La domanda ritorna come la risacca quando il mare è sporco e nessuno vuole guardarlo troppo da vicino: acquario sì o acquario no? La questione, detta così, sembra quasi elegante. Una roba da città turistica, da località che discute se puntare sui fondali, sulle scolaresche, sulla divulgazione scientifica, sui bambini col naso incollato alle vasche e i genitori pronti a comprare il gelato all’uscita. Peccato che qui non siamo a Genova, né a Valencia, né in una cartolina patinata del Mediterraneo. Siamo a Vibo Marina, una località che avrebbe tutto per essere una piccola perla della Costa degli Dei e che invece, troppo spesso, sembra una cittadina industriale appoggiata sul mare, come se qualcuno avesse preso un pezzo di costa bellissimo e gli avesse detto: arrangiati.
Il nuovo oggetto del contendere è il progetto dell’acquario comunale nell’area dell’ex Basalti & Bitumi, finanziato con quasi 8 milioni di euro nell’ambito del Cis Calabria “Svelare Bellezza”. Una cifra importante, 7.980.520 euro, che l’amministrazione guidata dal sindaco Enzo Romeo vuole utilizzare per trasformare l’ex deposito costiero in un polo turistico, educativo e ambientale. L’opposizione solleva dubbi, la maggioranza replica, il consigliere M5S delegato al porto Silvio Pisani difende l’intervento, Forza Italia contesta, il Comune chiarisce che i fondi sono vincolati e non possono essere spesi per altro. Insomma: la solita liturgia vibonese, con tutti impegnati a spiegare perché hanno ragione, mentre la realtà, là fuori, continua a sembrare più forte delle conferenze stampa.
L’ex Basalti, monumento al degrado che aspetta da vent’anni
L’ex deposito costiero Basalti Energia, attivo dal 1964 fino all’agosto del 2006, è uno dei simboli più evidenti del degrado industriale della costa vibonese. Dopo l’alluvione del 3 luglio 2006, l’attività si fermò. Da allora, però, non è arrivata la rinascita. Sono rimaste basi in cemento, ferraglia, vecchie strutture, rifiuti, segni di un passato produttivo mai davvero metabolizzato e mai davvero cancellato.
Per quasi vent’anni quella porzione di costa è rimasta lì, sospesa tra abbandono e attesa. Una specie di cartolina al contrario: non il mare che accoglie, ma il mare che sopporta. Non la bellezza che chiama turismo, ma il degrado che chiede spiegazioni. Ecco perché il tema non può essere liquidato con una battuta. Riqualificare quell’area non è solo opportuno: è necessario. La precedente amministrazione aveva immaginato lì un Museo dell’Agroalimentare. L’attuale giunta ha cambiato rotta e punta sull’acquario. Pisani sostiene che, in una città di mare affacciata sul porto e al centro di una straordinaria area costiera, un acquario sia più coerente e attrattivo rispetto a un Museo della Dieta Mediterranea. Argomento non peregrino. Anzi, persino ragionevole.
La città che potrebbe essere turistica e invece sembra chiedere permesso
Vibo Marina è in una posizione che qualunque altro territorio venderebbe come oro. Sta tra Pizzo e Tropea, nel cuore di un tratto di costa che ogni estate scoppia di presenze, fotografie, resort, ristoranti pieni, case vacanza e turisti in cerca del tramonto perfetto. Pizzo cresce, Tropea vola, Capo Vaticano macina numeri e immagine. Vibo Marina, invece, resta spesso ferma a metà del guado: abbastanza bella per essere desiderata, abbastanza trascurata per essere evitata. L’eterna incompiuta stritolata dal degrado e incapace di immaginare il futuro.
Ha il porto. Ha il mare. Ha una storia. Ha una posizione strategica. Ha un potenziale enorme. Ma ha anche i depositi costieri, il peso di una presenza industriale che continua a condizionare l’immagine del territorio, le ferite urbanistiche mai curate, la vergogna del Pennello, quartiere abusivo per antonomasia, diventato nel tempo il simbolo di una città che troppo spesso ha tollerato l’intollerabile. E allora viene da chiedersi: può un acquario cambiare tutto questo? No, da solo no. Sarebbe ridicolo crederlo. Un acquario non cancella il degrado, non rifà le strade, non sistema le fogne, non risolve i problemi delle acque pluviali, non trasforma per magia una frazione in una capitale del turismo. Però può essere un segnale. Può essere un inizio. Può essere la prova che, almeno una volta, si decide di non lasciare un’area abbandonata a marcire davanti al mare.
Fondi vincolati, polemiche libere
Il Comune insiste su un punto: quei soldi sono fondi vincolati. Non possono essere presi e spostati su altre opere. Arrivano dal Cis Calabria “Svelare Bellezza”, sono ministeriali a fondo perduto e legati a un intervento specifico nell’area ex Basalti. Dunque chi dice “usiamoli per strade, fogne o altro” pone un tema politico comprensibile, ma tecnicamente rischia di parlare di un denaro che non può essere speso a piacimento. Questo non significa che le domande siano illegittime. Anzi. Una città seria deve chiedere conto di tutto: bonifica, sicurezza, sostenibilità, costi futuri, gestione, manutenzione, presenze previste, reale capacità attrattiva. Un acquario non è una panchina colorata né una rotonda con due palme. È una struttura complessa. Va progettata, mantenuta, gestita. Deve avere personale, contenuti, programmazione, collegamenti, parcheggi, accessibilità, un modello economico. Altrimenti rischia di diventare l’ennesima cattedrale del Sud: bella nei rendering, triste nella realtà.
Pisani, dal canto suo, rovescia il tavolo e accusa l’opposizione di incoerenza. Ricorda che molte questioni oggi sollevate erano già note quando la stessa area politica era al governo della città. I depositi petroliferi, dice in sostanza, non sono comparsi ieri notte come funghi dopo la pioggia. Le prescrizioni di sicurezza esistevano anche prima. Le stime di affluenza contestate oggi erano simili a quelle del precedente progetto. Tradotto: va bene discutere, ma almeno evitiamo di scoprire il problema solo quando cambia il sindaco.
Il nodo vero: bonifica, sicurezza e credibilità
Il passaggio più serio riguarda la bonifica. Perché l’ex Basalti non è un’aiuola incolta, ma un’area industriale dismessa. Il piano di caratterizzazione e bonifica era stato presentato nel 2021 dalla società proponente. Secondo Pisani, per anni il procedimento non avrebbe registrato particolari accelerazioni, mentre l’attuale amministrazione avrebbe affrontato concretamente la questione, seguendo gli approfondimenti tecnici necessari. Bisogna spiegare come, quando, con quali garanzie e con quali controlli. Il Comune sostiene che i rilievi piezometrici abbiano consentito di individuare le porzioni di area non interessate dalle problematiche di bonifica e che il nuovo intervento insista proprio su quelle. Bene. Ma questo è il cuore della partita: se l’opera nasce su basi tecniche solide, può essere difesa. Se invece si procede con slogan e fiducia a rate, allora l’acquario rischia di diventare un pesce fuor d’acqua.
C’è poi il tema delle mareggiate. Nel Documento di indirizzo alla progettazione sarebbe prevista una barriera soffolta da circa un milione di euro, pensata per mitigare gli effetti delle mareggiate invernali e proteggere la costa. Anche questo è un elemento importante. Ma anche qui vale lo stesso principio: servono carte, tempi, progetti veri, responsabilità chiare. La città è stanca di promesse annunciate come resurrezioni e poi finite nel purgatorio degli uffici.
L’acquario non basta se attorno resta il deserto
L’idea dell’amministrazione è presentare l’acquario non come una struttura tradizionale, ma come un centro moderno di educazione ambientale, ricerca, divulgazione scientifica e valorizzazione del mare. Percorsi immersivi, attività didattiche, biodiversità marina, fondali della Costa degli Dei, scuole, famiglie, giovani. Tutto bello. Tutto persino condivisibile. Ma un acquario, per funzionare, ha bisogno di una città attorno. Non può essere una bomboniera piazzata in mezzo alla polvere. Non può diventare l’alibi per dire che Vibo Marina è rinata mentre attorno restano strade dissestate, aree degradate, periferie irrisolte, abusivismo storico, pezzi di costa trattati come retrobottega. Vibo Marina non deve scegliere tra acquario e dignità urbana. Deve pretendere entrambe le cose. Deve volere l’acquario, se il progetto è serio, ma deve volere anche il resto: il decoro, i servizi, la sicurezza, il mare pulito, il porto integrato nella città, il superamento definitivo degli scempi che da decenni ne offendono l’immagine.
Una perla possibile, ma serve coraggio vero
La verità è che Vibo Marina potrebbe essere molto più di ciò che è. Potrebbe diventare una tappa naturale per chi arriva a Pizzo, Tropea e Capo Vaticano. Potrebbe essere la porta marittima della provincia, un luogo di passeggio, cultura, nautica, ristorazione, turismo familiare, eventi, bellezza. Potrebbe essere un’altra perla incastonata nella Costa degli Dei. Invece, ancora oggi, deve prima convincere i suoi stessi abitanti che non sia destinata per sempre a restare una promessa mancata.
L’acquario può essere una buona idea. Può anche essere un azzardo. Dipende da come verrà fatto. Dipende dalla serietà del progetto, dalla bonifica, dalla gestione, dalla capacità di collegarlo a una visione complessiva. Oggi più che mai è necessario decidere se Vibo Marina debba finalmente uscire dal suo equivoco storico: località di mare trattata come area di servizio, borgo costiero con vocazione turistica costretto a convivere con un paesaggio industriale e degradato. La polemica tra maggioranza e opposizione passerà, come passano tutte le polemiche comunali. Resterà invece la domanda decisiva: tra dieci anni, nell’ex Basalti, ci sarà davvero un luogo vivo, frequentato, pulito, utile, capace di portare persone e lavoro? Oppure avremo aggiunto un altro capitolo al grande romanzo vibonese delle occasioni sprecate? Per ora l’acquario è un progetto, la speranza è un pesce raro e il degrado, purtroppo, nuota ancora benissimo.









