Una comunicazione arrivata troppo tardi avrebbe impedito alla Guardia Costiera di attivare tempestivamente le operazioni di ricerca e soccorso e forse di evitare il naufragio del caicco Summer Love davanti alle coste di Steccato di Cutro.
È questo il punto centrale della testimonianza resa in aula dal capitano di vascello Vittorio Aloi, all’epoca comandante della Capitaneria di porto di Crotone, ascoltato nel processo che vede imputati quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria per i ritardi nei soccorsi.
“Il caicco stava naufragando, ma lo sapemmo troppo tardi”
Rispondendo alle domande del pubblico ministero Matteo Staccini, Aloi ha ricostruito le ore precedenti alla tragedia e il funzionamento dei protocolli operativi tra Guardia Costiera e Guardia di Finanza. Secondo l’ex comandante, la Capitaneria non disponeva di radar autonomi nella sala operativa e dipendeva dalle informazioni ricevute dalle altre forze impegnate in mare. “A noi che c’era un caicco che stava naufragando lo hanno detto i Carabinieri”, ha dichiarato. Una frase pesantissima che riapre il dibattito sulla catena delle comunicazioni durante quella notte.
“Lo avremmo intercettato prima che si spiaggiasse”
Aloi sostiene che, se la segnalazione fosse arrivata in tempo, la Guardia Costiera sarebbe stata in grado di intervenire rapidamente. “Lo avremmo intercettato a due miglia dalla costa così non si sarebbe spiaggiato”, ha spiegato. Secondo il capitano di vascello, i mezzi della Guardia Costiera erano perfettamente in grado di affrontare le condizioni meteo presenti quella notte. “C’era un’onda media di due metri e mezzo e le nostre unità non avrebbero avuto alcuna difficoltà. Sono fatte apposta per il soccorso”.
Il nodo dei protocolli tra Guardia Costiera e Finanza
Nel corso della deposizione, Aloi ha richiamato anche il contenuto dell’accordo tecnico operativo del 2005 che regola il coordinamento tra attività di polizia e operazioni di salvataggio in mare. “Quando emergono elementi che possono mettere in pericolo la vita delle persone, deve intervenire il Corpo delle Capitanerie di porto”, ha spiegato. Ma fino alle 4:10 del mattino, secondo la testimonianza, la Capitaneria sarebbe stata convinta che l’operazione fosse ancora gestita come attività di polizia dalla Guardia di Finanza. “Noi eravamo tranquilli perché sapevamo che c’erano unità della Finanza che stavano seguendo il caso”.
“Il problema non erano i migranti, ma l’arrivo vicino alla costa”
Aloi ha inoltre risposto alle contestazioni delle difese sul numero di migranti a bordo e sulle condizioni di navigazione del caicco segnalato da Frontex. “La qualificazione non sarebbe cambiata neppure sapendo che c’erano 100 migranti”, ha affermato. Secondo l’ex comandante, il vero pericolo sarebbe emerso soltanto nelle fasi finali della traversata. “Ha navigato per 300 miglia senza problemi. Il rischio arrivava vicino alla costa”.
Il processo sui soccorsi e le ombre ancora aperte
La testimonianza dell’ex comandante della Capitaneria riporta al centro del processo uno dei temi più delicati della tragedia di Cutro: il mancato coordinamento tra le autorità impegnate nelle operazioni e il ritardo nell’attivazione del protocollo Sar. Una vicenda che continua a dividere politica, magistratura e opinione pubblica mentre il processo prova a chiarire responsabilità e omissioni dietro uno dei naufragi più drammatici degli ultimi anni nel Mediterraneo.









