Chi ha ucciso la politica? Non un solo colpevole, ma sette grandi equivoci che l’hanno svuotata dall’interno. È la tesi di Emanuele Cristelli nel suo saggio che arriva sabato a Siderno per una presentazione molti attesa. Dall’illusione che il consenso conti più della visione, alla delegittimazione dei partiti fino all’astensionismo come sintomo di una democrazia stanca, Cristelli ricostruisce il lento logoramento della politica italiana.
In questa intervista parla di Tangentopoli e del cortocircuito tra giustizia e comunicazione, della personalizzazione che ha sostituito idee e organizzazioni, della classe dirigente che non si forma più. Ma indica anche una via d’uscita: ripartire dai territori, ricostruire metodo e credibilità, rimettere al centro competenza e serietà. Perché la politica non è morta. Ha perso autorevolezza. E capire se siamo ancora in tempo per invertirla è la domanda che resta aperta.
Il titolo del suo libro è una domanda tanto semplice quanto provocatoria: “Chi ha ucciso la politica?”. Dopo il lavoro di ricerca e riflessione che l’ha portata a scrivere questo volume, qual è la risposta che si è dato?
“La risposta che mi sono dato è che non esiste un solo colpevole. La politica non è stata uccisa da una persona, da un partito o da un evento preciso. È stata indebolita da una somma di errori, illusioni e trasformazioni che si sono accumulate nel tempo. Nel libro parlo di sette grandi equivoci che hanno progressivamente svuotato la politica della sua funzione originaria: l’idea che il consenso conti più della visione, che la comunicazione possa sostituire i contenuti, che i partiti siano inutili, che la competenza sia un ostacolo anziché una risorsa. Un altro elemento decisivo è stata la progressiva delegittimazione non solo dei partiti, ma anche degli strumenti che rendono possibile una politica organizzata, a partire dal tema del finanziamento pubblico. Nel tentativo di moralizzare il sistema, si è spesso finito per indebolire la struttura stessa della politica, rendendola più fragile, più dipendente e meno autonoma rispetto ai poteri esterni. Più che di un omicidio, parlerei quindi di un lento processo di logoramento. La politica non è morta, ma ha perso autorevolezza, capacità di rappresentanza e funzione educativa. La domanda che pongo nel titolo non guarda soltanto al passato: è un invito a capire se siamo ancora in tempo per invertire questa tendenza.”
Molti individuano nella stagione di Tangentopoli uno spartiacque della storia politica italiana. Quanto ha inciso quella stagione sulla nascita dell’antipolitica e sulla sfiducia verso i partiti?
“Ha inciso enormemente. Tangentopoli ha portato alla luce fenomeni reali e gravi che era giusto denunciare e affrontare. Il problema è che, insieme alla necessaria azione di trasparenza e giustizia, si è progressivamente affermata una lettura più ampia e semplificata, secondo cui il problema non fosse una parte della politica, ma la politica stessa. Da lì in avanti si è avviato un processo di delegittimazione dei partiti e delle organizzazioni intermedie, che ha alimentato una forma strutturale di antipolitica. In questo quadro si è rafforzata anche la centralità del potere giudiziario nel dibattito pubblico, un potere che in alcuni momenti ha finito per assumere un ruolo non solo di controllo, ma anche di forte influenza nella dinamica politica complessiva. Questo fenomeno si è intrecciato sempre più con la dimensione mediatica: processi, inchieste e vicende giudiziarie sono diventati parte integrante della narrazione politica quotidiana, spesso prima ancora di arrivare a una definizione nei luoghi propri della giustizia. Il risultato è stato un cortocircuito tra informazione, percezione pubblica e giudizio politico. Non si tratta di mettere in discussione il ruolo della magistratura, che è fondamentale in uno Stato di diritto, ma di riconoscere come l’intreccio tra giustizia e comunicazione abbia contribuito a modificare profondamente il rapporto tra cittadini, politica e istituzioni. In questo clima, la fiducia nei partiti si è ulteriormente erosa e si è consolidata l’idea che la politica fosse intrinsecamente incapace di autoriformarsi. Una percezione che ha avuto conseguenze profonde sulla qualità della democrazia rappresentativa.”
Oggi assistiamo a una crescente personalizzazione della politica. I leader hanno sostituito le idee e le organizzazioni politiche?
“In molti casi sì. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una progressiva trasformazione dei partiti in contenitori costruiti attorno alla figura di un leader. Le persone hanno iniziato a identificarsi più con un volto che con una cultura politica, più con una personalità che con un progetto collettivo. Questo ha prodotto organizzazioni spesso fragili, poco radicate e fortemente dipendenti dalle fortune del singolo leader. Naturalmente la leadership è importante e lo è sempre stata. Il problema nasce quando il leader sostituisce il partito, quando il consenso personale sostituisce il confronto interno e quando la comunicazione prevale sulla costruzione di una visione politica. In quel momento la politica rischia di diventare una successione di campagne elettorali anziché un progetto di lungo periodo.”
Sempre più persone scelgono di non votare. L’astensionismo è una forma di protesta o il segnale di una crisi più profonda della democrazia rappresentativa?
“Può essere entrambe le cose, ma soprattutto è il sintomo di una crisi più profonda. Una parte degli elettori sceglie di non votare per protesta, ma una quota crescente semplicemente non crede più che il proprio voto possa incidere sulla realtà. È questo il dato più preoccupante. Quando milioni di cittadini smettono di partecipare non stanno soltanto esprimendo una critica verso una determinata classe politica. Stanno mettendo in discussione il rapporto stesso tra rappresentanti e rappresentati. L’astensionismo non è soltanto un problema elettorale. È un problema democratico. Perché una democrazia vive della partecipazione dei cittadini e si indebolisce quando questi smettono di sentirsi parte del processo decisionale.”
Nel suo libro emerge spesso il tema della qualità della classe dirigente. La politica italiana ha smesso di formare i propri dirigenti?
“In larga misura sì. Per decenni i partiti sono stati luoghi di formazione, selezione e crescita della classe dirigente. Si poteva condividere o meno la loro impostazione ideologica, ma svolgevano una funzione fondamentale: preparavano le persone ad assumere responsabilità pubbliche. Con la crisi dei partiti questa funzione si è progressivamente indebolita. Oggi spesso si privilegiano la visibilità, la capacità comunicativa o il consenso immediato rispetto alla preparazione e all’esperienza. Questo non significa che non esistano amministratori o parlamentari competenti. Significa però che il sistema fatica sempre di più a selezionare e valorizzare il merito. Una società complessa richiede una politica preparata. Pensare che la competenza sia un limite anziché una risorsa è stato uno degli errori più gravi degli ultimi anni.”
Lei sarà a Siderno per presentare il suo libro. In molte realtà locali si avverte l’esigenza di ricostruire spazi di confronto, partecipazione e formazione politica. Quanto conta oggi il ruolo dei territori per riavvicinare cittadini e istituzioni?
“Conta moltissimo. Anzi, credo che una possibile rinascita della politica possa partire proprio dai territori. Le comunità locali sono i luoghi in cui i problemi diventano concreti e in cui le persone possono ancora incontrarsi, discutere e costruire relazioni di fiducia. È molto più difficile sentirsi parte di una comunità politica solo attraverso uno schermo che all’interno di un’associazione, di un circolo culturale o di un’iniziativa pubblica, ma anche quest’ultime devono essere in grado di rendere ibrida l’esperienza partecipativa tra digitale e analogico, così da andare incontro alle esigenze di tutti e intercettare anche chi, come i giovani, non sono oggi più disponibili a un impegno politico generalista, ma piuttosto single issue. Per questo considero particolarmente importanti occasioni di confronto come quella di Siderno. La politica ha bisogno di tornare nei luoghi reali, nelle piazze, nelle scuole, nei territori. La partecipazione non nasce online: nasce dall’incontro tra le persone.”
Se lei dovesse dare un consiglio a chi oggi prova a costruire un’area politica moderata, riformista e radicata sul territorio, da dove suggerirebbe di partire: dalle persone, dai programmi o dal metodo?
“Più che distinguere tra persone, programmi o metodo, credo che oggi la politica in senso lato debba ripartire dalla capacità di tenere insieme questi tre elementi in modo coerente. Se però devo indicare una priorità, direi il metodo, perché è ciò che dà credibilità a tutto il resto. Molti progetti politici nascono con buone idee e persone valide, ma faticano a costruire processi riconoscibili, trasparenti e coerenti nel tempo. E oggi questo è diventato decisivo: le persone non giudicano più soltanto cosa dici, ma soprattutto come lo fai e come lo rendi concreto. Una politica credibile dovrebbe recuperare la serietà del lavoro quotidiano, la capacità di costruire fiducia nel tempo e la competenza come forma di autorevolezza. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla polarizzazione, la politica dovrebbe tornare a essere uno spazio di costruzione paziente del consenso, affinchè possa mettere radici vere e contribuire all’elaborazione di una visione condivisa. Può sembrare strano, ma la serietà può tornare a essere una forma di innovazione.”
Nel suo libro emerge spesso il tema del metodo. Quanto conta, nella costruzione di un progetto politico credibile, la coerenza tra valori dichiarati, comportamenti e processi decisionali?
“Conta tutto. Ma ridurre la credibilità solo alla coerenza formale sarebbe un errore. La credibilità politica, a mio avviso, si regge su cinque elementi che si intrecciano tra loro: la possibilità di dire “ho fatto, quindi posso dire che farò”, cioè l’autorevolezza che nasce dall’esperienza concreta; la capacità di ispirare fiducia, che è qualcosa di più profondo del semplice consenso; la capacità di rappresentare un immaginario collettivo, cioè dare forma a un’idea di futuro condivisa; una coerenza logica, più che assoluta, tra ciò che si dice e ciò che si fa, perché la politica vive anche di mediazioni e complessità; e infine l’autenticità, non solo come qualità reale ma come sforzo quotidiano di apparire autentici agli occhi delle persone. Solo quando questi elementi si tengono insieme si ricostruisce quel complesso fragile ma fondamentale che chiamiamo credibilità politica. E senza credibilità, la politica perde inevitabilmente la sua forza di rappresentanza e di guida.”









