Si riaccende violentemente il fronte in Medio Oriente, portando a un passo dal collasso la già fragilissima tregua siglata tra Washington e Teheran. Le forze armate degli Stati Uniti hanno avviato una massiccia operazione aerea prendendo di mira obiettivi militari sensibili lungo lo Stretto di Hormuz. Il Comando centrale statunitense (Centcom) ha confermato l’azione bellica, specificando che l’intervento si è reso necessario in risposta all’offensiva condotta dalle forze iraniane contro la petroliera commerciale Kiku, battente bandiera panamense e intercettata subito dopo la partenza da un giacimento offshore in Qatar. Stando ai rapporti ufficiali del Pentagono, i caccia statunitensi hanno bersagliato infrastrutture di sorveglianza militare, nodi strategici di comunicazione, postazioni di difesa aerea, depositi di droni e unità navali adibite alla posa di mine costiere.
La reazione della Repubblica Islamica non si è fatta attendere e si è concretizzata nel corso della notte con un attacco combinato in Kuwait e Bahrein. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato che la propria marina e l’aeronautica hanno lanciato missili balistici e droni d’attacco contro la base aerea statunitense di Ali Al Salem, situata in territorio kuwaitiano, e contro il quartier generale della Quinta Flotta Navale degli Stati Uniti a Port Salman, nella capitale del Bahrein, Manama. I vertici militari di Teheran hanno paventato una “risposta implacabile” qualora le forze americane decidessero di avviare una nuova ondata di bombardamenti.
L’affondo di Trump e le accuse di violazione del cessate il fuoco
Il quadro diplomatico è precipitato nel volgere di poche ore, registrando il durissimo intervento del presidente americano Donald Trump, che ha affidato alla piattaforma social Truth la conferma delle operazioni belliche in corso, minacciando conseguenze definitive per la stabilità del regime teocratico.
“Gli aerei degli Stati Uniti hanno appena colpito depositi iraniani di missili e droni, nonché postazioni radar costiere, per aver violato l’accordo di cessate il fuoco… ANCORA UNA VOLTA!”, ha scritto il presidente americano su Truth confermando quanto annunciato dal Comando centrale Usa. “È molto probabile che non impareranno mai la lezione! Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di usare la ragione e saremo costretti a portare a termine militarmente l’opera che abbiamo avviato con grande successo. Se ciò dovesse accadere, la Repubblica Islamica dell’Iran cesserà di esistere!”.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri di Teheran ha rigettato la ricostruzione del Pentagono, accusando gli Stati Uniti di aver deliberatamente violato i patti internazionali e parlando di “aggressione ingiustificata contro il traffico mercantile da parte delle forze iraniane” come di un pretesto infondato. Il governo iraniano ha definito “questi attacchi brutali” e “una palese violazione” del cessate il fuoco. Le Guardie della Rivoluzione Islamica hanno rincarato la dose con un secondo comunicato: “Se l’aggressione dovesse ripetersi, la nostra risposta sarà più ampia”.
Sicurezza marittima a rischio e lo spiraglio negoziale in Qatar
La nuova escalation rischia di paralizzare nuovamente i flussi energetici globali. Il Bahrein, oltre a denunciare il bombardamento delle basi americane sul proprio suolo, ha confermato il rilevamento di diversi droni iraniani nelle prime ore di sabato, accusando pubblicamente il governo nemico di “sabotare gli sforzi di pace”. Parallelamente, l’organismo di monitoraggio del traffico marittimo della Marina britannica (UKMTO) ha certificato il danneggiamento della petroliera Kiku, colpita da un proiettile mentre attraversava lo Stretto. Si tratta del secondo raid contro navi mercantili nel giro di quarantotto ore, una dinamica che mina l’accordo di riapertura della via d’acqua strategica e sfida apertamente l’intimazione di Teheran, che vorrebbe imporre il divieto di transito senza previa autorizzazione del regime.
Nonostante il livello dello scontro resti critico, i canali della diplomazia sotterranea non si sono ancora interrotti del tutto. Fonti informate rilanciate dall’emittente Al Arabiya indicano che le delegazioni di Stati Uniti e Iran avrebbero già pianificato un nuovo round di colloqui a luglio a Doha, in Qatar, con l’obiettivo prioritario di sbloccare la partita dei beni finanziari iraniani congelati all’estero. Subito dopo, il Pakistan dovrebbe ospitare una sessione intergovernativa interamente focalizzata sul dossier nucleare, anticipata da una visita ufficiale a Teheran del primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, prevista per il 2 luglio.
A blindare la linea di assoluta fermezza di Washington è intervenuto infine il vice presidente Jd Vance. Con una nota diffusa sulla piattaforma X, il numero due dell’amministrazione americana ha chiarito la postura strategica della Casa Bianca, ribadendo che la Casa Bianca non intende fare concessioni sul piano della sicurezza militare.
“L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno obiezioni sulle modalità di attuazione del memorandum d’intesa, possono prendere il telefono e chiamare. Ma alla violenza risponderemo con la violenza”, ha scritto il vice presidente americano su X dopo che gli Stati Uniti hanno risposto agli attacchi dell’Iran su una nave mercantile. Per Vance, in ogni caso, l’esito dei precedenti conflitti mette Washington in una posizione di assoluta superiorità: “Il programma nucleare iraniano rimane comunque distrutto e sono molto più deboli. Quindi, la mia opinione è che l’America vinca in entrambi i casi”.









