30 Giugno 2026
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Vibo Marina, lo yacht dell’ambasciatore Usa e quella parte di sinistra col binocolo al contrario

Fertitta parla di investimenti, turismo, industria e lavoro in una città abituata a guardarsi le scarpe mentre il mare le passa davanti. Invece di riflettere c’è chi preferisce protestare contro i miliardari, senza chiedersi perché Vibo non riesca ancora a diventare ciò che potrebbe essere

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Vibo Marina, per una volta, è finita al centro di una scena internazionale senza doversi accontentare delle briciole cadute dal tavolo di Tropea o di Pizzo. Nel porto vibonese è arrivato Tilman J. Fertitta, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, a bordo del suo gigantesco yacht Boardwalk, 117 metri di lusso, potenza e diplomazia galleggiante. Uno spettacolo che, piaccia o no, ha acceso i riflettori su un luogo che da decenni potrebbe essere una miniera e invece continua troppo spesso a somigliare a una promessa tradita.

Fertitta è arrivato nell’ambito del “Freedom 250 Coastal Diplomacy Italy Tour”, iniziativa promossa per celebrare i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza americana e gli 80 anni della Repubblica Italiana. Ha incontrato autorità e istituzioni, ha visitato il porto, ha parlato con il territorio, ha fatto tappa allo stabilimento Baker Hughes. E soprattutto ha detto una cosa semplice, quasi banale, ma da queste parti rivoluzionaria: Vibo Marina è bella, ha potenzialità, può attrarre investimenti. Sembra poco. Invece è moltissimo.

Fertitta scopre Vibo Marina: “Pensavo a una città portuale, invece è un posto straordinario”

L’ambasciatore americano non si è limitato ai convenevoli da cerimoniale. Ha guardato il porto, il lungomare, la città, e ha consegnato una fotografia che dovrebbe far arrossire chi amministra, chi progetta, chi decide e spesso non decide nulla. “Quando ho scelto questa città pensavo di arrivare in una semplice città portuale, invece è un posto straordinario, bellissimo“, ha detto Fertitta. E ancora: “Sono rimasto davvero colpito da Vibo“. Parole che, dette da un ambasciatore degli Stati Uniti, non sono una cartolina per turisti distratti. Sono un messaggio politico, economico, istituzionale. Perché se un rappresentante di Washington arriva nel porto di Vibo Marina, incontra le istituzioni, visita una realtà produttiva come Baker Hughes e parla apertamente di investimenti americani, più che parlare di quanto sia grande il suo yacht bisognerebbe interrogarsi su quanto sia piccola, spesso, la visione di chi vive qui e continua a considerare normale il degrado.

Vibo Marina è la Cenerentola della provincia: schiacciata tra Tropea e Pizzo, dalle quali ha imparato poco o nulla. Ha mare, porto, posizione, storia industriale, collegamenti, identità. Eppure continua a vivere come se tutto questo fosse un accidente geografico e non un patrimonio. Un territorio che potrebbe diventare volano del turismo calabrese, ma che resta impigliato in una mentalità vecchia, prudente, impaurita, a tratti rassegnata.

Il messaggio agli americani: “Dirò alle aziende di investire qui”

Il passaggio più importante della visita è stato quello nello stabilimento Baker Hughes, una presenza industriale che dimostra come anche qui, nella periferia della periferia, possano esistere competenze, tecnologia, lavoro qualificato. Fertitta lo ha detto chiaramente: “Alla Baker Hughes lavorano circa 150 persone, è un impianto molto complesso e questo dimostra che il livello di competenza dei lavoratori qui è eccellente“.

Poi il messaggio che dovrebbe essere stampato e appeso negli uffici di chi parla di sviluppo senza sapere da dove cominciare: “Una delle cose che voglio fare è cercare di convincere più aziende americane come Baker Hughes e aziende del settore petrolifero a considerare questa zona come un luogo dove costruire stabilimenti e produrre proprio grazie alla qualità e alle capacità dei lavoratori calabresi“.

Il nocciolo centrale della questione sta tutto qui. Non assistenzialismo. Non piagnistei. Non la solita processione laica del “ci hanno abbandonato”. Fertitta ha visto ciò che spesso i calabresi non vedono più: capitale umano, industria possibile, manifattura, turismo, porto, bellezza. “Prima di tutto basta guardare quanto è bello questo posto», ha aggiunto rivolgendosi a Vibo Marina. «C’è un lungomare molto bello, vivete in un luogo straordinario. Si potrebbe puntare sul turismo, ma anche sul settore manifatturiero grazie alla presenza di lavoratori qualificati“. Con una battuta che da queste parti suona quasi come una provocazione ha lanciato la sua idea: “Potrei provare ad aprire un hotel e un ristorante qui quando non sarà più ambasciatore“. Apriti cielo. Un miliardario che guarda Vibo Marina e pensa a un hotel. Da noi, invece, spesso si guarda Vibo Marina e si pensa a una transenna, a una condotta rotta, a un divieto, a un’occasione persa.

Il porto, lo scempio dei depositi e la ricchezza che non sappiamo produrre

La visita di Fertitta ha un merito enorme: ha mostrato, per contrasto, ciò che Vibo Marina potrebbe essere e ciò che ancora non riesce a diventare. Il porto dovrebbe essere una porta d’ingresso della Calabria, una piattaforma naturale per turismo, diportismo, industria leggera, servizi, commercio, crociere, economia del mare. Invece vive troppo spesso circondato da degrado, povertà urbana, disordine e rassegnazione. E in mezzo a questa cartolina mancata resta la ferita dei depositi costieri, scempio assoluto incastonato nella perla del porto. Una presenza che racconta più di mille convegni la mentalità di un territorio rimasto ancorato al passato: prima la rendita, poi la bellezza; prima il “si è sempre fatto così”, poi lo sviluppo; prima la paura di cambiare, poi il coraggio di scegliere.

La delocalizzazione dei depositi costieri non è una fissazione estetica. È una questione di futuro. Finché Vibo Marina continuerà a tollerare contraddizioni così evidenti, potrà anche ricevere visite internazionali, ma resterà con un piede sulla passerella e l’altro nella palude. Il porto potrebbe generare ricchezza. Potrebbe attrarre investitori. Potrebbe diventare un simbolo della Calabria che smette di chiedere permesso. Ma per farlo deve liberarsi dalla polvere mentale di chi confonde la conservazione con l’identità e il cambiamento con una minaccia.

Il rapporto con gli Stati Uniti e la Calabria “opportunità come nessun altro posto”

Fertitta ha allargato il ragionamento al rapporto tra Italia e Stati Uniti, definendolo centrale. “Per noi è estremamente importante, ed è qualcosa su cui lavoriamo ogni giorno“, ha affermato. Poi ha aggiunto di essere rimasto colpito da “quanto sia forte la collaborazione tra tutte le regioni, non solo con chi prende decisioni a Roma, ma anche con i presidenti delle diverse regioni e quanto vogliano fare affari con gli Stati Uniti“. L’ambasciatore ha ricordato aziende che hanno scelto l’Italia per i propri stabilimenti e ha sottolineato un dato spesso dimenticato: l’Italia è ancora sinonimo di manifattura di qualità e di lavoratori qualificati. Ma la frase politicamente più significativa è un’altra: “L’Italia è conosciuta per la sua manifattura e la qualità dei lavoratori qualificati, ma la Calabria è un’opportunità come nessun altro posto“.

Rifondazione Comunista protesta: “La Calabria non ha bisogno dei miliardari”

Naturalmente, mentre il mondo corre, qualcuno preferisce lucidare i cimeli ideologici. Il circolo “Nicola Arcella” del Partito della Rifondazione Comunista di Vibo Valentia è intervenuto sull’arrivo dello yacht di Fertitta contestando l’immagine del territorio legata al lusso e alle grandi ricchezze. “La Calabria non ha bisogno dei miliardari“, hanno scritto Caterina Muraca e Gregorio Greco, co-segretari del circolo. “Noi crediamo che questa non sia l’immagine di cui hanno bisogno Vibo Valentia, Vibo Marina e la Calabria“, hanno sottolineato. Posizione legittima, per carità. Ma anche terribilmente demodé. Fuori dal mondo. Con tutto il rispetto per le bandiere rosse conservate nell’armadio della storia, l’idea che lo sviluppo si fermi davanti al certificato patrimoniale di chi arriva è una caricatura. Non serve inchinarsi ai miliardari. Serve capire se portano relazioni, investimenti, attenzione, opportunità. E se non le portano, si critica. Ma protestare perché uno è ricco è una forma di populismo al contrario: invece di prendersela con la povertà, ci si indigna per la ricchezza.

Rifondazione aggiunge: “Non crediamo che la Calabria abbia bisogno di trasformarsi nella vetrina dei super-ricchi. Non abbiamo bisogno di yacht, lusso e celebrazioni di chi accumula patrimoni miliardari, mentre migliaia di calabresi affrontano liste d’attesa interminabili nella sanità, scuole che necessitano di investimenti, salari bassi e giovani costretti a lasciare la propria terra“.

Tutto vero sui problemi. Sanità, scuola, salari, emigrazione giovanile: sono ferite aperte. Quei problemi però non si risolvono mandando via chi può investire. Non si curano le liste d’attesa facendo la guerra agli yacht. Non si alzano i salari respingendo le imprese. Non si trattengono i giovani spiegando loro che la ricchezza è sospetta e l’investitore va guardato come un intruso.

La sinistra del no e il territorio che deve scegliere cosa diventare

Il Prc scrive ancora che a Vibo Marina “i cittadini convivono da anni con problemi concreti che incidono sulla qualità della vita: la crisi idrica che ogni estate colpisce famiglie e attività commerciali, una rete idrica che necessita di importanti interventi, servizi da potenziare e un territorio che dovrebbe essere preparato ad affrontare gli effetti sempre più evidenti della crisi climatica“. E conclude: “Sono queste le priorità, non le passerelle riservate ai miliardari“.

Anche qui: diagnosi in parte corretta, terapia sbagliata. La crisi idrica esiste. I servizi vanno potenziati. Il territorio deve essere messo in sicurezza. Ma proprio per questo servono investimenti, visione, relazioni internazionali, capacità amministrativa, infrastrutture, economia vera. Non l’ennesima lamentazione contro il lusso, utile solo a sentirsi moralmente superiori mentre il territorio resta povero, brutto e fermo. Rifondazione Comunista appartiene politicamente al secolo scorso. Le sue idee sono state bocciate dalla storia, anche se ogni tanto riaffiorano con l’aria indignata di chi guarda uno yacht e vede il nemico di classe. Ma Vibo Marina non può permettersi il lusso di ragionare con il binocolo al contrario. Non può continuare a scambiare ogni occasione per una provocazione e ogni apertura per una minaccia.

Vibo Marina davanti allo specchio

La visita dell’ambasciatore americano non cambierà da sola il destino di Vibo Marina. Non basta uno yacht, per quanto enorme, a trasformare una città. Non bastano le parole di Fertitta a cancellare anni di occasioni buttate, incuria, immobilismo, provincialismo e scelte miopi. Ma quella presenza ha avuto un valore: ha costretto Vibo Marina a guardarsi allo specchio. E lo specchio ha mostrato due immagini. Da una parte una città bellissima, strategica, potenzialmente ricca, capace di attrarre l’attenzione degli Stati Uniti, dell’industria, del turismo internazionale. Dall’altra una città ancora imprigionata nei suoi complessi, nei suoi depositi, nelle sue paure, nelle sue povertà, nei suoi riflessi ideologici. Fertitta ha visto una possibilità. Rifondazione ha visto un miliardario. La differenza è tutta qui. E forse racconta meglio di ogni analisi il bivio davanti al quale si trova Vibo Marina: continuare a essere la Cenerentola della costa vibonese, lamentandosi perché il mondo passa e non si ferma, oppure decidere finalmente di diventare adulta. Con il porto, il mare, il turismo, l’industria e la bellezza che possiede. Il problema non è lo yacht dell’ambasciatore. Il problema è che, quando lo yacht ripartirà, Vibo Marina rischia di restare esattamente com’era prima. E questa sì che sarebbe una colpa. Non dei miliardari. Nostra.

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