Si chiude la fuga dei due uomini ritenuti tra i vertici della cosca Emanuele-Idà: Domenico Zannino e Michele Idà, difesi dall’avvocato Giuseppe Orecchio, si sono costituiti nella Casa Circondariale “Ugo Caridi” del quartiere Siano di Catanzaro dopo essere sfuggiti alla cattura nell’ambito dell’operazione antimafia Jerakarni.
La svolta: i due latitanti si consegnano
Dopo giorni di irreperibilità, i due indagati – destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip distrettuale – si sono presentati alle autorità. Si tratta di Domenico Zannino, 37 anni, di Sorianello, e Michele Idà, 29 anni, di Ariola di Gerocarne, entrambi difesi dall’avvocato Giuseppe Orecchio.
Operazione Jerakarni: colpita la cosca Emanuele-Idà
L’operazione Jerakarni ha messo nel mirino una delle realtà più radicate della ’ndrangheta vibonese, attiva tra estorsioni, traffico di droga e gestione del territorio. All’appello mancavano proprio loro due, considerati figure centrali del sodalizio criminale.
Zannino, il reggente del clan tra estorsioni e armi
Domenico Zannino, detto “Testazza”, secondo gli inquirenti era il reggente del clan Emanuele, capo dell’ala militare e punto di riferimento per le attività illecite.
Avrebbe gestito le estorsioni in diversi centri del Vibonese e custodito i proventi per conto dei vertici. Non solo: sarebbe stato a conoscenza dei nascondigli di armi da guerra, tra cui Kalashnikov e bazooka, e avrebbe pianificato azioni contro clan rivali.
Michele Idà: narcotraffico e legami con Cosa Nostra
Il 29enne Michele Idà, figlio del boss Franco Idà, è ritenuto uno degli elementi più operativi del gruppo. Avrebbe avuto un ruolo chiave nel narcotraffico, gestendo la “bacinella” del clan e organizzando carichi di cocaina e marijuana. Le indagini gli attribuiscono anche il supporto a latitanti e collegamenti diretti con Cosa Nostra, tra cui il trasporto di un esponente della famiglia Santapaola-Ercolano.





