C’è una lezione che la politica catanzarese dovrebbe aver imparato dalle ultime elezioni comunali e cioè non sempre chi parte favorito arriva per primo al traguardo. E soprattutto, non sempre una coalizione numericamente forte è anche una coalizione politicamente vincente. La storia recente del capoluogo calabrese lo dimostra con una chiarezza quasi impietosa. Nel 2022 Valerio Donato sembrava avere tutte le carte in regola per conquistare Palazzo De Nobili. Un’aggregazione imponente, dieci liste a sostegno, una macchina elettorale considerevole e un vantaggio al primo turno che appariva difficilmente colmabile. Il risultato è noto. Donato, forte del 44,01% dei consensi contro il 31,71% di Nicola Fiorita, arrivò al ballottaggio da favorito. Ne uscì sconfitto, con Fiorita capace di conquistare il 58,24% dei voti. Un ribaltamento che dovrebbe essere studiato nei manuali di politica locale e che evidentemente qualcuno sembra avere già dimenticato.
Il rischio di ripetere la storia
A pochi mesi dalle amministrative del 2027, il centrodestra catanzarese sembra nuovamente impegnato in una complessa partita di equilibri, rivendicazioni e candidature. Fratelli d’Italia rivendica legittimamente un ruolo centrale nella scelta del candidato sindaco. Forza Italia appare attraversata da sensibilità differenti, mentre la Lega osserva con attenzione gli sviluppi di una competizione nella quale nessuno sembra intenzionato a rinunciare facilmente al proprio spazio. Sul tavolo, tra i nomi più accreditati, emerge quello di Aldo Ferrara, espressione autorevole del mondo imprenditoriale e associativo calabrese. Una personalità che possiede indubbiamente un profilo istituzionale e professionale significativo. Ma proprio per questo meriterebbe una riflessione politica più approfondita. Il problema non è soltanto individuare un buon candidato, ma evitare che un buon candidato diventi il parafulmine delle contraddizioni di un’intera coalizione. Il precedente di Donato dovrebbe suggerire prudenza. Anche allora le dimensioni dello schieramento, il numero delle liste e il peso dei singoli protagonisti sembravano costituire una garanzia di successo. Invece, quando il confronto si trasformò in una scelta diretta tra due persone, gli equilibri cambiarono radicalmente.
Ferrara, possibile alfiere o vittima sacrificale?
È proprio questo l’interrogativo che oggi dovrebbe accompagnare l’eventuale candidatura di Aldo Ferrara. Il presidente di Unindustria Calabria potrebbe rappresentare una sintesi credibile tra competenze manageriali, sensibilità istituzionale e capacità di interlocuzione con il mondo produttivo. Ma la politica non è un consiglio di amministrazione. E una candidatura civica, per quanto autorevole, non può essere considerata la soluzione automatica alle difficoltà dei partiti. Il rischio è quello di individuare un alfiere da esibire come simbolo dell’unità, senza avere realmente costruito le condizioni politiche perché quell’unità si traduca in consenso. Insomma il rischio di un pesante voto disgiunto non è da escludere e Ferrara potrebbe così trovarsi nella condizione paradossale di rappresentare formalmente l’intero centrodestra, salvo poi dover fare i conti con rivalità e resistenze che nessuna coalizione sarebbe sufficiente a cancellare. Un candidato di tutti sulla carta, ma forse non di tutti nelle urne.
Sarebbe una prospettiva politicamente miope e soprattutto ingenerosa nei confronti di chi venisse chiamato a rappresentare un progetto non ancora compiutamente condiviso. In politica esiste una differenza sostanziale tra essere scelti per vincere ed essere scelti per mettere temporaneamente d’accordo chi non riesce a trovare un’intesa. Nel secondo caso, il rischio è di trasformare una personalità autorevole nell’ennesimo illustre sconfitto.
Le contraddizioni di un centrodestra
Le recenti tensioni tra il presidente Roberto Occhiuto e alcuni rappresentanti locali di Forza Italia hanno reso evidente una difficoltà che probabilmente precede di molto le polemiche di questi giorni. Da una parte si rivendica il contributo determinante garantito al successo elettorale regionale. Dall’altra si lamenta la scarsa capacità della rappresentanza politica cittadina di valorizzare il ruolo del capoluogo. Ma ci sono due domande che continuano a rimanere sullo sfondo e che noi di Calabria7 vogliamo riproporre. In particolare, chi ha costruito e selezionato questa classe dirigente cittadina? Chi dovrebbe assumersi la responsabilità di guidarla verso le prossime elezioni comunali? Non è accettabile oggi chiedere fedeltà ai territori quando servono voti e poi interrogarsi sulla qualità della rappresentanza quando emergono le difficoltà. Allo stesso modo, non basta rivendicare il proprio peso elettorale per dimostrare di possedere una visione credibile della città. Catanzaro non può continuare a essere considerata una casella da riempire. La scelta del prossimo candidato sindaco non dovrebbe diventare il premio per il partito più forte, la compensazione per un incarico mancato o il risultato di una trattativa tra gruppi dirigenti. Dovrebbe invece rappresentare più semplicemente, l’espressione più vera di un progetto politico per il futuro del capoluogo.
Il precedente del 2022 e quella lezione mai imparata
Il caso Donato contiene un altro insegnamento, forse ancora più importante. Nel 2022 il centrodestra e le diverse aggregazioni che ruotavano attorno alla sua area politica disponevano di una notevole capacità di mobilitazione elettorale. Eppure, quella forza non riuscì a trasformarsi in una vittoria. Il voto dimostrò che la somma delle preferenze personali, delle liste e degli apparati non coincide necessariamente con il consenso verso un candidato sindaco. Anzi, proprio il ballottaggio mise in evidenza la distanza tra la forza dei gruppi politici e la loro capacità di interpretare le aspettative degli elettori. Una distanza che, complice le recenti esternazioni, oggi potrebbe riproporsi nel centro destra. Sarebbe infatti un errore pensare che le difficoltà dell’amministrazione Fiorita, vere o presunte, siano sufficienti a garantire al centrodestra una vittoria quasi automatica. Gli elettori non sono obbligati a scegliere un’alternativa soltanto perché si dichiara tale. Occorre renderla riconoscibile, credibile e soprattutto diversa nei contenuti, nei metodi e nei candidati, da ciò che si intende superare. Altrimenti, il rischio è quello di arrivare ancora una volta alle urne convinti di avere già vinto, per poi scoprire che la città ha deciso diversamente.
Il candidato non può diventare l’alibi dei partiti
C’è infine una questione di responsabilità politica. Troppo spesso, quando una coalizione perde, la sconfitta viene ricondotta ai limiti del candidato. Quando vince, invece, il merito viene immediatamente rivendicato dai partiti e dai rispettivi dirigenti. Un meccanismo comodo, ma non sempre convincente. Se Aldo Ferrara dovesse essere individuato come candidato unitario, sarebbe necessario garantirgli non soltanto un’investitura formale, ma un sostegno politico autentico, una squadra riconoscibile e un programma capace di parlare alla città. Diversamente, si correrebbe il rischio di consegnargli una bandiera da portare avanti, lasciando però irrisolti i conflitti interni. E allora il problema della coalizione non sarebbe Ferrara, ma ancora una volta lo stesso centrodestra. In conclusione, per tutti gli schieramenti il rischio più grande non è scegliere il candidato giusto o quello sbagliato, ma presentare un candidato nelle condizioni politiche sbagliate. Sarebbe quindi davvero singolare se, dopo cinque anni di opposizione, il centrodestra riuscisse nell’impresa di ripresentarsi alla città con tutte le premesse per vincere, salvo poi trasformare il proprio candidato nell’ennesima vittima delle ambizioni altrui.














