La presentazione del nuovo piano formativo e operativo dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Vibo Valentia riaccende il dibattito sul futuro dell’assistenza territoriale, muovendosi tra le speranze di rilancio e lo scetticismo per i ritardi storici del comparto. Sulla questione è intervenuto direttamente l’Osservatorio Civico “Città Attiva”, attraverso una nota ufficiale firmata dagli avvocati Daniela Primerano, Francesca Guzzo e Ornella Grillo. Le rappresentanti del sodalizio hanno espresso una posizione netta che, pur accogliendo con favore i nuovi progetti, non risparmia dure critiche alla gestione della sanità locale accumulatasi nel corso degli ultimi decenni.
“Abbiamo accolto con entusiasmo l’invito a partecipare al percorso formativo organizzato dall’Asp di Vibo Valentia per presentare le Case della Comunità. Ogni annuncio che va nella direzione del potenziamento dei servizi, riaccende in tutti noi la speranza di riuscire a colmare il vuoto assistenziale che caratterizza il nostro territorio e che rappresenta con estrema chiarezza, il fallimento delle politiche sanitarie attuate fino ad oggi, da tutti coloro che si sono succeduti in questi anni. La fotografia è chiara a tutti: gli annunci, i proclami, gli impegni, non sono mancati, ma alla fine, il deserto assistenziale vibonese non ha cambiato forma. Nonostante i volti ed i nomi differenti di chi ha gestito l’Azienda in questi anni, l’incapacità di costruire un modello efficiente ha rappresentato il comune denominatore, che ha impedito qualunque tipo di miglioramento”.
Il divario economico con il Nord e il modello Emilia Romagna
Al centro della requisitoria dell’Osservatorio vi è l’analisi comparativa tra la dotazione organica e finanziaria della Calabria e quella delle regioni settentrionali, emerse durante i tavoli di confronto tecnico. Secondo l’associazione, l’attuazione del nuovo lavoro in équipe rischia di scontrarsi con una disparità strutturale nell’assegnazione dei fondi statali, che penalizza i cittadini calabresi rispetto a contesti geografici storicamente più opulenti.
“Per cui, in merito al nuovo modello del lavoro in equipe che è stato presentato e che dovrà caratterizzare le Case della Comunità, e dopo aver ascoltato il confronto con le realtà presenti in Emilia Romagna, ci teniamo a sottolineare che in quella Regione ogni anno ricevono 475 milioni in più rispetto alla Calabria, grazie ai criteri discriminatori che vengono adottati per ripartire il Fondo Sanitario Nazionale e che per garantire i servizi l’Emilia Romagna ha 11.520 addetti alla sanità e 1.260 posti letto in più rispetto alla Calabria e che sarebbe ora di finirla con queste partite truccate, da giocare ad armi impari. Detto questo, ce la faremo a far funzionare le Case della Comunità? Dipende tutto dalla serietà con cui è stato realizzato il progetto, perché se la squadra di operai è completa ed è adeguata numericamente alla costruzione da realizzare, ce la faremo con certezza assoluta, se invece continueranno ad abbondare le parole ed i proclami, rispetto al numero del personale impiegato, il fallimento è assicurato”.
L’allarme delocalizzazione e il precedente dei Consultori Familiari
A supporto delle proprie perplessità, le legali dell’Osservatorio citano l’esperienza pregressa dei servizi territoriali di prossimità, con particolare riferimento ai Consultori Familiari. La mappatura attuale evidenzia una profonda discrepanza tra gli standard minimi previsti dalla normativa nazionale per il bacino d’utenza vibonese e le strutture effettivamente operative e dotate del personale medico e paramedico necessario.
“A tal proposito ci teniamo a ricordare l’experience dei Consultori Familiari, che in base alla popolazione devono essere 8 nella Provincia di Vibo, con 8 figure professionali in ognuno di essi, e precisamente: 1 ostetrica, 1 ginecologo, 1 psicologo, 1 infermiere, 1 personale amministrativo, 1 OSS, 1 neuropsicomotricista, 1 terapista della riabilitazione psichiatrica. Di quest’ultima figura, come per i terapisti occupazionali, ci teniamo a precisare che non ce n’è nessuna in tutta l’Asp di Vibo Valentia. Degli 8 Consultori previsti, ne risultano solo 3 attivi, ma nessuno dei 3 ha tutte le figure previste per legge. Ecco, questo è lo stato dell’arte! Ci auguriamo che i registi di oggi, dimostrino di avere la capacità di attivare non solo le Case della Comunità, ma anche i Consultori Familiari che avremmo dovuto già avere sul territorio, perché per far funzionare le strutture non bastano le parole, ma servono personale e attrezzature”.








