C’è una curva a gomito sulla Strada Provinciale 60, in località Calvario di Pizzoni, che quella sera di fine ottobre 2012 si trasformò in una trappola mortale. Filippo Ceravolo, 19 anni, di Soriano Calabro, stava tornando a casa insieme Domenico Tassone dopo aver trascorso la serata con le rispettive fidanzate a Vazzano. Non sapeva — non poteva saperlo — che non era lui l’obiettivo. Che il commando nascosto tra la vegetazione, ad appena centoventi centimetri dal ciglio della carreggiata, stava aspettando qualcun altro. Un passaggio in auto fatale. Ceravolo si ritrovo al posto sbagliato nel momento sbagliato. Morì alle 23:45 del 25 ottobre 2012 nell’ospedale civile di Vibo Valentia, colpito da sei pallini di fucile calibro 12 che gli avevano perforato la testa, il collo, la guancia. Domenico Tassone, il vero bersaglio, si salvò con una lieve ferita lacero-contusa alla mano destra: guaribile in un giorno, disse il referto.
Sono trascorsi quattordici anni. Il delitto è rimasto senza colpevoli. Un’inchiesta avviata, poi archiviata per insufficienza di elementi, poi riaperta su istanza della famiglia. Un caso che sembrava destinato a restare irrisolto — come tanti altri nella Calabria in cui la ‘ndrangheta custodisce i propri segreti con la complicità del silenzio e della paura. Adesso, però, l’operazione Jerakarni — il blitz coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e dalla Squadra Mobile, che martedì scorso ha portato all’arresto di 54 persone, sgominando il clan Emanuele-Idà delle Preserre vibonesi — rimette al centro dell’attenzione investigativa quella notte maledetta, dedicando all’episodio un capitolo autonomo nella monumentale richiesta di misure cautelari della Dda, un documento di oltre quattromila pagine che ricostruisce vent’anni di crimini organizzati nel Vibonese.
L’agguato: un commando in agguato al Calvario di Pizzoni
La ricostruzione contenuta negli atti della Dda di Catanzaro è chirurgica nei dettagli e implacabile nella logica. Quella sera Tassone e Ceravolo erano partiti da Vazzano verso le 21:50, a bordo della Fiat Punto grigia intestata al fratello di Tassone, diretti a Soriano Calabro. Avevano trascorso la serata insieme alle fidanzate, avevano cenato, avevano preso commiato. Un rientro ordinario, su una strada che Tassone percorreva quasi ogni giorno per raggiungere la sua ragazza. Una routine che, come dimostreranno le indagini, era già stata individuata e mappata dal commando.
Mentre i due giovani stavano percorrendo la provinciale in direzione di Soriano, a poche centinaia di metri in via Randò — una traversa che sbocca sulla provinciale 60 nei pressi dei garage comunali di Pizzoni — sostava da quasi cinquanta minuti una Fiat Punto di colore grigio. Lo attestano i fotogrammi di una telecamera di sorveglianza comunale, che ha ripreso il veicolo in sosta dalle 21:08 alle 21:57, orario in cui esce dall’inquadratura dirigendosi verso la strada dell’agguato. Ottantadue secondi dopo, alle 21:58’33”, Tassone chiama la fidanzata per comunicarle che gli hanno sparato: un minutaggio inoppugnabile, che colloca la Fiat Punto sul luogo dell’agguato nel momento esatto della sua commissione.
Non solo. Un testimone residente nelle immediate vicinanze riferì ai carabinieri di aver visto transitare una Fiat Punto grigia in direzione Pizzoni-Soriano e di aver udito, quasi simultaneamente, tre forti colpi d’arma da fuoco e tre prolungati suoni di clacson provenienti dall’area dei garage comunali. Il veicolo in sosta era poi ripartito in modo “frettoloso”, svoltando a sinistra in direzione di Soriano Calabro. Secondo l’ipotesi investigativa, quei tre clacson erano il segnale convenuto con cui gli occupanti del veicolo avvisavano il commando appostato al Calvario del sopraggiungere della vettura di Tassone — una staffetta criminale che attestava un’organizzazione tutt’altro che improvvisata.
Sulla scena del crimine, i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Vibo Valentia trovarono tre bossoli calibro 12 marca “Clever Mirage” nella vegetazione schiacciata a bordo strada, a distanze comprese tra i 130 e i 260 centimetri dal ciglio della carreggiata. L’ispezione della Fiat Punto sequestrata documentò colpi su tre punti distinti della carrozzeria — cofano motore, fiancata sinistra e poggiatesta del sedile anteriore — tutti compatibili con un’unica postazione di fuoco. Il referto medico su Ceravolo elencava otto fori d’arma da fuoco: guancia sinistra, orecchio, collo, mastoide, regione parietale e temporale sinistra, guancia destra. Una «rosata» che non gli aveva lasciato scampo.
Il controllo di Vallelonga: la Fiat Punto grigia ore prima dell’agguato
A chiudere il cerchio sugli esecutori materiali concorre un elemento investigativo di straordinaria importanza, contenuto negli atti della Dda: alle 19:30 del 25 ottobre 2012, tre ore prima dell’agguato, una pattuglia della Stazione Carabinieri di San Nicola da Crissa fermava a Vallelonga — a soli 8 chilometri dagli edifici popolari di Vazzano dove era parcheggiata la Fiat Punto di Tassone e a soli 11 chilometri dal luogo dell’omicidio — una Fiat Punto grigia a bordo della quale viaggiavano Bruno Lazzaro (classe 1988) e Nicola Ciconte.
I militari annotarono un “evidente stato di agitazione” da parte di entrambi. La perquisizione personale e del veicolo si concluse con esito negativo alle 19:50. I due dichiararono di provenire da Serra San Bruno per motivi di lavoro e di essere diretti alle proprie abitazioni. Ma il percorso che stavano compiendo, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, non era compatibile con quella destinazione: la strada più rapida tra Serra San Bruno e le rispettive abitazioni di Gerocarne e Sorianello non passa per Vallelonga. Stavano, invece, percorrendo una tratta che li avvicinava progressivamente a Vazzano e a Pizzoni.
La comparazione scientifica eseguita il 20 dicembre 2012 dalla Polizia Giudiziaria — che simulò con una Fiat Punto identica gli stessi movimenti del veicolo ripreso dalla telecamera, nelle medesime condizioni di luce e clima — stabilì la “perfetta corrispondenza nel modello, nel colore e nelle dimensioni” tra i due mezzi. Un particolare tecnico rese la comparazione ancora più stringente: entrambe le vetture presentavano il montante tra lo sportello anteriore e quello posteriore di colore nero, una caratteristica anomala che rendeva il modello statisticamente raro. Sulla stessa automobile era stata eseguita la perquisizione di Vallelonga poche ore prima.
Gli indagati, la prima archiviazione e la riapertura
Nell’immediatezza dei fatti e nei mesi successivi, l’inchiesta condusse all’iscrizione nel registro degli indagati di due giovani, ritenuti dagli inquirenti contigui al clan Loielo, schierato storicamente in contrapposizione agli Emanuele-Idà e al loro satellite Tassone. Il 2 gennaio 2015 veniva emessa nei loro confronti un’informazione di garanzia per concorso in omicidio e tentato omicidio, con invito a presentarsi all’interrogatorio fissato per il 16 gennaio presso il Comando Carabinieri. Contestualmente venivano convocati a sommarie informazioni altri due soggetti, in qualità di persone informate sui fatti.
Nessuno degli indagati principali rese dichiarazioni, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Gli altri due, sentiti come testimoni, resero sostanzialmente le medesime circostanze già comunicate in un precedente interrogatorio — con una significativa eccezione: uno di loro, nel corso dell’atto, cambiò versione, affermando improvvisamente di “non essere più sicuro di aver incontrato i suoi amici la sera dell’omicidio”. Una retromarcia che gli inquirenti non ritennero casuale. Il procedimento venne tuttavia archiviato per insufficienza di elementi. La famiglia di Filippo Ceravolo, attraverso i propri legali, presentò opposizione e ne chiese la riapertura, rifiutandosi di accettare che quella strada buia di Pizzoni restasse senza risposta.
Nel frattempo, secondo quanto emerge dalla richiesta della Dda, le intercettazioni telefoniche e ambientali a carico dei due soggetti più vicini all’esecuzione continuavano a essere monitorate. Captazioni effettuate anche presso la caserma in cui i due erano stati convocati assieme ad altri soggetti del gruppo, e che avrebbero documentato come — nel rendere le versioni concordate — i presenti cercassero consapevolmente di sviare le indagini.
Le intercettazioni: “C’entra per l’omicidio di Filippo, lui li ha accompagnati là”
A imprimere una svolta decisiva al quadro investigativo fu una conversazione captata in carcere. Nel corso di un colloquio tra Michele Nardo, Rosa e Viola Inzillo, uno degli interlocutori lasciò cadere una frase che gli inquirenti ritennero di valore probatorio assoluto: “C’entra per l’omicidio di coso… di Filippo […] lui li ha accompagnati là”. Non un’illazione, non un pettegolezzo carcerario: il riferimento era diretto, inequivocabile, e attribuiva a uno degli indagati un ruolo attivo nell’organizzazione dell’agguato — quello di aver accompagnato sul posto i killer.
A questa intercettazione si sovrappongono, rafforzandola, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Walter Loielo, che riferì agli inquirenti quanto gli aveva confidato il fratello Cristian sul conto dei responsabili: gli esecutori “sono andati loro e non sapevano neanche sparare, perché in quell’occasione dovevano colpire Domenico Tassone ed invece per errore presero chi con loro non c’entrava niente”. Una rivelazione che confermava ciò che i familiari di Filippo sospettavano da sempre: il ragazzo era morto per un tragico, atroce errore di mira. Era nel posto sbagliato, accanto alla persona sbagliata.
Ulteriore prova della consapevolezza degli ambienti criminali circa il reale obiettivo dell’agguato emerge da un’intercettazione ambientale captata nel reparto di Media Sicurezza del carcere di Vibo Valentia. Giovanni Emmanuele — arrestato nell’operazione Jerakarni come elemento di spicco del clan — raccontava a Basilio Caparrotta il dialogo avuto successivamente con il cugino Tassone, dall’agguato fino all’ospedale, compreso il drammatico incontro con il padre di Filippo Ceravolo. Tassone, riferiva Emmanuele, aveva detto al genitore di Filippo: “Risponde mio cugino e gli dice a Martino… loro volevano prendere me non a tuo figlio“. E ancora, descrivendo la dinamica precisa dell’agguato: “A lui l’hanno sparato in curva, una curva a gomito di sopra, c’era la strada di sotto, lo sparano di qua e a lui non l’hanno preso per niente, hanno preso il cofano dietro… E gli hanno trovato sei pallini in testa… Sei ce l’aveva in testa… Sei ce l’aveva in testa”. La ripetizione ossessiva di quel numero — sei — restituisce con crudezza l’enormità di un’esecuzione finita sul ragazzo sbagliato.
Il pianto della moglie di Franco Idà: “Hanno ucciso un innocente”
A corroborare ulteriormente la pista investigativa che indica nel clan Loielo il mandante e l’esecutore dell’agguato intervengono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Raffaele Moscato, ex esponente del clan di Piscopio, rese al pm Camillo Falvo il 17 marzo 2015. Moscato era stato già sentito sulla figura di Tassone, che collocò nel perimetro del gruppo degli Emanuele. Ma quando gli fu posta una domanda diretta su Ceravolo, la risposta fu senza margini di ambiguità: “Ceravolo, sono stati il gruppo dei Loielo, non possono essere stati gli Emanuele perché volevano a Tassone ed era stato per forza il gruppo dei Loielo”.
Il racconto di Moscato si arricchisce poi di un dettaglio di straordinaria rilevanza emotiva e investigativa insieme. Pochi giorni dopo l’omicidio, Rosario Battaglia lo incaricò di recarsi a Gerocarne per incontrare Franco Idà — ritenuto reggente della cosca in assenza dei fratelli Bruno e Gaetano Emanuele — e Giovanni Emmanuele, con il compito di “vedere se servisse loro qualcosa”. Giunse lì e trovò la moglie di Franco Idà, sorella dei due Emanuele, che scoppiò a piangere. Le sue parole, riportate da Moscato, hanno la forza di un atto d’accusa morale che trascende i confini del codice penale: “Perché diceva che avevano ucciso un innocente, che era un peccato di Dio e che qua e di là, come nel senso che li malediceva — capito? — però non mi ha detto “Li maledico”, nel senso che avevano fatto un grande peccato ad uccidere un innocente quindi non facevano assolutamente parte del gruppo loro”.
La donna piangeva non per Filippo Ceravolo in quanto tale — non lo conosceva — ma per il gesto in sé: un’esecuzione compiuta male, da killer inesperti, che aveva seminato dolore e sollevato attenzione investigativa senza colpire il vero bersaglio. Nel mondo capovolto della ‘ndrangheta, persino la pietà ha un’altra faccia. Ma quella scena — una donna che piange in una casa di ‘ndrangheta per un ragazzo di diciannove anni ammazzato per sbaglio — è rimasta impressa negli atti giudiziari come una delle testimonianze più agghiaccianti di questa storia.
Chi è Domenico Tassone: l'”azionista” che scampò alla morte
Il caso Ceravolo è formalmente ancora aperto. Nessuna sentenza definitiva ha ancora consegnato giustizia alla famiglia del 19enne di Soriano. Ma l’operazione Jerakarni — con la sua mole di intercettazioni convergenti, dichiarazioni di collaboratori reciprocamente riscontrate, comparazioni tecniche e testimonianze oculari — potrebbe finalmente imprimere quella svolta che quattordici anni di indagini non sono riusciti a produrre in sede processuale.
Tra i 54 arrestati nell’operazione figura lo stesso Domenico Tassone, il sopravvissuto di quella notte, indicato nell’ordinanza come esponente organico al clan Emanuele-Idà. Perché capire la morte di Filippo Ceravolo significa capire chi era, davvero, l’uomo seduto alla sua sinistra quella sera in macchina. Domenico Tassone, nato a Soriano Calabro l’8 marzo 1985 e residente a Gerocarne, noto negli ambienti della ‘ndrangheta con i soprannomi di “u colò” o “Kolo”, non era un frequentatore occasionale degli ambienti mafiosi. Era, secondo la ricostruzione della Dda di Catanzaro, un elemento di assoluto primo piano all’interno della consorteria Emanuele-Idà: uno dei soggetti deputati al compimento di azioni di sangue, quello che nel lessico della ‘ndrangheta si chiama “azionista” — uomo d’azione, componente stabile del gruppo di fuoco del clan.
A descriverlo in questi termini sono i collaboratori di giustizia Bartolomeo Arena e Raffaele Moscato, le cui deposizioni convergono nel tratteggiare un profilo operativo di assoluta pericolosità. Tassone, secondo gli inquirenti, coadiuvava i vertici del sodalizio non solo nell’esecuzione materiale di azioni violente, ma anche nell’ideazione delle strategie criminali e nella gestione di settori illeciti che spaziavano dal narcotraffico al commercio di armi. La sua pericolosità agli occhi della cosca avversaria era tale da renderlo uno degli obiettivi prioritari dei Loielo durante la sanguinosa “faida dei boschi” che insanguinò le Preserre vibonesi. Fu per eliminarlo — e non riuscendoci — che Filippo Ceravolo perse la vita.
L’ordinanza della Dda documenta con dovizia di dettagli anche le attività illecite successive al 2012. Sul fronte del narcotraffico, a Tassone vengono contestati numerosi capi d’imputazione relativi alla detenzione e gestione di ingenti carichi di sostanze stupefacenti — marijuana e hashish — tra cui depositi sotterranei contenenti centinaia di chilogrammi di droga. Nel luglio 2023 era stato arrestato in flagranza di reato per la coltivazione di una piantagione di canapa indiana. Gli viene inoltre contestata una tentata estorsione ai danni di una ditta edile operante a Vazzano, dove si sarebbe presentato personalmente per esigere il pagamento del “pizzo” — il tributo mafioso che il clan imponeva sistematicamente alle imprese del territorio.
Quando i vertici del clan finivano in carcere o si rendevano latitanti, era su Tassone e su Michele Idà che ricadeva la gestione operativa del narcotraffico. È lui che, secondo gli inquirenti, garantiva la continuità criminale del sodalizio nei momenti di maggiore pressione investigativa, supportando logisticamente anche la latitanza di Giovanni Emmanuele. Un uomo indispensabile all’organizzazione. L’uomo che, la sera del 25 ottobre 2012, stava tornando a casa da Vazzano con un ragazzo di diciannove anni che non sapeva nulla di tutto questo. E che pagò con la vita la sola colpa di essere salito su quella macchina.







