“Uccidiamo tutti”. Poi, pochi giorni dopo: “Ora ti apriamo la pancia”. Antonio Iannello, presidente del Consiglio comunale di Vibo Valentia, racconta le nuove minacce di morte ricevute al telefono, a circa dieci mesi dai colpi di pistola contro la sua automobile e l’abitazione. Due chiamate anonime che hanno interrotto la speranza di potersi lasciare alle spalle quella violenza. “Pensavo che a distanza di dieci mesi quella vicenda fosse chiusa”, spiega nell’intervista. Un episodio “sempre pesante, sempre da condannare”, che sperava fosse rimasto isolato. “E invece no”.
Le telefonate e le denunce
La prima chiamata è arrivata intorno alla mezzanotte dell’11 ottobre; la seconda nella serata di sabato 17. In entrambi i casi, sul telefono è comparso un numero privato. Iannello ricostruisce la prima intimidazione: risponde, dice “pronto” e dall’altra parte arrivano le minacce. Racconta di aver contattato la Questura di Vibo e di essersi recato il giorno successivo in un commissariato a Roma per denunciare l’accaduto. “All’inizio pensavo fosse magari uno scherzo”, ammette. Una possibilità alla quale avrebbe voluto credere. Poi è arrivata un’altra telefonata. Anche questa volta il numero era nascosto. Iannello ha risposto e ha ascoltato un’altra frase: “Ora ti apriamo la pancia”. Parole che, precisa, sono state riportate nella denuncia presentata successivamente. Il precedente risale al 21 dicembre 2025: cinque colpi di pistola furono esplosi mentre il presidente del Consiglio comunale stava parcheggiando l’auto nel garage di casa. I segni degli spari vennero individuati sul cofano e sul muro del garage.
“Il perché vorrei saperlo io”
Nell’intervista, il punto sul quale Iannello torna è l’assenza di una spiegazione. Alla domanda sulle possibili ragioni delle intimidazioni, risponde: “Il perché ancora oggi è quello che vorrei sapere io”. Non indica responsabili e non attribuisce alle minacce un movente preciso. Richiama, invece, il proprio percorso e una “cultura della legalità” che rivendica di aver seguito per quarant’anni. Alle istituzioni affida l’aspettativa di arrivare alla verità. “Loro sanno quello che devono fare”, dice a proposito delle autorità chiamate a occuparsi della vicenda. L’obiettivo, aggiunge, è condiviso: “Arrivare al più presto a individuare i responsabili, il responsabile, perché non lo sappiamo”. Resta da chiarire chi abbia effettuato le telefonate, per quale ragione e se esista un collegamento con gli spari di dicembre. Il suo auspicio immediato è che la sequenza delle intimidazioni si interrompa: “Mi auguro che siano finite”.
“Sono sereno, conosco il mio comportamento”
Quando il colloquio si sposta sul peso personale delle minacce, Iannello ribadisce di voler affrontare questa fase con fermezza. “Sono sereno”, afferma. Una serenità che lega alla consapevolezza del proprio comportamento e dell’attività svolta nelle istituzioni. “Se tu sei tranquillo e sereno del tuo comportamento, della tua azione quotidiana, di che cosa devo temere io? Non devo temere di nulla”. Rivendica infine il modo in cui ha interpretato la presidenza del Consiglio comunale, distinguendo la lunga appartenenza politica dalla responsabilità dell’incarico: “Tutti mi riconoscono la mia figura istituzionale per il ruolo che sto avendo da presidente del Consiglio”.














