Cosa hanno in comune Stefano Rivetti di Valcervo (Torino, 10 giugno 1914 – Vence in Francia, 7 ottobre 1988), Nino Rovelli (Olgiate Olona, 10 giugno 1917 – Zurigo, 30 dicembre 1990) e Raffaele Ursini (Roccella Ionica, 24 agosto 1926 – Losanna, 7 aprile 2008)? Molto, come vedremo. Intanto bisogna dire, preliminarmente, che questi personaggi se li possono ricordare solo chi possiede i capelli grigi e non già i contemporanei che si distanziano di molti lustri.
Quati personaggi hanno, altresì, in comune che furono tutti e tre “capitani d’industria” che portarono tanti sogni e speranze in Calabria, salvo poi, e non solo per colpa loro, a lasciare tante macerie, i cui danni ancor’oggi si toccano con mano. Tre storie diverse ma con una uguale filosofia. Ovvero quella di essere e apparire con una forte connotazione di «miseria e nobiltà»: tanta velleità, grattando la quale c’era e c’è il nulla. Vediamo, sinteticamente, i tre profili.
Stefano Rivetti e la “Lini e Lane”
Stefano Rivetti era nobile, figlio del conte Ezio Oreste Rivetti di Valcervo, importante industriale laniero biellese, erede di una famiglia nobiliare piemontese che da tempo aveva impiantato a Biella e nelle sue valli industrie laniere, il Lanificio Rivetti S.p.A., che fino agli anni ‘50 costituiva una delle maggiori imprese del settore.
La famiglia Rivetti a un certo punto decise di trasferire i propri interessi nel Golfo di Policastro, anche per usufruire dei notevoli incentivi dati dalla Cassa del Mezzogiorno. Fu fondata, per la circostanza, la “Lini e Lane”, con attività principale a Maratea, l’unico comune sulla costa tirrenica della Basilicata, regione che era il collegio elettorale del ministro Emilio Colombo, esponente molto influente della Democrazia Cristiana. Gli altri stabilimenti furono collocati a Tortora e Praia a Mare in provincia di Cosenza. L’esperienza industriale si rivelò fallimentare perché la fabbrica s’iscrisse nel registro delle cattedrali nel deserto.
Rovelli, Ursini e la protezione politica di Mancini
Rovelli e Ursini ebbero in comune la “protezione” politica del deputato socialista Giacomo Mancini. Nino Rovelli creò nella piana di Lamezia le società SIR e NIR (con ben 13 mila dipendenti), pensando di realizzare un colosso chimico che ambiva a fare la concorrenza alla Montedison. Sogni, tanti ma i risultati furono pochini.
Lo stesso discorso vale per Raffaele Ursini che costruì una grande fabbrica a Saline Joniche, sulla costa jonica reggina, la “Liquilchimica biosintesi”, un opificio, con una ciminiera altissima (che è rimasta) per produrre proteine da “fermentazione” di idrocarburi, pensate dapprima per la mangimistica di carne commestibile, poi per conigli da pelliccia. Ma lo stabilimento non entrò mai in funzione, con il risultato che i dipendenti rimasero per ben ventitré anni in cassa integrazione.
Il Giornale di Calabria e una nuova classe giornalistica
Bisogna anche aggiungere, infine, che per realizzare l’iniziativa imprenditoriale di Rovelli, fu creata ad hoc da Giacomo Mancini una testata giornalistica, “ll Giornale di Calabra”, la cui direzione fu affidata a Piero Ardenti (Milano, 1921 – 1986), con Paolo Guzzanti (che veniva dall’”Avanti!” e andrà a “la Repubblica”) capo-redattore. La redazione e lo stabilimento tipografico avevano sede a Piano Lago di Rogliano (dove oggi c’è sede la Cern). Tra i meriti che ebbe quel giornale fu quello di allevare una nuova e forse unica classe giornalistica calabrese.
Naturalmente le tre storie dei “capitani d’industria” ebbero complicatissime vicende umane, politiche, sociali e sindacali che accelerarono la loro pietra tombale.







