Una drammatica vicenda di malasanità risalente alla fine degli anni Ottanta trova finalmente il suo epilogo giudiziaria. La Quinta sezione civile del Tribunale di Catania, con una sentenza depositata il 22 giugno scorso, ha riconosciuto la responsabilità extracontrattuale del Ministero della Salute nei confronti di una donna originaria del Lametino. La genesi del caso affonda le radici nel 1989 quando la signora, durante un delicato ricovero nel principale nosocomio della città etnea, fu sottoposta a un intervento chirurgico nel corso del quale le vennero praticate alcune emotrasfusioni con sacche di sangue rivelatesi infette.
La scoperta del contagio è avvenuta solo molti anni dopo, nel 2005, quando gli esami clinici riscontrarono la positività al virus dell’epatite C (HCV), consentendo alla donna di ottenere l’indennizzo base previsto dalla normativa vigente. Successivamente, nel 2013, il Tribunale di Catanzaro aveva liquidato alla paziente un primo risarcimento per danno biologico quantificato nella misura del 15%.
Il rigetto della Commissione e la battaglia legale per l’aggravamento
Il percorso processuale ha subìto una svolta complessa a partire dal 2016. In quell’anno la donna, a seguito di approfonditi esami specialistici che documentavano un drastico peggioramento del quadro clinico complessivo e l’insorgenza di più patologie correlate all’infezione cronica, ha richiesto l’estensione dell’indennizzo aggiuntivo. La domanda è stata tuttavia rigettata dalla Commissione medica ospedaliera dell’Ospedale militare di Messina.
Di fronte al diniego, la signora, assistita dall’avvocato Tommaso Colloca del Foro di Lamezia Terme, ha adito le vie legali contro il dicastero dinanzi al Giudice della previdenza e dell’assistenza obbligatoria del Tribunale di Lamezia Terme, ottenendo il formale decreto di “aggravamento in dipendenza dell’insorgenza di ulteriori patologie”. Forti di questo pronunciamento, i legali hanno avviato l’azione risarcitoria definitiva. Nel corso del giudizio, dopo una serie di rinvii procedurali, l’avvocato Colloca è riuscito a ottenere nel novembre 2021 l’ammissione di una Consulenza Tecnica d’Ufficio. L’accertamento peritale ha infine quantificato il nuovo danno biologico permanente nella misura complessiva del 35%, portando la causa alla decisione definitiva del giudice il 9 febbraio 2026.
La decisione del Tribunale e la tutela dell’autodeterminazione
La decisione assunta dalla Quinta sezione civile di Catania si segnala per un importante principio di diritto costituzionale. Nel corso dell’istruttoria era infatti emerso che la paziente si fosse rifiutata di sottoporsi a una specifica terapia anti-virale che, secondo i periti, avrebbe potuto potenzialmente debellare l’infezione da HCV. Una circostanza che l’avvocatura dello Stato ha tentato di utilizzare per alleggerire la posizione del Ministero, ma che il magistrato ha respinto con fermezza.
Il giudice ha infatti stabilito che «ciò non determina ipso facto un concorso di colpa nella causazione del danno, non foss’altro perché espressione del principio di diritto di autodeterminazione costituzionalmente tutelato». Alla luce di tali considerazioni, il Ministero della Salute è stato condannato al pagamento di un ulteriore risarcimento non patrimoniale pari a 84mila euro, una cifra calcolata scomputando le somme già percepite dalla danneggiata a titolo di indennizzo dal 2016 fino ad oggi.









