La tesi di una spedizione punitiva partita dal Sud per punire Barbara Corvi viene respinta con forza da Roberto Lo Giudice. L’indagato, in un’intervista a Klaus Davi chiarisce la dinamica dei giorni immediatamente successivi alla sparizione, sottolineando come i movimenti dei suoi familiari fossero legati esclusivamente a una necessità di supporto morale e non a logiche di vendetta o sequestro. Secondo la sua versione, il contatto con i parenti calabresi avvenne solo dopo che il vuoto lasciato dalla moglie era già diventato una realtà con cui confrontarsi. Lo Giudice ricorda quei momenti concitati affermando che “Nessuno è arrivato dalla Calabria prima della morte di mia moglie”. Prosegue poi precisando che “Nessuno è venuto. Due giorni dopo è salito mio fratello Giovanni per sostenermi e darmi supporto. Sì, mi chiamò mio figlio Salvatore, o non mi ricordo se gli ho mandato un messaggio, saranno state le sei o le sette, non mi ricordo. Andammo subito a cercarla a casa di Carlo Barcherini, con la mia Jeep insieme a mio suocero, Corvi Roberto, ma non lo trovammo. Lui era uno dei suoi spasimanti”.
Il giallo della perquisizione privata a casa Barcherini
Uno dei passaggi più oscuri della vicenda riguarda il confronto con Carlo Barcherini, indicato da Lo Giudice come uno dei corteggiatori della moglie. Il racconto si sofferma su un sopralluogo avvenuto in modo informale, durante il quale il suocero della donna scomparsa entrò nell’abitazione dell’uomo per cercare tracce della figlia. Lo Giudice spiega di aver preferito rimanere all’esterno per evitare complicazioni legali, data la sua condizione di detentore di armi da caccia, descrivendo una scena caratterizzata da una tensione palpabile e da comportamenti ambigui. Nel ricordare l’episodio, l’indagato riferisce che “Barcherini arrivò con due birre in mano e non ci voleva fare entrare dentro casa, allora dissi a mio suocero “Entra tu”. Avendo una licenza da caccia, avendo un porto d’armi, non volevo implicarmi, anche perché i miei pensieri erano tantissimi in quell’attimo, avevo la testa un po’ impicciata, le incombenze e tutto. Dopo un bel po’ è entrato, ha controllato casa, ha visto qualcosa, una finestra aperta, non mi ricordo di preciso. Dentro casa non c’era. Lui arrivò con due birre”.
La provocazione sulla mafia e la speranza del ritorno
Lo Giudice rigetta categoricamente l’etichetta di “delitto di mafia” per la scomparsa di Barbara, sostenendo che la donna possa essere ancora viva. In un passaggio dai toni fortemente polemici, l’uomo sposta l’attenzione dal crimine organizzato a una presunta corruzione sistemica del territorio umbro, definendo “mafiosi” certi meccanismi burocratici o sportivi piuttosto che la propria storia familiare. La sua posizione rimane ferma nel non voler dichiarare la morte della moglie senza prove certe: “Per me ad oggi lei non è morta, assolutamente, perché pensare che lei sia morta finché non si ha la certezza. Io non posso dire che mia moglie è vittima di mafia. Come fa a essere vittima di mafia se mafia non c’è? Io la mafia l’ho conosciuta qui, ad Amelia. Perché qui se vuoi un progetto di casa devi dare 5mila euro al geometra del comune a nero: non è mafia? Vi racconto solo questa piccolina, mi potrei allargare ma dopo diventa un video-denuncia. Se vuoi un favore e devi pagare, è mafia. Mio figlio che giocava a pallone nel Narnese, se vuoi che giochi con i figli dell’avvocato devi dare 3mila euro. Cioè, io vado a pagare il pizzo? Io sono un lavoratore”.
Il dramma dei figli e la frattura familiare insanabile
L’intervista tocca infine le corde personali di un rapporto ormai logoro con i figli avuti con Barbara. Lo Giudice ammette l’assenza di contatti da anni, descrivendola come una scelta deliberata, pur sostenendo di continuare a vigilare su di loro a distanza. La narrazione di un supporto passato, specialmente durante la detenzione di uno dei figli, si scontra con la realtà di un isolamento attuale che l’indagato definisce, paradossalmente, come un gesto di protezione paterna. Sul distacco affettivo dichiara: “Con i due figli di Barbara, con Salvatore sono tre anni che non lo sento. L’ho supportato quando è stato in carcere a Civitavecchia per cose sue. Finché non è uscito l’ho supportato. Sono andando a trovarlo, sono andato da mio nipote. Economicamente no. Quello che guadagno mi serve per il mio, poi non ne avevano bisogno. Volevo che lui finisse questa carcerazione e poi potevamo fare un progetto lavorativo insieme. Una carcerazione può capitare, a volte è educativa. Per è meglio evitarla. Con l’altro fratello Giuseppe non ho più rapporti da più di 10 anni. Io comunque lo osservo. Un padre può anche osservare. È anche questo un atto d’amore”.







