Hanno accusato gli ex complici, lasciato il proprio territorio e vissuto per anni sotto protezione. Ma quando arriva il momento di ricominciare, i soldi destinati al reinserimento possono essere bloccati dai debiti verso lo Stato. A raccontare il problema è La Stampa, in un’inchiesta pubblicata nell’edizione di oggi, 28 ottobre. Sul quotidiano interviene anche Luigi Li Gotti, avvocato calabrese originario di Mesoraca, nel Crotonese, che nella sua carriera ha assistito collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca e Francesco Marino Mannoia. La sua denuncia riguarda le conseguenze di un meccanismo che rischia di compromettere il ritorno alla vita civile di chi ha rotto con le organizzazioni mafiose.
La denuncia di Li Gotti
“Questa storia della rivalsa per debiti erariali non può venir fuori così, all’improvviso, riscoprendo una legge che per decenni era stata ignorata”, dichiara Li Gotti. Al centro della vicenda c’è la capitalizzazione, il contributo finale previsto per accompagnare l’uscita dal programma di protezione. Secondo la ricostruzione del quotidiano, la presenza di debiti pubblici può impedire il pagamento delle somme o condizionarne l’utilizzo. Fra gli importi richiesti possono figurare anche le spese dei processi e quelle sostenute per il mantenimento in carcere. Il problema, sottolinea il penalista, coinvolge direttamente i nuclei familiari: “E in mezzo ci sono famiglie che si sentono tradite”.
Il contributo per ricominciare e il conto dell’Erario
Nell’intervista, Li Gotti spiega che le risorse destinate ai progetti di vita vengono vincolate all’acquisto di un immobile. Un bene che, nella situazione descritta, potrebbe successivamente essere aggredito per recuperare il debito. La domanda dell’avvocato riguarda anzitutto la possibilità di sostenersi una volta terminata la protezione: “Se però la capitalizzazione gliela togli perché serve a ripagare il debito con l’Agenzia delle Entrate, quelli che cosa mangiano dal giorno dopo?”. La Stampa ricostruisce anche le iniziative giudiziarie intraprese dall’avvocata Adriana Fiormonti, che contesta gli effetti delle azioni di recupero sui propri assistiti. Il nodo è il rapporto fra gli obblighi di riscossione e la funzione delle somme stanziate per consentire un nuovo percorso personale e lavorativo.
Le difficoltà di trovare un lavoro
Per Li Gotti, l’idea che all’uscita dal programma tutti siano già economicamente autonomi si scontra con le condizioni concrete di molti collaboratori. L’età avanzata e gli anni trascorsi lontano dai precedenti rapporti sociali rendono difficile trovare un’occupazione. “Io ho un cliente, collaboratore di giustizia, di 75 anni. Allo Stato il suo contributo è servito molto. E ora che fa? Lo sbatte su una strada?”, afferma nell’intervista. Anche il ricorso a una prestazione assistenziale, osserva il legale, può richiedere tempi incompatibili con le necessità quotidiane. “Nel frattempo non gli resterà che andare a mangiare alla Caritas”, aggiunge alla Stampa.
Il rischio per le nuove collaborazioni
L’allarme del penalista va oltre le singole difficoltà economiche. Il timore è che l’incertezza sul futuro possa scoraggiare chi sta valutando di collaborare con la giustizia. Li Gotti riferisce al quotidiano che uno dei suoi assistiti gli ha prospettato il ritorno nel territorio d’origine. Una possibilità che considera pericolosa anche perché, dopo molti anni, possono essere tornate in libertà persone accusate proprio grazie alle dichiarazioni del collaboratore. “Rischiano di incrociarsi per strada. Immaginate voi quale sarebbe il finale”, avverte.
La modifica allo studio al Viminale
Al ministero dell’Interno è in preparazione una proposta di modifica legislativa. L’intervento dovrebbe esonerare i collaboratori dal pagamento delle spese di giustizia relative ai processi per i reati oggetto della collaborazione e dal rimborso delle spese di mantenimento in carcere. Si tratta di una proposta ancora allo studio. Nel frattempo restano le difficoltà delle persone che attendono il contributo necessario per costruire una vita fuori dal programma di protezione.













