Era da poco iniziata l’estate. Una promessa di spensieratezza dopo un anno di studio intenso. Era la sera del 25 giugno 2009, in contrada Margherita, a Crotone, non molto distante dalla casa di famiglia. C’erano giovani e meno giovani, un pallone e tanta voglia di divertirsi. È così che cominciò la tragica notte di Dodò Gabriele.
Domenico Gabriele, 11 anni, era stato accompagnato dal padre Giovanni a disputare una partita di calcio, la sua più grande passione. Era tifoso della Juventus e adorava il suo capitano, Alessandro Del Piero. Giovanni uscì dal campo per lasciare spazio al figlio. Dodò prese la palla, fece qualche metro e l’oscurità della sera venne improvvisamente trafitta dal bagliore degli spari. Dodò si accasciò a terra, perdendo sangue dalla testa. Il padre tentò disperatamente di soccorrerlo mentre tutto assumeva contorni drammatici. Insieme a lui vennero ferite altre nove persone e fu ucciso quello che era il vero obiettivo dei killer: Gabriele Marrazzo, ritenuto uomo emergente della mala locale.
Chi era Dodò Gabriele
Dodò era un bambino semplice, studioso e pieno di sogni. La preside della sua scuola gli aveva assegnato un premio come alunno modello. Amava giocare le schedine, passare ore davanti alle partite di calcio e inseguire il sogno di correre dietro a un pallone. Aveva iniziato persino una dieta per diventare più veloce in campo. Un bambino come tanti, con il poster del suo idolo in camera e una vita ancora tutta da scrivere. Figlio di Francesca e Giovanni, due persone perbene, venne travolto da una guerra di potere. La storia di Dodò continua a demolire uno dei falsi miti più diffusi: non è vero che la ’ndrangheta non uccide i bambini. Ne ha uccisi tanti e Domenico è uno di loro.
La lunga agonia e il dolore della famiglia
Dodò non morì subito quella sera del giugno 2009. La sua agonia durò tre mesi. Tre mesi di sofferenza, speranza e disperazione per lui e per i suoi genitori. La mamma Francesca ha raccontato ai volontari di Libera di avere trascorso ogni giorno accanto al letto del figlio in ospedale, stringendogli la mano. Anche se non riusciva più a parlare o a muoversi, Dodò reagiva. Francesca sentiva la mano del figlio stringere la sua e vedeva le lacrime scorrergli dagli occhi. Dodò morì il 20 settembre 2009.
Dopo la sua morte, Giovanni e Francesca incontrarono don Luigi Ciotti, che volle regalare alla famiglia un momento speciale: l’incontro con Alessandro Del Piero, il grande idolo del figlio. L’ex capitano della Juventus, pur senza trovare parole sufficienti davanti a un dolore così enorme, mostrò tutta la sua vicinanza e il suo affetto alla famiglia.
Le condanne per l’omicidio di Dodò
Nell’agosto 2012 la Corte d’Assise di Catanzaro condannò all’ergastolo Andrea Tornicchio e Vincenzo Dattolo, ritenuti gli esecutori materiali dell’agguato, assolvendo invece Francesco Tornicchio. I primi due furono condannati anche al risarcimento dei danni nei confronti dei familiari di Domenico Gabriele, del Ministero dell’Interno, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Regione Calabria, della Provincia e del Comune di Crotone, tutti costituiti parte civile.
Nel maggio 2015 la Corte di Cassazione confermò gli ergastoli, assolvendo definitivamente Francesco Tornicchio dall’accusa di essere il mandante dell’agguato.
La memoria di Dodò diventa impegno civile
Il ricordo di Dodò è diventato memoria viva. Ogni anno, il 17 ottobre, si celebra la giornata della legalità dedicata a lui con l’iniziativa “Buon compleanno Dodò”. Nel 2016 i genitori hanno dato vita all’Associazione Dodò Gabriele, con l’obiettivo di contribuire alla crescita della coscienza civile e dello spirito sociale.
La verità che la mafia vuole nascondere
La storia di Dodò racconta una ’ndrangheta diversa da quella spesso narrata: una mafia che non risparmia nessuno, nemmeno i bambini. Ricordare Domenico Gabriele significa abbattere i falsi miti mafiosi e ribadire una verità semplice e terribile: la ’ndrangheta uccide i bambini e potrebbe farlo ancora. Dodò aveva solo 11 anni. E no, non era lui a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: erano i killer a esserlo. Sono sempre loro dalla parte sbagliata, mai le vittime innocenti.








