28 Ottobre 2026
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La ’ndrangheta non aspetta: il Tribunale di Catanzaro ha bisogno di più giudici ma Nordio pensa ad altro

L’agguato di Cassano e l'operazione di oggi riportano al centro l’allarme del presidente Spadaro sugli organici. Pepe e Sibarelli tra i destinatari della misura cautelare disposta dal gip. Negli atti anche la paura della donna: “Le abitudini... di fare sempre le stesse cose... Non va bene”

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Silvana Sibarelli, uccisa nella notte tra il 23 e il 24 ottobre in contrada Lattughelle, a Cassano allo Ionio, figurava tra i destinatari dell’ordinanza cautelare alla base del blitz eseguito oggi dai carabinieri nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Catanzaro contro la ‘ndrangheta nella Sibaritide. Anche per il compagno Damiano Pepe, rimasto gravemente ferito nello stesso agguato, il giudice aveva già disposto la custodia cautelare in carcere. Se le misure fossero state eseguite prima, oggi Silvana sarebbe in carcere e non in una bara e il suo compagno dietro le sbarre e non in ospedale. Entrambi lontani dal quel cancello di casa davanti al quale i killer hanno aperto il fuoco.

Questa sovrapposizione tra il tempo della giustizia e quello della violenza mafiosa impone una riflessione sulle condizioni in cui lavorano gli uffici giudiziari. Un tribunale distrettuale come Catanzaro deve avere giudici, personale amministrativo e strumenti proporzionati alla quantità e alla complessità delle indagini che è chiamato a valutare. L’efficacia della risposta dello Stato dipende anche dalla possibilità di trasformare il lavoro investigativo in decisioni tempestive, motivate e rispettose delle garanzie. I gip di Catanzaro non possono essere lasciati soli davanti al peso delle inchieste di ’ndrangheta. Servono più giudici, personale amministrativo e strumenti adeguati alle responsabilità di un tribunale distrettuale chiamato a esaminare procedimenti imponenti.

L’allarme di Spadaro era arrivato prima degli spari

Il presidente del Tribunale Giuseppe Spadaro aveva posto la questione pubblicamente il 16 ottobre, prima dell’agguato di Cassano. Intervenendo all’iniziativa dell’Associazione nazionale magistrati “Talk About Mafia”, aveva descritto giudici impegnati senza sosta e provati dalla difficoltà di smaltire tutto il lavoro. La sua richiesta era precisa: “è l’organo giudicante che va prima rafforzato”. Un richiamo alla necessità di accompagnare le grandi attività investigative con risorse sufficienti negli uffici chiamati a valutarne i risultati. Come già raccontato da Calabria7, il presidente aveva insistito anche sulla necessità di considerare la complessità dei procedimenti. Contare i fascicoli non basta a misurare il lavoro: una richiesta che riguarda centinaia di indagati comporta un impegno diverso da quello richiesto da una vicenda circoscritta. Gli organici devono essere commisurati anche al peso delle decisioni. Catanzaro non è come Aosta o Trento. In questo distretto si sta combattendo una vera e propria guerra e l’avversario da battere è la ‘ndrangheta con tutti i suoi alleati.

Le date che impongono una riflessione

Nell’ordinanza firmata dalla gip Fabiana Giacchetti compare una richiesta cautelare integrativa pervenuta all’ufficio il 16 aprile 2025. Il provvedimento reca la data del 30 settembre 2026. Dalla richiesta integrativa alla decisione trascorrono quindi circa diciassette mesi e mezzo. Il dispositivo dispone la custodia cautelare in carcere sia per Pepe sia per Sibarelli. Nella notte tra il 23 e il 24 ottobre la coppia viene raggiunta dai colpi davanti all’abitazione di contrada Lattughelle. La donna muore, il compagno rimane ferito.

Le indagini antimafia possono raccogliere anni di intercettazioni, dichiarazioni, accertamenti e ricostruzioni di rapporti criminali. Ogni posizione deve essere esaminata autonomamente. Il giudice deve verificare gli elementi a carico, valutare le esigenze cautelari e motivare la misura eventualmente applicata. È un lavoro decisivo per la sicurezza dei cittadini e per la libertà delle persone sottoposte a indagine. Accuratezza e tempestività devono poter convivere. Perché questo accada servono magistrati sufficienti, cancellerie funzionanti e condizioni che consentano di affrontare anche i fascicoli più complessi. L’effetto imbuto si crea quando la mole delle richieste supera la capacità degli uffici di esaminarle in tempi ragionevoli. È questo il rischio strutturale che l’allarme di Spadaro chiede di affrontare. Il sacrificio quotidiano dei singoli può sostenere un ufficio in difficoltà, ma ha bisogno di essere accompagnato da scelte durature.

La paura di Silvana nell’intercettazione

Tra le pagine dell’ordinanza emerge anche una conversazione che, alla luce dell’agguato, assume un significato doloroso. È il 4 maggio 2023, due giorni dopo l’uccisione di Antonella Lopardo a Sibari. Silvana Sibarelli parla con il compagno e manifesta, come viene ricostruito nel provvedimento, “delle preoccupazioni per le sorti del suo compagno e, alla luce di quanto accaduto appena due giorni prima, anche delle proprie”. La donna mette in guardia Pepe dai comportamenti ripetitivi, dagli spostamenti che possono diventare prevedibili: “Le abitudini…di fare sempre le stesse cose… Non va bene…”.

Il discorso prosegue con esempi concreti. Pepe richiama l’abitudine di andare ogni giorno a prendere il caffè nello stesso posto. L’ordinanza interpreta esplicitamente il dialogo come riferito alla possibilità di subire un agguato. Il provvedimento descrive anche le protezioni dell’abitazione: alte mura, due cancelli e un sistema di videosorveglianza. Un’altra conversazione, del settembre 2023, registra l’attenzione di Pepe verso ciò che accade alle sue spalle durante gli spostamenti.

Una responsabilità nelle scelte sulla giustizia

Al ministro Carlo Nordio va chiesta, per rafforzare gli uffici giudiziari, almeno la stessa determinazione impiegata nelle battaglie per evanescenti e improduttive riforme della giustizia. Dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio, la restrizione dell’ambito del traffico di influenze illecite e la limitazione del diritto di cronaca, la politica giudiziaria torni ad occuparsi di cose serie misurandosi anche con le scrivanie dei magistrati, i posti scoperti e le cancellerie in affanno. Sono problemi veri che richiedono assunzioni, investimenti e scelte organizzative concrete.

La battaglia sulla separazione delle carriere, culminata nella riforma poi respinta al referendum, ha assorbito un’enorme attenzione politica peggiorando la situazione. La necessità di garantire giudici e personale sufficienti merita almeno altrettanta energia. Catanzaro è un caso concreto da affrontare nell’immediato: chi deve esaminare le grandi inchieste antimafia ha bisogno di risorse proporzionate al lavoro e alle responsabilità che gli vengono affidati. E a dare a questa discussione una drammatica concretezza sono proprio l’omicidio di Silvana Sibarelli e il tentato omicidio di Damiano Pepe. La tempestività della giustizia riguarda la vita delle persone, la sicurezza del territorio e i diritti degli indagati.

Al Ministero e al Consiglio superiore della magistratura spetta intervenire, ciascuno per le proprie competenze, sulle esigenze rappresentate dagli uffici. I gip devono poter decidere con rigore e in tempi ragionevoli: lasciarli soli davanti a una mole di lavoro insostenibile significa rendere più fragile la risposta dello Stato.

Il governo celebra gli arresti, i giudici chiedono rinforzi

Farebbero sorridere, se la situazione non fosse così drammatica, certe reazioni della politica. Alberto Balboni, sottosegretario alla
Giustizia, senatore e responsabile del dipartimento Legalità e Sicurezza di Fratelli d’Italia, commentando il blitz, celebra la “forza dello Stato” e rivendica per il governo Meloni un “netto cambio di passo nella lotta alla mafia”, richiamando 364 maxioperazioni e 5.065 arresti in quattro anni. Il riconoscimento al lavoro dei carabinieri e della magistratura è doveroso. L’autocelebrazione del governo lascia invece irrisolta la domanda sulle condizioni in cui quel lavoro viene svolto. Chi rivendica i risultati dell’antimafia ha anche la responsabilità politica di garantire risorse adeguate agli uffici che li rendono possibili. La forza dello Stato si misura anche dalla capacità di sostenere i suoi giudici, prima che il loro grido d’allarme venga coperto dai comunicati di soddisfazione.

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