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5 Maggio 2026
5 Maggio 2026
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Raid intimidatorio a Vibo, caccia agli “straccioni” del racket: la spavalderia del commando catturata dalle telecamere

Cinque imprese colpite in rapida sequenza nella zona industriale, i colpi di fucile calibro 12 sparati contro saracinesche, mezzi e vetrate mentre in alcuni uffici c’erano ancora dipendenti al lavoro

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Un solo commando, secondo la pista investigativa al momento privilegiata. Un’auto che arriva, si ferma, uno degli occupanti scende, imbraccia un fucile e spara. Non nel cuore della notte, non quando la zona industriale è completamente deserta, ma intorno alle 21.30, quando in alcune aziende le luci erano ancora accese e alcuni dipendenti si trovavano negli uffici. È questa la dinamica che emerge dalle testimonianze delle vittime e dalle prime ricostruzioni del raid intimidatorio che ha colpito cinque attività produttive tra Vibo Valentia e Jonadi, nell’area industriale di località Aeroporto. Una sequenza rapida, brutale, eseguita con arroganza e spavalderia, senza neppure il tentativo di sottrarsi davvero agli occhi delle telecamere. Perché la zona è coperta da diversi impianti di videosorveglianza e quei filmati sono ora uno dei punti centrali dell’inchiesta.

Il raid in rapida sequenza: cinque aziende nel mirino

I colpi di fucile calibro 12 hanno raggiunto, tra le altre, Metal Sud, Sud Edil Ferro, due aziende agricole riconducibili a Colloca e Baldo, e la Kernel. Tutte attività collocate a breve distanza l’una dall’altra. Tutte finite nel mirino nell’arco di pochi minuti. La modalità dell’azione è il primo elemento che inquieta: non un gesto isolato contro una singola impresa, ma un messaggio allargato, indirizzato a un pezzo del tessuto produttivo vibonese. Un’azione dimostrativa, violenta, studiata per lasciare segni visibili: saracinesche colpite, vetri infranti, lamiere crivellate, mezzi danneggiati.

Alla Metal Sud, azienda del gruppo guidato da Domenico Arena, i colpi hanno attinto, ad esempio, uno dei mezzi parcheggiati all’interno dello stabilimento. Alla Sud Edil Ferro, invece, le immagini delle telecamere avrebbero ripreso uno degli assalitori mentre si avvicina alla saracinesca per sparare. Dinamiche simili nelle azioni compiute contro le altre tre attività ubicate a poche centinaia di metri l’una dall’altra.

“Hanno sparato mentre c’erano ancora le luci accese”

La testimonianza di Domenico Arena a Calabria7 sintetizza la gravità di quanto accaduto. Non solo l’intimidazione in sé, ma il momento scelto per colpire. “Quanto accaduto a me – spiega Arena – e ad alcuni miei colleghi ha dell’assurdo. Mai vista una cosa simile. Solitamente i malintenzionati entravano in azione a notte fonda. Adesso hanno sparato, incuranti di quello che poteva accadere, alle 21,30. Quando alcuni miei colleghi erano ancora con le luci accese a lavorare negli uffici delle loro aziende”.

Per l’imprenditore si tratta di “un fatto grave”. Grave perché il commando avrebbe colpito “alla cieca” e in contemporanea più aziende. “Non capisco cosa possono chiederci sapendo che ognuno di noi va a denunciare ogni tipo di violenza. Si smetta, una volta per tutte, ad assaltare a colpi di fucile le aziende sane”. Arena rivendica la scelta della denuncia e della fiducia nelle istituzioni: “Noi non abbiamo nessun timore di rivolgerci alle forze dell’ordine. La protezione la chiediamo allo Stato. I colpi di fucile potevano fare breccia nel passato. Adesso la nostra serenità a continuare ad operare in Calabria ci viene direttamente da magistrati, polizia, carabinieri e finanzieri che sono i nostri angeli custodi”.

Le immagini delle telecamere e le cartucce al vaglio degli investigatori

La Squadra mobile di Vibo Valentia ha acquisito i filmati degli impianti di videosorveglianza poche ore dopo il raid. È da quelle immagini che gli investigatori provano ora a ricostruire il percorso dell’auto, i tempi dell’azione, il numero degli autori e l’eventuale presenza di complici. Al vaglio ci sono anche le cartucce e tutto il materiale raccolto sui luoghi colpiti. Elementi che potranno contribuire a chiarire se sia stata utilizzata una sola arma, se il commando abbia seguito un itinerario prestabilito e se dietro l’azione ci sia un tentativo di pressione estorsiva.

La pista del racket resta una delle ipotesi investigative. Ma il dato già evidente è il valore simbolico del raid: cinque aziende colpite in sequenza, in una provincia che prova a rialzarsi dopo anni di dominio criminale e che continua a fare i conti con fragilità economiche, disoccupazione e difficoltà sociali. Scene da far west che a queste latitudini non si vedevano da anni e che riportano la mente a prima del maxi blitz “Rinascita Scott” quando la stessa zona industriale di Vibo e di Jonadi era finita più volte nel mirino con modalità similari. Intimidazioni ricostruite nel dettaglio e finite agli atti del maxi processo con condanne durissime per i responsabili di quelle intimidazioni.

L’appello dell’Antiracket: “Non rimanere soli, denunciare”

L’Associazione Antiracket della Provincia di Vibo Valentia ha espresso “profonda preoccupazione” e “ferma condanna” per le intimidazioni subite dalle cinque aziende del nucleo industriale. Per l’associazione, “si tratta di episodi che colpiscono non solo i singoli imprenditori coinvolti, ma l’intero tessuto economico e sociale del territorio, minando la libertà d’impresa e alimentando un clima di insicurezza che non può e non deve essere tollerato”.

Da qui l’invito agli imprenditori a non isolarsi e a denunciare ogni pressione. “L’Associazione Antiracket rinnova la propria vicinanza e solidarietà agli imprenditori vittime di tali atti intimidatori, incoraggiandoli a non rimanere soli e a denunciare ogni forma di pressione o minaccia. Solo attraverso la collaborazione con le istituzioni e le forze dell’ordine è possibile contrastare efficacemente ogni tentativo di infiltrazione e controllo criminale dell’economia locale”. La denuncia come argine, la rete come protezione, la presenza dello Stato come condizione essenziale perché chi produce lavoro non si senta abbandonato.

Libera: “Escalation criminale, serve una risposta collettiva”

Dura anche la presa di posizione del coordinamento provinciale di Libera, che parla di un attacco all’intera comunità vibonese. “Esprimiamo profondo sdegno e ferma condanna per il brutale raid intimidatorio che, nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi, ha colpito cinque attività produttive nella zona industriale tra Vibo Valentia e Jonadi. Colpi di fucile calibro 12 esplosi contro saracinesche e vetrate di aziende storiche del nostro territorio rappresentano un attacco diretto non solo alla libertà d’impresa, ma all’intera comunità sana del Vibonese”.

Libera legge gli episodi dentro una cornice più ampia: “Questi atti vili si inseriscono in una cornice preoccupante di recrudescenza violenta che sta interessando il nostro territorio. Non si tratta di episodi isolati, ma di un’escalation che mira a soffocare la speranza e il futuro economico di questa provincia. Forse un cambio nell’assetto criminale dopo le importantissime operazioni realizzata nel nostro territorio?”.

Poi il richiamo alla reazione civile: “Quello che è certo è che di fronte alla protervia criminale, emerge la dignità e la forza di chi ha deciso di non indietreggiare. È in questo spirito di resistenza civile che la società tutta deve ritrovarsi”.

La società civile, la politica e la Chiesa: il fronte della solidarietà

Il raid ha provocato una serie di reazioni dal mondo politico, associativo e religioso. Il vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, monsignor Attilio Nostro, accompagnato dal vicario episcopale don Roberto Carnovale, ha fatto visita alle aziende colpite. L’incontro è stato definito “un significativo momento di vicinanza e di ascolto”, con la solidarietà della comunità diocesana a quanti continuano a operare “senza arrendersi di fronte alle ingiustizie e alle violenze”. Il vescovo ha parlato di “eventi sciagurati che devono essere da tutta la società civile contrastati”, perché ledono “quei sani principi della legalità che sono alla base del vivere quotidiano”.

Da Forza Italia Vibo Valentia, i coordinamenti provinciale, cittadino e giovanile rappresentati da Michele Comito, Carmen Corrado e Danilo Benedetti hanno espresso “la più ferma e totale condanna”. Il messaggio è netto: “Colpire chi lavora, chi investe e chi crea occupazione significa colpire al cuore l’intera comunità vibonese”.

Gli esponenti azzurri aggiungono: “Non abbassiamo la testa. La risposta a questi atti criminali deve essere l’unità delle istituzioni e dei cittadini. Confidiamo nell’operato delle forze dell’ordine e della magistratura affinché i responsabili siano presto assicurati alla giustizia. Forza Italia resterà sempre al fianco di chi produce e di chi non si piega alla logica del ricatto”.

Anche Vito Pitaro e Maria Rosaria Nesci, di Noi Moderati, parlano di “atti vili e inaccettabili che colpiscono non solo le attività direttamente coinvolte, ma l’intero tessuto economico e sociale del territorio, mettendo a rischio il lavoro, gli investimenti e la serenità di intere famiglie”.

La sfida allo Stato e il nodo della sicurezza

Il raid contro le cinque aziende arriva in un momento delicato per il Vibonese. Dopo le grandi inchieste antimafia e dopo anni in cui una parte del territorio ha provato a riconquistare spazi di libertà economica, il ritorno dei colpi di fucile contro le imprese viene vissuto come un segnale inquietante. La differenza, questa volta, è nella risposta immediata delle vittime. Gli imprenditori hanno denunciato. Hanno consegnato immagini, ricostruzioni, dettagli. Hanno scelto di parlare. E questo, in una terra dove per troppo tempo la paura ha imposto silenzi, diventa già un primo fatto giudiziario e civile. “Dobbiamo andare avanti – dice Arena – per il bene dei nostri dipendenti. Da noi dipende il futuro di centinaia di persone. Come in passato andremo avanti confidando nella vicinanza dello Stato. È lo Stato che deve tutelarci da ogni pericolo. Sicuramente si farà luce su questo episodio che getta nella paura un intero territorio”.

La caccia agli straccioni del racket passa ora dai filmati, dalle cartucce, dalle traiettorie dei colpi e dalle testimonianze. Ma passa anche dalla capacità del territorio di non lasciare soli gli imprenditori. Perché chi spara contro le aziende non colpisce soltanto una saracinesca: prova a rimettere la paura al centro dell’economia. E a Vibo, questa volta, la risposta pubblica è arrivata prima del silenzio.

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