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6 Aprile 2026
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Ginecologia e Ostetricia trasferite da Corigliano a Rossano: “Più sicurezza per le pazienti e per chi lavora, finalmente”

Le testimonianze dell'ostetrica Sara Aversa e della ginecologa Cinzia D’Agostino. Il trasloco non è solo una riorganizzazione sanitaria. È la fine di un'attesa lunga anni, vissuta sulla pelle di chi ogni giorno ha pregato che tutto andasse bene

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Si potrà dire ciò che si vuole. I social potranno raccontarvi altre storie, volutamente distorte, ma c’è una logica precisa dietro la riorganizzazione dello spoke di Corigliano Rossano: concentrare al presidio “Compagna” di Corigliano le funzioni mediche, e al “Giannettasio” di Rossano quelle chirurgiche. Due poli complementari per un’unica grande città, con un bacino d’utenza da oltre 250mila persone. Una scelta di sistema, ragionata sin dal 2015, che risponde a criteri di efficienza, sicurezza clinica. Sulla carta, tutto chiaro. Nella realtà, ogni trasferimento è una storia di resistenze, ritardi, speranze coltivate e poi deluse, finché qualcosa — o qualcuno — non rompe l’inerzia.

Aversa: “Inconcepibile che si potesse stare in quelle condizioni”

Il trasferimento della ginecologia e ostetricia dal Compagna al Giannettasio è uno di quei casi. E a raccontarlo meglio di qualsiasi atto aziendale è la voce di chi quel reparto lo vive dal di dentro, giorno per giorno, parto dopo parto.
Sara Aversa è un’ostetrica, originaria di Castrovillari, e nel 2018 inizia a lavorare a Corigliano quasi per caso: “Non sapevo nemmeno dove fosse precisamente”, scrive lei stessa sui social. Quello che trova, all’inizio, è un reparto che arranca: “Quando sono arrivata a Corigliano nel 2018 sentivo parlare di scarsa sicurezza, assenza del sangue per le emergenze, assenza della rianimazione. Io avevo lavorato fuori, quindi per me era inconcepibile che si potesse stare in quelle condizioni”.
Non rimane a guardare. Scrive, protesta, protocolla “1000 comunicazioni, ci siamo visti passare davanti forse 50 eventi sentinella, ma niente si è mosso. Il rischio è stato sempre dietro l’angolo e nelle urgenze abbiamo pregato che tutto andasse bene”.
Numeri che raccontano la cronicità di un sistema che fatica a rispondere. In una sala parto, ogni minuto conta. L’accesso immediato al laboratorio analisi o al centro trasfusionale, ad una sacca di sangue, al chirurgo, all’anatomia patologica non sono dettagli organizzativi: sono la differenza tra una nascita e una tragedia.

Il cambio di passo

Il cambio di passo, racconta Aversa, arriva con Maria Bernardi, direttore sanitario dello spoke di Corigliano Rossano. Le “carte” — due decreti del commissaruio ad acta firmati da Scura nel 2015 e confermati in larga parte da Occhiuto nel 2024 — dal canto loro “certificano” che la riorganizzazione è un’esigenza strutturale. Si investono risorse — 1,62 milioni di euro — sembra tutto pronto per il trasloco ma per tre volte qualcosa si inceppa, quella politica che dovrebbe agire per migliorare la qualità della vita dei cittadini, inizia a farne una questione di campanile.
Poi tutto si sblocca. “Sono passati due anni da quella fatidica delibera. Prima sì, poi no, poi non se ne fa niente, poi si spera di nuovo” scrive ancora. Un’altalena di decisioni che logora, che svuota, che fa smettere di credere. E invece “all’improvviso il “SÌ” del Commissario (de Salazar, ndr): in tre giorni siamo stati catapultati in un trasloco incredibile, durante la Settimana Santa”.
Un reparto intero smontato e rimontato grazie a falegnami, elettricisti e idraulici rimasti sul posto dodici ore al giorno.

“Da ora in poi saprò che il cardiologo c’è anche di notte”

Ora il reparto è al Giannettasio. E con esso arriva una certezza che prima mancava: “Da ora in poi, quando timbrerò il cartellino a Rossano, saprò che se serve una sacca di sangue non dovremo aspettare un’ora, che il laboratorio lo abbiamo al piano di sotto sempre operativo, che l’anatomia patologica è la porta di fronte alla nostra, che il chirurgo deve salire solo due rampe di scale nelle urgenze, che il cardiologo c’è anche di pomeriggio e notte”.
È questa, nella sua concretezza quasi prosaica, la vera misura della sicurezza. Non le linee guida, non i piani di riorganizzazione, non le delibere. Una sacca di sangue disponibile subito. Un chirurgo a due rampe di scale. Un laboratorio al piano di sotto. Cose semplici, elementari, che in troppi ospedali italiani — e calabresi in particolare — non sono affatto scontate.

“Oggi mi sento di dire che le donne dell’alto Ionio hanno una garanzia in più nel venire a partorire da noi”, sottolinea Aversa.
Lei continuerà a fare il tragitto da Castrovillari. Prima fino a Corigliano, ora fino a Rossano. “Ebbene sì, lo faccio perché qui ho trovato persone fantastiche che mi hanno fatto crescere e mi hanno permesso di dire: “Siete la mia seconda famiglia””.
Ha visto nascere oltre cinquemila bambini nel presidio di Corigliano dal 2018. Cinquemila storie, cinquemila mattini. E adesso, con quel reparto nuovo e luminoso al Giannettasio, è pronta a ricominciare “più forti di prima, in sicurezza, in un’unica grande città: Corigliano-Rossano”.

D’Agostino: “Finalmente garantiamo gli standard operativi”

Sulla stessa lunghezza d’onda è la ginecologa Cinzia D’Agostino, anche lei in servizio nello spoke. Anche lei affida a un post su Facebook la propria testimonianza, con una franchezza che non lascia spazio a equivoci: “Oggi è finalmente un giorno da ricordare nella storia della sanità calabrese: dopo anni di lamentele e sollecitazioni, il reparto di Ginecologia e Ostetricia prende nuova vita nel presidio rossanese”.
“In questi anni — “certifica” D’Agostino — ho sentito di tutto, lamentele, commenti inopportuni e critiche, ma nulla oggi mi ripaga di più del sapere che finalmente le donne partoriranno in una struttura che garantisce gli standard operativi, tecnologici e di sicurezza che l’assistenza ostetrica merita“.
Anche la ginecologa ricorda l’incontro con Maria Bernardi e “quando, circa due anni fa, entrai nell’ufficio del direttore sanitario, la dr.ssa Bernardi, scaricandole addosso tutta la mia frustrazione per le condizioni precarie in cui eravamo costretti a lavorare. Lei, con fermezza, mi disse: “Dottoressa, sono a conoscenza di tutto e le prometto che lavorerò per mettervi in sicurezza””.
Una promessa ricevuta con scetticismo. “Uscii da quella stanza convinta che nulla sarebbe cambiato”. E invece. Il cambio di rotta arriva, e con esso una conclusione che ha il sapore di una riparazione morale: “La vita di una donna che viene per dare alla luce un figlio vale molto più del milione e rotti speso per l’adeguamento del reparto”.
D’Agostino chiude con un appello diretto, quasi una dedica: “Siate orgogliose donne: oggi siamo e saremo testimoni della buona sanità”. E aggiunge, con una nota personale che dice tutto sulla posta in gioco: medico, e “presto nuovamente paziente”. Il reparto che difende da anni è anche quello in cui, tra poco, si affiderà come donna. Difficile immaginare una garanzia più alta di questa.

Alcune storie di sanità pubblica, insomma, si raccontano con i numeri, i decreti, le poltrone. Questa si racconta con una sacca di sangue disponibile subito, e con una ginecologa e un’ostetrica che combattono ogni mattina per offrire il meglio.

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