E’ in questi giorni che, senza la dovuta attenzione che meriterebbe, si manifesta in Calabria per la vertenza Konecta, ex Abramo Customer Care. Centinaia di lavoratori e le loro famiglie tornano a chiedere certezze sul futuro, mentre si avvicina la scadenza degli ammortizzatori sociali.
Doveva essere risolta
Eppure questa doveva essere una vertenza risolta. Non secondo qualche osservatore particolarmente ottimista, ma secondo le dichiarazioni degli stessi rappresentanti istituzionali che avevano presentato l’accordo come uno dei risultati più significativi dell’azione del governo regionale.
Il 19 dicembre 2024 il presidente Roberto Occhiuto annunciava la conclusione positiva della vertenza e la salvaguardia di circa mille posti di lavoro. Nel marzo 2025, incontrando i lavoratori a Rende e Crotone, tornava a rivendicare il risultato, presentando il progetto di riconversione verso la digitalizzazione delle cartelle sanitarie come un modello innovativo, capace di offrire una soluzione alla crisi occupazionale.
Una vicenda ampiamente raccontata e valorizzata anche nel periodo che ha preceduto le elezioni regionali del 2025.
Oggi, però, le organizzazioni sindacali parlano di circa 650 famiglie che attendono risposte, mentre la prospettiva di nuove difficoltà occupazionali è tornata drammaticamente concreta.Come si è passati da una soluzione annunciata come definitiva a una nuova emergenza in meno di due anni?
Partire dai numeri
Per comprendere meglio la vicenda, è utile partire dai numeri, anziché dalle dichiarazioni.
Il progetto prevedeva un finanziamento complessivo di 20 milioni di euro, di cui 15 milioni regionali e 5 milioni nazionali, destinati alla digitalizzazione delle cartelle cliniche e alla riconversione occupazionale degli ex lavoratori Abramo.I 15 milioni regionali risultano impegnati con decreto n. 15507 del 5 novembre 2024, nell’ambito della programmazione europea regionale FESR FSE+ 2021–2027. Non si tratta, quindi, per questa componente, di risorse PNRR.Con successivo decreto n. 1503 del 5 febbraio 2026, la Regione ha disposto la liquidazione di 4,5 milioni di euro ad Azienda Zero, quale anticipazione del 30% del finanziamento regionale.
Sono provvedimenti amministrativi concreti, ma occorre distinguere ciò che è stato stanziato, ciò che è stato impegnato e ciò che è stato effettivamente speso.
Allo stato della documentazione esaminata, non disponiamo ancora di un rendiconto completo che consenta di conoscere quanto sia stato pagato alle imprese coinvolte, quante cartelle cliniche siano state effettivamente digitalizzate e validate, quali costi siano stati sostenuti e quale continuità lavorativa sia stata concretamente garantita.
È una lacuna rilevante, perché questo investimento pubblico avrebbe dovuto produrre contemporaneamente due risultati: modernizzare un servizio sanitario e costruire una prospettiva occupazionale duratura.
C’è dell’altro
Ma c’è un altro aspetto che rende la vicenda particolarmente significativa.
Già nel luglio 2025, quando la soluzione veniva ancora pubblicamente rivendicata, un’interrogazione regionale chiedeva chiarimenti sulla disponibilità delle cartelle cliniche, sull’organizzazione delle attività e sull’effettivo avanzamento del progetto.Nel marzo 2026 una nuova interrogazione segnalava il ricorso agli ammortizzatori sociali per centinaia di lavoratori e la disponibilità di materiale da digitalizzare per appena otto-dieci settimane.Nell’aprile successivo, un ulteriore atto ispettivo riportava che l’azienda aveva dichiarato l’esaurimento della commessa e un disavanzo economico di circa 6 milioni di euro. Circostanze denunciate nell’interrogazione, sulle quali sarebbe necessario acquisire una ricostruzione contabile ufficiale.
Le difficoltà, dunque, non sono emerse improvvisamente oggi. Erano state segnalate da tempo e avrebbero richiesto un monitoraggio continuo e interventi tempestivi.
A questo punto diventa inevitabile interrogarsi sulla reale solidità del progetto originario.
Era stato costruito un piano industriale capace di garantire attività e occupazione anche dopo l’esaurimento delle risorse pubbliche? Oppure si era individuata una soluzione temporanea, certamente utile nell’immediato, ma presentata politicamente come definitiva?
La coincidenza tra la valorizzazione pubblica dell’accordo e la stagione elettorale non dimostra, da sola, che l’operazione avesse finalità elettorali. Ma il successivo riemergere della crisi rende doveroso verificare se la durata e i limiti dell’intervento fossero conosciuti già al momento degli annunci.
Del resto, proprio il presidente Occhiuto e l’assessore Giovanni Calabrese avevano partecipato attivamente alla comunicazione del risultato, rivendicando l’impegno della Regione e la capacità di trovare una soluzione a una vertenza complessa.
Ed è giusto riconoscere che quell’intervento aveva consentito di evitare, nell’immediato, conseguenze occupazionali molto gravi.
Spiegare cosa non ha funzionato
Ma proprio perché il risultato era stato presentato come un successo istituzionale, oggi sarebbe altrettanto importante spiegare pubblicamente cosa non abbia funzionato, quali responsabilità spettino all’impresa e agli altri soggetti coinvolti e quali prospettive concrete siano disponibili per i lavoratori.
La Regione ha partecipato anche a successivi confronti sindacali. Ciò che manca, almeno nella documentazione fin qui ricostruita, è un quadro pubblico completo degli impegni, delle scadenze, delle risorse effettivamente utilizzate e delle commesse capaci di assicurare continuità occupazionale.
Sarebbe opportuno che il presidente Occhiuto e l’assessore Calabrese illustrassero questi elementi con la stessa evidenza riservata agli annunci della soluzione.
Perché amministrare non significa soltanto intervenire quando esplode una crisi, ma soprattutto costruire condizioni che impediscano alla stessa crisi di ripresentarsi dopo pochi mesi.E utilizzare risorse pubbliche per accompagnare temporaneamente una difficoltà occupazionale può essere necessario, ma non equivale automaticamente a creare sviluppo.Una soluzione strutturale richiede un’attività economicamente sostenibile, un mercato di riferimento, commesse durature e la capacità di mantenere l’occupazione anche quando terminano i finanziamenti straordinari.
Un rendiconto pubblico della Regione
Per questo la Regione dovrebbe rendere pubblico un rendiconto dettagliato dell’intervento, accompagnato da un piano aggiornato che chiarisca le attività ancora da realizzare, le prospettive industriali, gli impegni delle aziende e le garanzie per i lavoratori.
Non basta convocare nuovi tavoli o annunciare ulteriori risorse se non viene chiarito perché quelle precedenti non abbiano prodotto la stabilità promessa.
La vicenda Konecta rappresenta, in fondo, una questione più generale per la Calabria: la differenza tra finanziare la gestione di un’emergenza e risolvere le condizioni che l’hanno determinata.
Alle famiglie coinvolte non servono nuove celebrazioni istituzionali, ma lavoro, reddito e prospettive verificabili e alle istituzioni spetta anche il dovere di rendere conto di ciò che è stato fatto, soprattutto quando i risultati non corrispondono alle aspettative pubblicamente alimentate.
Le fotografie degli incontri con i lavoratori sono state ampiamente diffuse quando si annunciava la soluzione. Sarebbe importante vedere oggi la stessa presenza pubblica, accompagnata da risposte concrete.
Perché una vertenza non si considera risolta quando termina la conferenza stampa, ma quando i lavoratori possono smettere di preoccuparsi della prossima scadenza.
*Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”














