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3 Giugno 2026
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Amendolara come Cutro, la strage degli invisibili che pesa sulla coscienza della Calabria

Il dramma dei migranti bruciati vivi interroga una regione figlia dell’emigrazione: il caporalato prospera dove Stato e società voltano lo sguardo

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La strage di Amendolara è una ferita che si allarga ora dopo ora nella nostra coscienza, ecco perchè non può e non deve essere confinata alla sola cronaca nera. A molti converrebbe un’archiviazione che fosse prima di tutto giornalistica per poter poi loro attivare la macchina dell’oblìo. Ma Amendolara peserà, come Cutro, per sempre sul groppone di quanti celebrano in grisaglia gli 80 anni della Repubblica fondata sul lavoro, che però fa finta di non vedere le atrocità commesse sul posto di lavoro.

Quattro uomini bruciati vivi

Quattro uomini sono morti bruciati vivi: erano braccianti, migranti, lavoratori invisibili che raccoglievano frutta nelle nostre campagne, essere umani come noi, non “corpi senza storia”, per dirla alla Monsignor Savino, uno dei Vescovi piu’ importanti d’Italia, ma anche il piu’ inascoltato d’Italia, vista la cecità perdurante di molta sibaritide sugli schiavi della terra, che giungono per mare. Donne e uomini che avevano lasciato il proprio Paese inseguendo la stessa speranza che per oltre un secolo ha spinto milioni di calabresi a partire verso l’America, il Nord Europa, l’Australia, il Nord Italia. Cercavano lavoro, dignità, una possibilità.

La Calabria e la memoria perduta dell’emigrazione

Per questo la tragedia di Amendolara interroga la Calabria più di qualsiasi altra terra. Perché la nostra è una regione costruita sulla memoria dell’emigrazione. Ogni famiglia calabrese custodisce il racconto di un nonno partito con una valigia di cartone, di un padre costretto a lasciare la propria terra, di una madre che ha vissuto anni di lontananza. Sappiamo cosa significa essere stranieri, essere guardati con diffidenza, accettare lavori duri perché non esistono alternative. Eppure oggi, davanti a questi nuovi migranti, sembriamo aver perso la memoria: siccome sono pakistani, afghani o di altre nazionalità, pesano di meno.

La “mafia pachistana” e la nostra mafiosità

Ma è l’altra mostruosa vetta, tra quelle raggiunte dalla nostra ipocrisia, che fa venire vertigini, e con esse i conati piu’ brutali: credere che la “mafia pachistana“, come l’ha definita tra le lacrime uno dei sopravvissuti, sia un fenomeno isolato, che si nutra da solo, assolutamente autonomo dalle dinamiche sociali di noi civili. Eh no, non è così: se c’è una mafia pachistana è perchè essa viene annaffiata da certa nostra mafiosità (che fa rima con omertà) in tanti ettari di campi dei quali lo Stato, la nostra Repubblica strabica, tutta lustrini e celebrazioni ha perso il controllo. Quanti semi dell’horror sono stati piantati nei feudi del caporalato? Amendolara lascia intuire che la pianta del male non è una specie tipica, ma è molto piu’ diffusa di uqanto non si pensi.

Il silenzio sporco delle convenienze

Le parole del vescovo Francesco Savino colpiscono nel segno quando denuncia il “silenzio sporco delle convenienze” e quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Perché il problema non è soltanto il gesto criminale di chi avrebbe ucciso quei lavoratori. Il problema è ciò che viene prima, il sistema che rende possibile lo sfruttamento, è l’indifferenza che lo tollera e poi il silenzio che lo accompagna.

Troppo spesso il dibattito pubblico si divide tra chi urla contro i migranti e chi si limita a indignarsi quando accadono tragedie come questa, ma la verità è più scomoda. Essa dice che interi comparti dell’agricoltura italiana, e anche calabrese, si reggono sul lavoro dei migranti e sulla loro disponibilità ad accettare condizioni che molti di noi non accetterebbero mai. È un paradosso che dovremmo avere il coraggio di guardare negli occhi.

La filiera che usa i migranti e poi li cancella

Da una parte c’è chi invoca respingimenti, chiusure, allontanamenti, dall’altra c’è una filiera economica che continua ad avere bisogno di manodopera straniera per raccogliere nei campi, lavorare nelle serre, svolgere attività che sempre meno italiani sono disposti a fare. Due realtà che convivono nello stesso Paese e spesso nelle stesse persone. Per questo sarebbe troppo facile limitarsi a condannare i caporali. Certo, vanno perseguiti con tutta la forza dello Stato. Ma il caporalato prospera perché trova terreno fertile in un sistema che vuole prodotti a basso costo, che comprime i margini, che preferisce non vedere da dove arrivino certi risparmi. Se davvero vogliamo combatterlo, dobbiamo avere il coraggio di guardare l’intera filiera, non soltanto l’ultimo anello.

Il dovere morale della Calabria

La Calabria ha il dovere morale di essere diversa, non soltanto perché questa tragedia è avvenuta sul suo territorio, ma perché la sua storia dovrebbe renderla più sensibile di altre regioni. Noi siamo figli e nipoti di emigranti. Abbiamo conosciuto il pregiudizio, la fatica, l’umiliazione di chi parte per necessità. Dovremmo essere i primi a riconoscere nell’altro una storia che assomiglia alla nostra.

La lezione di Amendolara non riguarda soltanto la giustizia penale. Riguarda la coscienza collettiva e la scelta tra continuare a considerare questi lavoratori come braccia utili quando servono e invisibili quando non servono più, oppure riconoscerli finalmente come persone. Perché una società che accetta che qualcuno viva senza diritti finisce inevitabilmente per mettere in discussione i diritti di tutti. E perché nessuna terra può dirsi davvero civile se dimentica troppo in fretta da dove viene.

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