Il presidente del Partito Democratico Stefano Bonaccini nei giorni scorsi è stato a Crotone per sostenere il candidato a sindaco del centrosinistra Giuseppe Trocino; l’esponente politico nel corso del suo intervento ha trattato temi di rilievo locale e nazionale. In relazione a questi ultimi ha sostenuto che l’unità delle forze progressiste non è una condizione sufficiente per vincere, ma una condizione necessaria per tentare di battere, dopo il referendum, anche in occasione delle prossime elezioni politiche, il centrodestra e Giorgia Meloni, la quale è riuscita a conquistare Palazzo Chigi grazie alle pregresse divisioni delle forze di sinistra.
La doppia equazione impropria
L’assunto di Bonaccini merita alcune puntualizzazioni atteso che non tutto può essere condiviso; egli infatti pone una doppia equazione impropria, consistente nel considerare la vittoria dei “No” al referendum sulla riforma della giustizia come una vittoria delle forze politiche di sinistra e trasformando i numeri della bocciatura della riforma costituzionale nel metro di valutazione della consistenza elettorale dei partiti che l’hanno avversata, utilizzando poi il tutto quale “prova inconfutabile” dell’imprescindibilità dell’unione del “Campo largo” per tentare di battere la Meloni, mentre è di cognizione comune che il voto referendario rappresenti un mondo completamente diverso rispetto al voto politico.
Il nodo del leader e il programma che non c’è
Dove invece Bonaccini ha certamente ragione è quando afferma che l’unione delle forze progressiste da sola non rappresenta una condizione sufficiente per conquistare Palazzo Chigi; insieme ad essa, pur non avendolo Bonaccini specificato, è facile dedurre dal complesso del suo discorso che, a suo avviso, occorra un programma elettorale all’altezza della situazione. Stando così le cose, bisogna chiedersi in primo luogo se Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli riusciranno a trovare la quadra sul leader della coalizione e se, superato questo ostacolo, saranno in grado di elaborare un programma di governo credibile che dia un senso allo stare insieme.
Conte, Schlein e il “terzo incomodo” Silvia Salis
Riteniamo che sarà molto complesso centrare entrambi gli obiettivi, infatti per quanto concerne l’individuazione del leader tutto è in alto mare, ancora non c’è accordo neppure sul metodo di scelta tant’è che sulle primarie una distanza siderale divide Conte e Schlein ed a complicare ulteriormente le cose – andando oltre i roboanti proclami della segretaria del PD in relazione a presunte rimonte nei sondaggi – sono proprio gli istituti che si occupano delle rilevazioni in materia a sostenere che oggi né Conte né Schlein batterebbero l’attuale premier, evidenziano che ad avvicinarsi maggiormente alla Meloni, in un ipotetico confronto, sarebbe quella che viene considerata a sinistra come un terzo incomodo, ossia il sindaco di Genova Silvia Salis.
Le perplessità sul programma
Ancora più marcate sono le perplessità in ordine alla capacità di elaborare un programma che possa indurre gli elettori ad abbandonare l’attuale maggioranza – alla quale va dato atto di aver tenuto i conti in ordine tutelando conseguenzialmente il risparmio e ridato un ruolo internazionale all’Italia – per dare credito a chi fino ad oggi ha parlato solo di introdurre la famigerata tassa patrimoniale, di matrimoni tra omosessuali (il redivivo On. Zan è tornato in pista) e di regalie di stato quale il reddito di cittadinanza e bonus vari.
La strategia contro il Governo
A supporto dei dubbi espressi vanno posti due dati di fatto inconfutabili, che si concretizzano nella duplice direzione di marcia della strada intrapresa per contrastare l’azione del Governo; la prima, in mancanza di validi progetti e sulla scorta della pregressa esperienza dell’era Berlusconi, ha sistematicamente fatto assurgere a motivo di scontro politico ciò che avveniva sotto le lenzuola nelle camere da letto degli antagonisti: si è cominciato con le sorelle Meloni ed è proseguito con i ministri Sangiuliano e Piantedosi.
La seconda ha puntato nettamente sulla narrazione farlocca, divulgata attraverso testate e penne della galassia progressista, per screditare il Governo, con risultati però che la maggior parte delle volte hanno ottenuto l’effetto contrario: la vicenda Minetti docet.
Il fantagoverno del Campo largo
Ciò posto ed in attesa degli sviluppi, va osservato come l’unica cosa certa, ad oltre un anno dalle elezioni, sia che nel “Campo largo” già ci si accapiglia per la distribuzione delle poltrone: un gran casino per la formazione di un fantagoverno ancor prima della stesura del programma elettorale, della scelta del leader e, soprattutto, ancor prima di aver vinto le elezioni.








