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4 Giugno 2026
4 Giugno 2026
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Il nuovo ospedale di Catanzaro? Il vero nodo è la sanità che non c’è prima del pronto soccorso

Mentre la politica litiga su Germaneto o centro città, il sistema resta senza una rete territoriale capace di intercettare cronicità, fragilità e bisogni quotidiani. E senza Case di comunità operative, qualunque ospedale rischia di nascere già congestionato

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Nel 2023 gli accessi al pronto soccorso in Italia hanno superato i 18 milioni. Circa il 68% erano codici a bassa gravità, quasi quattro milioni classificati come impropri. Significa che una parte consistente di chi si è presentato al pronto soccorso non aveva un’emergenza — aveva un problema che il territorio non era riuscito a gestire prima.

Eppure, il dibattito sanitario a Catanzaro, da mesi ruota intorno a una domanda sola: dove costruire il nuovo ospedale. Ogni settimana una mozione, una dichiarazione, un vertice di maggioranza. Chi spinge per la zona di Germaneto ha le sue ragioni — lì c’è già il Policlinico universitario, i collegamenti stradali, lo spazio per crescere. Chi difende il centro risponde che il Pugliese e il Ciaccio esistono già, sono stati rinnovati, e spostare tutto significa tagliare fuori chi non ha una macchina o fa fatica a muoversi. Entrambe le posizioni hanno senso. Il problema è che nessuna delle due risponde alla domanda che dovrebbe stare al centro: a quale tipo di sanità serve questo ospedale?

Perché un ospedale esiste dentro un sistema. E se il sistema intorno è debole, qualunque ospedale si ritrova a fare tutto: l’emergenza, la cronicità, la fragilità, il controllo di routine che nessun altro ha gestito. Questo non è un problema di edifici. È un problema di modello.

Il modello da cambiare: non tutto può finire in ospedale

Il modello che ha dominato la sanità italiana per decenni mette l’ospedale al centro di tutto. La riforma avviata con il PNRR prova a cambiare questa logica. Lo strumento principale sono le Case di comunità: presidi di prossimità, uno ogni 40.000-50.000 abitanti secondo gli standard del DM 77/2022, dove un medico di base, un infermiere, uno specialista e un assistente sociale lavorano insieme per seguire il paziente prima che si aggravi. La presenza medica è garantita, quella infermieristica anche. Dotazioni obbligatorie: punto unico di accesso, CUP aziendale, assistenza domiciliare per le patologie croniche. Dotazioni fortemente raccomandate: ecografo, elettrocardiografo, spirometro.

Lo scopo è intercettare, orientare, seguire, e fare in modo che l’ospedale torni a occuparsi di ciò che è davvero suo: urgenza e complessità clinica. Una ricerca su JAMA Network Open ha misurato una riduzione significativa delle riammissioni ospedaliere a 30 giorni nei contesti dove operano team di comunità strutturati. Il principio è semplice: quando la medicina arriva prima e più vicino, l’ospedale si svuota di ciò che non è emergenza.

Calabria, la rete che ancora non c’è

Il punto è che in Calabria questa rete non c’è, o è così frammentata da non funzionare come rete. E senza di essa, qualunque riforma ospedaliera parte già in salita. Un nuovo ospedale a Germaneto, senza Case di comunità operative nell’area metropolitana, rischia di essere congestionato fin dal primo giorno — non perché sia mal progettato, ma perché si ritrova a fare il lavoro che avrebbe dovuto fare il territorio.

Un segnale, per quanto parziale, è arrivato il 1° giugno 2026: a Squillace, l’ASP di Catanzaro ha inaugurato la prima Casa di comunità del comprensorio. La struttura copre un bacino che include Squillace, Stalettì, Palermiti, Amaroni e Vallefiorita, con ambulatori di cardiologia, geriatria, diabetologia, ortopedia ed ecografi di ultima generazione. Era pronta dall’autunno 2025, ma rimasta ferma per mesi per un problema di fornitura elettrica risolto solo con l’intervento della Regione — dettaglio non secondario, perché racconta la fragilità della catena che porta un’idea a diventare un servizio.

Entro fine giugno dovrebbero aprire le Case di comunità di Catanzaro centro e Catanzaro Lido. I documenti ufficiali dell’ASP di Catanzaro elencano in totale 14 Case di comunità previste nell’ambito del PNRR Missione 6 Salute, distribuite nei tre distretti provinciali secondo lo schema Hub/Spoke del DM 77/2022: 8 strutture Hub e 4 Spoke, nei distretti CZ1 Catanzaro, CZ2 Lamezia Terme e CZ3 Soverato. Oltre a Squillace e alle due di Catanzaro, le strutture riguardano Soverato, Taverna, Tiriolo, Curinga, Sersale, Lamezia Terme, Gizzeria, Nocera Terinese, Decollatura, Maida e Girifalco.

Il nuovo ospedale e la politica impantanata

Nel frattempo, sul nuovo ospedale, la politica locale si è paralizzata. Il governatore Occhiuto ha dichiarato nell’aprile 2025 che i fondi ci sono (86 milioni dall’INAIL) ed ha indicato la zona di Germaneto come sede preferita, rimettendosi però al territorio. Il Consiglio comunale ha convocato una seduta ad hoc nel giugno 2025, saltata per mancanza del numero legale. Ad aprile 2026, il commissario delegato all’edilizia sanitaria Claudio Moroni ha incaricato il Politecnico di Milano di redigere lo studio di fattibilità sulle alternative progettuali, con scadenza 30 luglio 2026 con un compenso di 138mila euro. In pratica: la decisione su dove sorgerà l’ospedale di Catanzaro si sta prendendo a Milano, perché la politica locale non è riuscita a produrre una posizione condivisa in anni di dibattito.

Le tre alternative: Germaneto, strutture esistenti o rete integrata

Le alternative concrete sono tre, non due. La prima è il grande polo centralizzato a Germaneto: integrazione con università e ricerca, logistica moderna, capacità di trattenere pazienti che oggi escono dalla Calabria. Da solo però non risolve il problema del sistema. C’è inoltre una questione aperta: più voci — tra cui l’ex consigliere Citriniti e l’ex presidente del Consiglio regionale Tallini — sostengono che parte dell’area del campus ricade in zone a rischio idraulico elevato nel PAI Calabria.

La seconda alternativa è mantenere e potenziare le strutture esistenti — Pugliese, Ciaccio, Mater Domini — distribuendo le funzioni. Costa meno, mantiene la prossimità, ma rischia di lasciare in piedi strutture vecchie con aggiustamenti progressivi. La terza strada è la più ambiziosa: costruire un polo ospedaliero moderno come vertice di una rete. Significa Case di comunità operative nei quartieri con medici di medicina generale integrati, assistenza domiciliare attivata da una Centrale Operativa Territoriale che gestisce le dimissioni protette e segue il paziente tra un livello di cura e l’altro, percorsi diagnostico-terapeutici condivisi, telemedicina per raggiungere le zone interne.

Il modello che manca nel dibattito pubblico

Il modello organizzativo di riferimento è il Chronic Care Model: individuazione precoce del paziente cronico, piano di cura personalizzato, presa in carico integrata tra territorio e ospedale con il paziente al centro di un sistema che lo segue invece di aspettarlo. È il modello più difficile da realizzare, perché richiede personale formato su ruoli nuovi, governance multilivello e scelte politiche precise — tutte cose che oggi in Calabria non esistono in forma compiuta. Il problema è che questa terza strada non si vede nel dibattito pubblico. Costruire un edificio è più facile che costruire un sistema. L’edificio si inaugura, si fotografa, si taglia il nastro.

La vera emergenza: anziani, cronicità e aree interne

C’è anche un dato demografico che rende tutto questo urgente. Oltre il 24% della popolazione italiana ha più di 65 anni. In Calabria il territorio è disperso — borghi, frazioni, zone interne dove l’ospedale dista un’ora di strada. Patologie croniche, solitudine, fragilità: tutto questo non si gestisce in pronto soccorso. Si gestisce con una sanità che conosce il paziente prima che diventi un caso. I dati sull’attuazione del PNRR mostrano che a metà 2025 solo una parte delle Case di comunità previste era pienamente operativa, con forti carenze di personale. Il rischio dei contenitori vuoti è già visibile in molte regioni. Quello che manca nel dibattito di Catanzaro non è il confronto su dove sorgerà il nuovo ospedale ma quante delle 14 Case di comunità previste dall’ASP saranno davvero operative entro l’anno, con quali standard di personale effettivi, e con quale sistema di coordinamento tra territorio e ospedale? (ma.co)

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