Le devastazioni che hanno interessato le città di Milano, Torino e Bologna nell’ultimo weekend hanno portato ad un duro confronto tra forze di governo ed opposizioni. Il principale tema di scontro riguarda la mancata netta condanna da parte dei leader nazionali dei partiti della coalizione progressista delle violenze perpetrate dai così detti “maranza”, immigrati di seconda e terza generazione, dagli immancabili esponenti degli ormai famigerati centri sociali e da baby gang composte da minori con un’età spesso inferiore ai 14 anni.
In clima da campagna elettorale gli eventi registrati nelle tre città menzionate assumono una valenza nazionale che inevitabilmente finirà per incidere sui rapporti di forza tra le due coalizioni. Sotto tale profilo alcune considerazioni appaiono essenziali ed il punto di partenza non può che essere rappresentato da dati di fatto inoppugnabili.
Le città devastate e le responsabilità dei sindaci
Il primo di essi attiene alla circostanza che le tre città dove sono avvenuti i principali atti di violenza ed i saccheggi di negozi e centri commerciali sono amministrati da sindaci espressi dal Partito Democratico (Torino e Bologna) o dallo stesso sostenuti (Milano); ciò posto, la domanda è se si tratti di una casualità oppure di una conseguenza ineludibile delle loro precedenti prese di posizioni rispetto ad analoghe manifestazioni di violenza.
Non può sussistere alcun dubbio sul fatto che il caso non c’entri nulla e che violenze e saccheggi siano il frutto delle precedenti mancate condanne da parte di quei sindaci, i quali addirittura avevano posto sul banco degli imputati le forze dell’ordine, accusandole di aver operato con eccessiva durezza. Discutibili prese di posizione che, a nostro avviso, hanno inculcato l’idea che in quelle città si possa distruggere e depredare tutto godendo della “copertura politica” dei primi cittadini.
Pure in occasione degli ultimi gravissimi eventi il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, si è limitato ad un’annacquata condanna, invocando comprensione per il “disagio giovanile” di chi ha messo a ferro e fuoco la città. Ancor peggio la posizione dei leader nazionali del fronte progressista: Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli – rimasti in passato silenti – oggi, di fronte alle scene di guerriglia urbana, si sono limitati a delle imbarazzate condanne ancor più light di quelle dei sindaci.
Salis e Piccolotti, le dichiarazioni nel mirino
In questo contesto una menzione a parte meritano le prese di posizione – che in verità sarebbe più opportuno definire “deliri” – di due esponenti della premiata ditta Fratoianni & Bonelli, l’eurodeputata Ilaria Salis e la parlamentare italiana Elisabetta Piccolotti.
La prima, che si ritrova al Parlamento Europeo per meriti “carcerari”, dopo essersi dichiarata preoccupata per i teppisti fermati e nulla dicendo in ordine agli oltre cento poliziotti feriti, si abbandona ad una roboante dichiarazione di principio che nulla ha a che vedere con i delinquenti che depredano negozi e centri commerciali ”Di fronte a una destra autoritaria, animata da una spirito di vendetta intriso di classismo e razzismo, è necessario ribadire con forza che viviamo in uno stato di diritto non in uno stato di polizia”.
Quanto alla seconda, che si ritrova a Palazzo Montecitorio per meriti “coniugali”, se la prende con il Governo, accusandolo di aver determinato, attraverso i vari “decreti sicurezza”, un deserto degli strumenti legali di protesta pacifica, deserto da cui è derivata, secondo la parlamentare, la violenza di piazza che sarebbe, a suo avviso, l’esito di un processo di criminalizzazione delle manifestazioni non violente. Che dire? evidentemente la consorte di Fratoianni, più che i filmati che documentano la devastazione del capoluogo lombardo, ha visionato quelli inerenti alla processione della Via Crucis.
Il “disagio sociale” e l’attacco al reddito di cittadinanza
Ritornando ai leader nazionali del “Campo largo”, bisogna chiedersi a cosa sia dovuto il loro imbarazzo nel condannare quei giovani teppisti; riteniamo che il “disagio sociale” al quale viene fatto riferimento nel tentativo di giustificarne le “imprese”, nasca dalla consapevolezza, non dissimile da quella che accomuna la stragrande quantità dei cittadini, del ruolo chiave avuto da quei provvedimenti adottati dal leader grillino Giuseppe Conte, in particolare il “reddito di cittadinanza”, elargito senza alcuna verifica, che ha prima inculcato in gran parte delle nuove generazioni l’idea di poter percepire un reddito senza lavorare e stando comodamente seduti sul divano di casa trasformandoli poi, nel momento in cui il governo Meloni ha messo ordine in quella giungla di elargizioni insensate, negli odierni teppisti.
Diciamolo con chiarezza: una volta disabituati al lavoro, diventa difficile riconnettersi alla realtà, molto più facile inventarsi “disagiati sociali” e, sotto questo scudo protettivo, abbandonarsi alle devastazioni ed ai saccheggi. Quanto appena detto fa emergere come siano effimeri i tentativi di collegare il supposto “disagio sociale” alla mancanza di lavoro; questo potrebbe essere vero nelle regioni del sud Italia ma non certo nel ricco nord, dove chiunque non sia uno scansafatiche non ha difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro. Il riscontro di tutto questo lo hanno fornito quei filmati che ritraevano da un lato giovani intenti a distruggere le vetrine al fine di accedere nei negozi e sottrarre merce di ogni genere e dall’altro commessi altrettanto giovani che tentavano di impedire il saccheggio dei propri luoghi di lavoro.
La sicurezza e il conto elettorale per il fronte progressista
Delineato il quadro, bisogna adesso chiedersi in che modo e in che misura incideranno gli eventi e le prese di posizione di cui sopra sui rapporti di forza tra le due coalizioni nell’ottica delle prossime consultazioni politiche. Il punto di partenza non può che essere l’ovvia considerazione che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, qualunque siano le loro convinzioni politiche, sono persone perbene, operose e lontani dal modus operandi violento di una marmaglia di teppistelli.
Riteniamo che questo dato di fatto non potrà che far perdere consenso al fronte progressista non solo nell’immediatezza degli eventi -per come già emerso dai sondaggi effettuati a ridosso dei fatti in esame, secondo i quali se si dovesse votare adesso il centrodestra vincerebbe a prescindere da chi dovesse guidare, Conte o Schlein, il Campo largo – ma anche nel prosieguo del tempo.
Questo nostro convincimento poggia non solo sul fatto che i comuni cittadini, diversamente dai politici faziosi, si indignano di fronte alle scene di devastazione delle proprie città, ma anche sul loro gradimento, piaccia o non piaccia alla Salis ed alla Piccolotti, nei confronti di alcune misure adottate dal Governo per contrastare il fenomeno delle violenze di piazza, su tutte quella che pone a carico dei genitori il rimborso dei danni causati dai figli minorenni, fino ad oggi invece sopportate dalla collettività.
Essendo già state annunciate analoghe manifestazioni per il prossimo fine settimana, non è difficile ipotizzare il ripetersi della catena di eventi sopra tracciati ( violenti saccheggi, mancate prese di distanza e nuovi interventi a tutela dell’ordine pubblico) con le conseguenti ripercussioni sul consenso delle due coalizioni.
Il consiglio di Occhiuto e il “suicidio politico” del Campo largo
A questo punto occorre, mutatis mutandis, ritornare al famoso consiglio elargito dal governatore calabrese Roberto Occhiuto a Giorgia Meloni sulla convenienza di votare alla scadenza naturale della legislatura. Avevamo già evidenziato in occasione dell’ultimo intervento che, tornando alle urne alla scadenza naturale, oltre ai vantaggi prospettati da Occhiuto (ridimensionamento di Vannacci e possibilità di adottare provvedimenti identitari apprezzati dai cittadini) vi sarebbero state maggiori probabilità che i leader della coalizione progressista riuscissero a porre in essere un perfetto suicidio politico; alla luce dei fatti di cui sopra ci sentiamo di concludere che la strada intrapresa conduca spedita verso quel traguardo.














