A Reggio Calabria, si sa, lo Stretto non è mai solo geografia. È simbolo, suggestione, promessa politica e, quando serve, anche scenografia perfetta per i retroscena romani. Così è bastata una foto scattata in un ristorante del centro, con Paolo Zangrillo, Roberto Occhiuto e Francesco “Ciccio” Cannizzaro seduti allo stesso tavolo, per trasformare un pranzo politico-istituzionale in una puntata calabrese di House of Cards alla ’nduja. A mettere il pepe, anzi il peperoncino, ci ha pensato Dagospia, che ha ribattezzato la scena come una sorta di “patto dello Stretto”, con l’aggiunta velenosa dello “strutto”: formula perfetta per insinuare, alludere, punzecchiare e soprattutto fare ciò che Dagospia sa fare meglio, cioè mettere zizzania con il sorriso storto.
Il contesto, del resto, è ghiotto. Reggio Calabria è oggi il centro della scena nazionale per la Festa dell’Arma dei Carabinieri, celebrata sul lungomare Falcomatà alla presenza della premier Giorgia Meloni, di ministri e delle massime autorità dello Stato. In città, quindi, non c’è soltanto la Calabria istituzionale. C’è Roma. C’è il governo. C’è il centrodestra in passerella. E c’è Forza Italia, con le sue geometrie interne, sempre più calabresi e sempre meno silenziose.
Il tavolo azzurro che fa rumore
Al centro della scena ci sono tre nomi pesanti. Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione; Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e volto più forte di Forza Italia nel Mezzogiorno; Francesco Cannizzaro, dominus azzurro reggino, reduce da una prova di forza politica che lo ha proiettato ben oltre i confini della città.
Il triangolo non è casuale. Al congresso regionale di Forza Italia in Calabria, celebrato poche settimane fa, la linea Occhiuto-Cannizzaro è uscita rafforzata, con un partito raccontato da più osservatori come saldamente nelle loro mani. E proprio Zangrillo era tra i big nazionali attesi accanto a Tajani e Occhiuto nel passaggio congressuale che ha riconfermato Cannizzaro alla guida del partito calabrese.
Ecco perché quella foto, nel teatrino del retroscena, diventa più di una foto. Diventa un messaggio. O almeno così la legge Dagospia: Zangrillo e Occhiuto, indicati come figure gradite all’area che guarda a Marina Berlusconi, seduti con Cannizzaro proprio nelle ore in cui Reggio diventa capitale simbolica del centrodestra. Tradotto dal dagolinguaggio: “Antonio, guarda che qui si apparecchia”.
Tajani, l’assente perfetto
Ogni retroscena che si rispetti ha bisogno di un convitato di pietra. E qui il nome è quello di Antonio Tajani. Secondo la chiave maliziosa proposta da Dagospia, il leader nazionale di Forza Italia sarebbe il destinatario non dichiarato della foto: non perché qualcuno abbia detto qualcosa contro di lui, ma perché in politica, spesso, basta esserci. O non esserci. La notizia politica vera è che Forza Italia in Calabria non è una dependance periferica. È un laboratorio. Occhiuto governa la Regione, Cannizzaro ha costruito una macchina elettorale potentissima su Reggio e provincia, e il partito azzurro da queste parti non vive di nostalgia berlusconiana, ma di potere amministrato, pacchetti di voti, rapporti romani e ambizioni nazionali.
Dagospia ci infila il coltello con mestiere: il pranzo diventa così una fotografia della guerra fredda azzurra, dove nessuno dichiara battaglia, tutti sorridono e intanto ogni posa può essere letta come un segnale. Altro che antipasto: qui il piatto forte è la successione interna, servita con contorno di sospetti.
Cannizzaro, il “Ciccio” che piace ai voti
In questo racconto, Cannizzaro è il personaggio più pop. Quello che trasforma la politica in format, la piazza in diretta social, il consenso in linguaggio immediato. Il Corriere della Sera lo ha raccontato come il “Ciccio” diventato virale, capace di incarnare un centrodestra muscolare, identitario, molto territoriale e poco incline ai salotti felpati. Cannizzaro non è più soltanto il ras reggino di Forza Italia. È diventato un prodotto politico esportabile, nel bene e nel male. Piace alla base, irrita gli avversari, fa discutere gli alleati. E soprattutto porta voti. Che in politica, alla fine, è l’unica moneta che non si svaluta mai. Per questo la foto con Zangrillo e Occhiuto pesa. Perché mette insieme governo, Regione e territorio. Tre livelli di potere seduti allo stesso tavolo. E a Dagospia non poteva sfuggire l’occasione di trasformare una cena tra azzurri in una presunta prova tecnica di corrente.
Il vero menu: potere, Ponte e posizionamenti
Di cosa avranno parlato? Qui finisce la cronaca e comincia il gioco del retroscena. Ufficialmente, nulla di più normale: presenza istituzionale, Reggio al centro degli eventi nazionali, rapporti dentro Forza Italia, dossier territoriali, infrastrutture, pubblica amministrazione, governo regionale. Ufficiosamente, nel romanzo politico servito da Dagospia, il menu è più saporito: Ponte sullo Stretto, assetti azzurri, peso della Calabria nel partito, rapporti con Tajani, sguardo verso Palazzo Chigi e verso Arcore. Tutto condito da quella domanda non detta che agita Forza Italia da tempo: chi comanda davvero nel partito dopo Berlusconi? La linea ufficiale del segretario nazionale o i nuovi blocchi territoriali che macinano consenso?
La forza del pezzo di Dagospia sta tutta qui: non dimostra una congiura, non pubblica un verbale segreto, non svela un patto scritto. Fa una cosa più semplice e più efficace: prende una foto e la trasforma in un indizio. Poi lascia che siano gli altri a litigare, smentire, precisare, offendersi o fingere indifferenza. Alla fine, il vero titolo è quello suggerito dalla malizia: non fate vedere quella foto ad Antonio Tajani. Non perché contenga chissà quale prova, ma perché in politica le immagini parlano anche quando i protagonisti tacciono.









