La Corte d’Appello di Catanzaro, prima sezione penale, ha assolto Domenico Rizza dall’accusa di concorso esterno in associazione di stampo mafioso perché il fatto non costituisce reato. Il collegio, composto dal presidente Giancarlo Bianchi e dai consiglieri Pietro Scuteri e Michele Ciociola, ha pronunciato il dispositivo nell’udienza di ieri, 13 aprile 2026, riformando integralmente la sentenza emessa dal Tribunale di Lamezia Terme il 27 giugno 2023, che aveva condannato l’imputato a otto anni di reclusione.
Per il secondo capo d’imputazione — la detenzione e cessione illegale di armi comuni da sparo — la Corte ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Revocate tutte le pene e le sanzioni accessorie già irrogate in primo grado.
Le accuse e il processo di primo grado
Rizza, nato a Catanzaro il 22 agosto 1956 e difeso dall’avvocato Gregorio Viscomi del foro di Catanzaro, era stato chiamato a rispondere di gravi contestazioni. Secondo l’imputazione, nel periodo compreso tra il 2008 e il luglio 2011 avrebbe assunto il ruolo di fornitore privilegiato di armi comuni da sparo nei confronti di esponenti di vertice della cosca Giampà di Nicastro-Lamezia Terme, pur senza essere stabilmente inserito nella struttura organizzativa del sodalizio.
Il Tribunale collegiale di Lamezia aveva ritenuto provato, sulla base delle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia, che Rizza avesse ceduto pistole calibro 7,65, calibro 9 e calibro 9×21 ad alcuni esponenti della ‘ndrina, contribuendo così a rafforzare la capacità operativa e intimidatoria del clan sul territorio lametino.
Il ruolo dei collaboratori di giustizia
Il quadro accusatorio costruito in primo grado si fondava sulle dichiarazioni convergenti di Giuseppe Giampà, Rosario Cappello e Saverio Cappello, nonché di Vincenzo Ventura, tutti collaboratori di giustizia già condannati nell’ambito delle operazioni antimafia “Medusa” e “Perseo”. I testimoni avevano descritto Rizza come un trafficante d’armi di primario livello, in grado di rifornire le cosche con partite anche consistenti di pistole, acquistate in città del Nord Italia.
Il Tribunale di Lamezia aveva ritenuto le loro dichiarazioni logiche, coerenti e reciprocamente riscontrate, valorizzando anche il ritrovamento di armi in un terreno adiacente a quello di proprietà dell’imputato, avvenuto nell’ambito dell’operazione “U Cinese”.
La difesa e l’esito in appello
La difesa, condotta dall’avvocato Gregorio Viscomi, aveva sostenuto che l’attività di Rizza si fondasse su rapporti personali con Rosario Cappello, senza che l’imputato fosse consapevole della destinazione associativa delle armi, e aveva evidenziato le difformità nei propalati dei collaboratori. La Corte d’Appello ha accolto le ragioni difensive, concludendo che il fatto non costituisce reato quanto al capo A, e dichiarando prescritto il reato di detenzione e cessione illecita di armi di cui al capo B, una volta esclusa l’aggravante del metodo e della finalità mafiosa. Per il deposito della motivazione la Corte ha indicato il termine di novanta giorni.




