in carcere; per Rosaria Luchetta è stata chiesta la misura degli arresti domiciliari. Sarà il giudice a stabilire se e in quale misura le esigenze cautelari invocate dalla Procura trovino riscontro negli elementi acquisiti nel corso delle indagini. Nel frattempo, gli atti parlano di un sistema che — nell’ipotesi accusatoria — si sarebbe mosso per anni nell’ombra, e che avrebbe cercato, nel momento del pericolo, di tornare ancora più nell’ombra.

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