“Ero entrato in guerra”. È iniziato così, nell’aula della Corte d’Assise di Milano, l’esame di Andrea Beretta, ex capo ultrà della Curva Nord interista, pentito e imputato come mandante e reo confesso nel processo per l’omicidio di Vittorio Boiocchi, storico leader ultrà nerazzurro ucciso nel 2022.
Beretta, collegato in videoconferenza dal carcere e ripreso di spalle, ha ricostruito davanti ai giudici la propria parabola dentro la curva: dall’idea iniziale di amicizia e appartenenza alla degenerazione in una lotta per il comando. “Quando ho preso in mano la gestione della curva credevo nell’amicizia, nella fratellanza e poi sono subentrati il denaro, il potere e sono finito in una spirale di violenza”, ha dichiarato.
“Mi interessava solo tenere il comando”
Nel suo racconto, Beretta ha descritto il clima interno alla curva come una vera e propria guerra per il predominio. “Mi interessava solo tenere il comando contro chiunque volesse portarmi via il predominio”, ha detto. Poi il riferimento alla decisione di collaborare con la giustizia, maturata dopo l’arresto nell’inchiesta “doppia curva” e dopo i colloqui investigativi con i magistrati milanesi. “Il dottor Storari per fortuna mi ha fatto capire che ero finito in un burrone e ho deciso di collaborare”, ha spiegato l’ex capo ultrà. Beretta collabora dalla fine del 2024, dopo l’arresto legato anche all’omicidio di Antonio Bellocco, esponente della ’ndrangheta che faceva parte, insieme allo stesso Beretta e a Marco Ferdico, del direttivo della Curva Nord.
“Ho messo in pericolo me e la mia famiglia”
L’ex capo ultrà ha insistito anche sul peso personale di quella stagione. “Ho messo in serio pericolo sia me che i miei familiari, ero in una strada senza uscita e non vedevo spiragli di luce”, ha detto dal carcere. Nel suo esame ha parlato di minacce, paura e conseguenze familiari: “Sono stato minacciato io e poi i miei figli e ho fatto dei disastri allucinanti”. Una confessione che si inserisce nel processo nato dalle indagini della Polizia e dei pm Paolo Storari e Sara Ombra Ammendola, che hanno portato alla ricostruzione del delitto Boiocchi, rimasto inizialmente un cold case.
Lo “spartiacque” dell’omicidio Belardinelli
Beretta ha poi ricostruito le fasi dei contrasti interni alla Curva Nord, indicando un momento preciso come punto di svolta: l’omicidio di Daniele Belardinelli, l’ultrà travolto e ucciso nel 2018 durante l’agguato degli ultrà interisti contro quelli del Napoli. Secondo Beretta, quell’episodio fu uno “spartiacque” nelle dinamiche di potere della curva. Da lì sarebbe cambiato l’equilibrio interno, fino all’ingresso nel direttivo e alla gestione degli affari collegati al tifo organizzato.
Il conflitto con Boiocchi: “Voleva dominare lui la Nord”
Al centro del racconto c’è il rapporto con Vittorio Boiocchi. Beretta ha spiegato che lo storico capo ultrà voleva estrometterlo dagli affari della curva. “Boiocchi voleva farmi fuori”, ha detto. Poi ha aggiunto: “Voleva dominare lui la Nord e basta, non gli interessava nulla”. Secondo la ricostruzione resa in aula, altri gli avrebbero consigliato di farsi da parte: “Mi dicevano ‘ritirati perché Vittorio è persona di azione’”. Sui business legati alla curva, Beretta ha riferito che lui e Boiocchi dividevano “50 e 50”. Ma quel fragile equilibrio, secondo il suo racconto, sarebbe poi saltato dentro una guerra di potere sempre più violenta.
I soldi, l’arma e il ruolo dei Ferdico
Beretta ha quindi parlato della preparazione dell’omicidio. Secondo quanto dichiarato in aula, fu Mauro Nepi a indicargli una possibile soluzione: “Mi disse un giorno ‘ti può risolvere la questione Marco Ferdico’”. Da quel momento, ha raccontato l’ex capo ultrà, sarebbe partito il progetto criminale. “Io ho trovato i mezzi, l’arma e i soldi, 50mila euro per l’azione”, ha dichiarato.
Sempre secondo la sua versione, “Mauro ha ritirato la borsa coi soldi”, mentre “di tutta l’organizzazione si occuparono Marco Ferdico e il padre Gianfranco”.
Dopo il delitto: il telefono nel microonde e il viaggio a Pietrelcina
Beretta ha ricostruito anche le ore successive all’omicidio di Boiocchi. “Ho preso il telefono e l’ho messo nel microonde”, ha detto in aula. Poi il viaggio a Pietrelcina, paese legato alla figura di Padre Pio: “Sono andato a Pietrelcina, perché sono un fedele di Padre Pio”. Un passaggio che nel racconto del pentito si intreccia con il peso morale del delitto. Beretta ha infatti ammesso: “Ora ho un peso sulla coscienza”. L’ex capo ultrà ha infine raccontato di aver inviato denaro alla moglie della vittima dopo l’omicidio. “Già dopo il delitto mandavo i soldi alla moglie di Vittorio Boiocchi con dei bonifici, perché non ero tranquillo”, ha dichiarato.








